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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
QUELLE AULE COSÌ LONTANE DALLA SOCIETÀ CHE CAMBIA
[La Repubblica, 30 settembre 2007]

LA SCUOLA non gode di buona fama e di buona stampa, da qualche tempo. Perché considerata asimmetrica rispetto ai cambiamenti sociali, economici, culturali. Perché gli insegnanti hanno perduto considerazione, credibilità. Perché pare divenuta un luogo insicuro, attraversato da violenze quotidiane, piccole e (talora) grandi. Il sondaggio di Demos-coop, però, fornisce un'immagine diversa. Certo, la sua credibilità fra i cittadini, negli ultimi anni, è calata. Ma, il giudizio nei suoi confronti risulta ancora largamente positivo. Circa il 55% degli italiani, infatti, manifesta fiducia nella scuola e nell'università. Una quota ancor più ampia, il 60%, negli insegnanti. Oltre i due terzi delle persone si dicono "soddisfatti" dei servizi e delle prestazioni della scuola. Pubblica. Mentre la scuola privata, di ogni ordine e grado, ottiene commenti assai meno positivi.
Si tratta di dati inattesi, in contrasto con il dibattito politico e mediatico, ma anche con il senso comune. Riflettono il rapporto ambiguo fra scuola e società, tra le famiglie e il sistema educativo, tra i genitori i professori.
I cittadini, infatti, esprimono fiducia nella scuola e negli insegnanti "nonostante". Perché, in realtà, vorrebbero una scuola diversa. Con più risorse, maggiori relazioni con il mercato del lavoro. In grado di riconoscere e di promuovere il talento degli studenti, permettendo ai migliori di emergere.
Vorrebbero, inoltre, insegnanti più motivati. Sottoposti a un costante processo di "valutazione". E, quindi, "premiati" in base al merito, in termini di carriera e di retribuzione. Come propone, d'altronde, il "Quaderno bianco sulla scuola", predisposto di recente dai ministeri della Pubblica Istruzione, del Tesoro e dell'Economia. Si tratta di attese largamente deluse. Da cui originano, fra l'altro, le contestazioni di molti genitori nei confronti degli insegnanti. A "protezione" dei figli. Non sempre per "giustificato motivo".
In altri termini: la scuola fornisce un servizio utile e piuttosto apprezzato, dalle famiglie e dagli studenti. Ma non riesce più a trasmettere il senso del futuro. Non dà più "sicurezza". Come, invece, è avvenuto, in passato, nel nostro Paese. La scuola: il "centro" della vita sociale, dell'educazione, della formazione. Dove si comunicano valori, modelli e conoscenze. Dove, per dieci-vent'anni, gli individui trascorrono gran parte del loro tempo di vita. Dove passano dall'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza fino all'età adulta (anche se pochi, ormai, accettano di "diventare grandi"). Senza soluzione di continuità. Dove i giovani coltivano amicizie e incontrano "maestri", buoni o cattivi non importa; ma capaci di fornire modelli, di fungere essi stessi da esempio. Dove si ridimensionano le differenze sociali e si valorizzano i "talenti" individuali.
Nella "memoria" degli italiani la scuola è tutto questo. Anche se, nei fatti, si tratta di una raffigurazione eccedente e mitizzata. Oggi, però, è "impossibile" immaginare che tutto ciò sia "possibile". Perché è cambiato tutto; intorno ma anche all'interno. Il mondo, il sapere, i valori, l'organizzazione della conoscenza, la comunicazione. Sono cambiate la demografia, la struttura e la dinamica del mercato del lavoro. È cambiato il rapporto fra genitori e figli.
Però la scuola resta sempre lì. Al suo posto. Allo snodo tra i giovani, le famiglie, la società, le istituzioni.
Anzi, occupa una "porzione" del tempo di vita personale e familiare crescente. Visto che si tende ad anticipare l'ingresso nel sistema educativo e, nello stesso tempo, ad accompagnare un numero più ampio di persone fino alla laurea, senza "perderle per strada". Visto che il rarefarsi del numero dei figli ha accentuato la pressione e l'attenzione dei genitori sulla loro "carriera scolastica".
Da ciò il contrasto di atteggiamenti e di giudizi. La scuola e gli insegnanti soffrono di cattiva fama, perché subiscono la pressione di attese irrealistiche. Che contribuiscono ad alimentare le tensioni con gli studenti e i loro genitori. D'altronde, la legittimazione sociale degli insegnanti, oggi, è declinante. Il "professore universitario" dispone ancora di un prestigio professionale notevole. Poco inferiore ai magistrati e più elevato rispetto ai manager privati e agli imprenditori. Ma i maestri e i professori delle secondarie - superiori e medie - godono, invece, di considerazione assai minore. Il che ne limita l'autorevolezza: in classe e nell'ambiente sociale. (Difficile ottenere rispetto da ragazzi i cui genitori hanno redditi, consumi, posizione professionale di livello molto più elevato).
Tuttavia, "nonostante tutto", la scuola e i professori condividono con gli studenti e le famiglie un percorso biografico molto lungo. E ciò spiega la grande fiducia di cui godono. Perché, in fin dei conti, la scuola continua a fare da "collante" in una società "scollata". È un elemento "normale", per questo importante, della storia personale e della vita quotidiana. Non è un caso che venga apprezzata in misura maggiore fra coloro che ne hanno esperienza diretta. La fiducia nella scuola, ad esempio, è espressa dal 54% della popolazione nell'insieme, ma dal 62% di coloro che hanno un familiare che studia e, infine, dal 66% degli studenti. Al tempo stesso, cresce parallelamente all'ottimismo nel futuro, al senso di sicurezza personale, alla fiducia negli altri. Perché è una risorsa di "capitale sociale". Luogo di relazioni, dove, per quanto in modo contraddittorio e traballante, si rafforza il "senso civico", la solidarietà.
Altra origine delle tensioni che scuotono la scuola è la frammentarietà degli interventi riformatori, di cui è stata oggetto nel corso degli anni. Soprattutto nell'ultimo periodo. Privi di coerenza, di un disegno. L'hanno cambiata senza fornirle una identità, un profilo comune. Senza comunicare un progetto, a chi vi opera, agli studenti, alle famiglie. Per questo, alcuni elementi della riforma annunciata dal ministro dell'Istruzione, Fioroni, incontrano un favore così massiccio. La riproposta degli esami di riparazione (80%), l'apertura degli istituti di pomeriggio (77%), la maggiore attenzione dedicata a materie come la geografia, la matematica e soprattutto l'italiano.
Riscuotono un consenso ampio perché evocano i "fondamenti" della tradizione educativa. Il ritorno alla scuola di un tempo, "quando le cose funzionavano". E riflettono l'insoddisfazione per l'esperienza recente, che non riesce a dare orientamento, senso del futuro. Certezze.
Da ciò il sospetto che le famiglie cerchino nella scuola una supplenza (ma anche un alibi) alle proprie difficoltà di capire e di educare i giovani. Come suggerisce la questione del "bullismo". Un fenomeno preoccupante, che, tuttavia, gran parte degli italiani non considera un'emergenza. Tanto meno i giovani e gli studenti. I più spaventati sono quelli che non vanno a scuola. E che non hanno studenti in famiglia. Si tratta, dunque, di una "paura" largamente in-giustificata; e in-definita. Riflette un senso di insicurezza più generale. Non è un caso