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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
WALTER SFONDA SE ACCELERA E SCEGLIE DI FARE UN MESTIERE SOLO
[La Repubblica, 21 ottobre 2007]

La grande partecipazione popolare alle primarie del Partito democratico sottolinea le attese che hanno accompagnato questo passaggio, fra gli elettori di centrosinistra. Che hanno ribadito con forza, in questo modo, la loro domanda di andare oltre il passato. Di contare di più. Di superare la frammentazione. Per questo può sorprendere l'impatto tiepido di questo evento sull'opinione pubblica.
Il sondaggio di Demos-Eurisko per l'Atlante politico, infatti, non fa emergere miglioramenti significativi nel giudizio degli italiani sul governo. Che resta profondamente negativo. Semmai, delle primarie sembrano aver beneficiato il Pd stesso e il suo leader, Walter Veltroni. Ma di poco. Il Pd, infatti, nelle stime elettorali, risale di poco più di un punto percentuale, rispetto a un mese fa. Raggiunge il 27,5%. Il miglior dato conseguito, nell'Atlante, da quando, a fine aprile, i congressi dei Ds e della Margherita ne sancirono l'avvio. In questo modo, peraltro, supera di un punto Fi e diventa il primo partito in Italia.
Walter Veltroni, inoltre, era e resta il leader "più stimato" dagli italiani. Anche se il grado di fiducia nei suoi confronti scende ancora di un punto rispetto a settembre (ma di 5 rispetto allo scorso aprile). Viene, così, quasi affiancato dal leader di An, Gianfranco Fini. Tuttavia, detenere la leadership è fattore di divisione. Polarizza consensi e dissensi. Le simpatie di cui dispone Fini (anche a centrosinistra) riflettono il fatto che egli è percepito ancora come "il secondo a destra". Dove lo scettro resta saldamente nelle mani di Silvio Berlusconi (assai più basso nella considerazione degli elettori). Veltroni, invece, oggi guida il primo partito del centrosinistra e del Paese. Ed egli stesso diventa, in vista delle prossime elezioni (che alcuni considerano davvero prossime), il primo candidato a sfidare Silvio Berlusconi e la Cdl. Per questo, i suoi consensi sono calati. Ma non crollati, visto che continua a tenere la testa, fra i leader politici, per grado di fiducia espresso dai cittadini. Inoltre, in una ipotetica sfida presidenziale all'americana (o alla francese) egli prevarrebbe su Silvio Berlusconi in modo netto: 45% contro 37%. Un divario doppio rispetto a giugno.
Naturalmente, l'Italia non è la Francia, né tanto meno l'America. Il che rende virtuali queste simulazioni. Il sistema elettorale, infatti, non valorizza le persone, ma i partiti e le "coalizioni". E il centrodestra continua ad essere "stimato" in largo vantaggio: +8 punti percentuali. Potremmo concludere, allora, che la nascita del Pd non ha cambiato nulla o quasi. Che una prossima - secondo alcuni imminente - consultazione elettorale riporterebbe al governo Berlusconi e il centrodestra. Ma, per quanto probabile, non è certo.
D'altronde, giusto due anni fa, in vista delle elezioni del 2006, i sondaggi (anche quelli commissionati dal centrodestra) delineavano uno scenario rovesciato. La Cdl era "stimata" dieci punti sotto l'Unione. La candidatura di Berlusconi era discussa da alcuni alleati. Ricordiamo tutti come andò a finire. Il recupero per molti versi prodigioso di Berlusconi, che trascinò il centrodestra a un centimetro dalla vittoria. Con una campagna elettorale mediatica, aggressiva e personalizzata. Certo: Berlusconi resta Berlusconi. Difficile sfidarlo sul terreno della politica come marketing. Tuttavia, l'abilità comunicativa del sindaco di Roma non va sottovalutata.
Inoltre, bisogna considerare alcuni elementi importanti, nel determinare il risultato elettorale.
a) L'orientamento degli incerti. Due anni fa erano prevalentemente di centrodestra. Elettori di Fi, delusi dal governo. Berlusconi li riconquistò, trasformando la campagna elettorale nel consueto referendum: o con me o con i comunisti. Oggi gran parte degli indecisi è, invece, composta - simmetricamente - da elettori di centrosinistra delusi dal governo. Di fronte al quesito: "volete davvero che ritorni Berlusconi al governo?", non avrebbero molti dubbi. Tornerebbero a votare in massa. Contro.
b) La composizione delle coalizioni. L'attuale legge spinge ad aggregare tutti: fino alla più piccola lista "personale". Difficile che si riesca a modificarla, in Parlamento. Se non in misura lieve. Tuttavia, non è detto che la logica dell'aggregazione a ogni costo si riproponga, uguale a prima. Qualcuno potrebbe decidere di "rischiare". Correre da solo, per conquistare un pacchetto di seggi da usare in proprio, in Parlamento. Soprattutto al Senato. Non solo la sinistra (cosiddetta) radicale, che ieri ha portato in piazza molte centinaia di migliaia di manifestanti, a Roma (una risposta alle primarie del Pd, più che al protocollo sul welfare). Ma anche il centro. L'Udc di Casini, insofferente di operare in una condizione "gregaria". Potrebbe allearsi con l'Udeur e altri gruppi. Il che renderebbe la competizione aperta e imprevedibile.
c) Infine, il futuro prossimo della politica italiana, lo stesso andamento di una prossima competizione elettorale dipendono dalle novità del sistema politico. In particolare, quindi, dalla capacità del Pd di rispondere alle domande degli elettori di centrosinistra, che oggi appaiono particolarmente depressi.
Questa, in fondo, costituisce la spiegazione più plausibile della reazione timida dimostrata, fino ad oggi, dagli elettori di fronte alla nascita del Pd. Più che un soggetto, appare ancora una "promessa". Un investimento. A cui hanno contribuito in molti, di diversa provenienza politica, come mostra l'Atlante. "Solo" sei persone su dieci, fra quanti hanno partecipato alle primarie, infatti, sono elettori del Pd. Il 15% di essi, invece, è composto da elettori della sinistra (il 9% di Rifondazione comunista), il 7% di altre forze di centrosinistra (soprattutto della lista Di Pietro), il 6% del centrodestra (in particolare Udc). Dietro al successo delle primarie, dunque, non c'è solo il sostegno al Pd, ma anche altre componenti: la voglia di contare e di partecipare, oltre al sentimento antiberlusconiano.
Peraltro, altri aspetti del voto alle primarie suggeriscono le difficoltà che il Pd dovrà affrontare, nel suo percorso. La massiccia mobilitazione in alcune zone del Mezzogiorno, in primo luogo, segnala il peso dei tradizionali condizionamenti partitici e degli interessi locali. Mentre il profilo anagrafico della partecipazione, piuttosto matura e anziana rispetto alla media, rivela la difficoltà di coinvolgere i settori sociali e territoriali più innovativi.
Per questi motivi, il Pd oggi è guardato con interesse ma anche con diffidenza. Con attenzione e cautela. Dipende da ciò che sarà. Da ciò che farà. Di fronte a sé mostra di avere margini di crescita molto ampi. Oggi, nelle stime di voto, ha superato il 27%. Ma il suo elettorato potenziale è quasi doppio. Si è allargato di circa dieci punti percentuali, nell'ultimo mese. Per "presidiare" i suoi elettori, riconquistare i delusi e conquistare quelli potenziali, tuttavia, il Pd deve procedere in fretta. E senza ambiguità. Tale, ad esempio, è ritenuto dagli italiani il "doppio ruolo" di Veltroni". Leader del Pd e sindaco di Roma. Il 62% degli elettori gli chiede di scegliere. In ciò è evidente tutta la distanza dal centrodestra. E da Berlusconi. "Padrone" televisivo e di partito. Mediaset e Fi. Senza soluzione di continuità. E senza problema. A Veltroni, invece, risulterà difficile "identificare", impersonare, al tempo stesso, un grande partito e la capitale d'Italia. Perché Fi e le antenne non hanno radici. Il Pd e Roma ne hanno fin troppe.

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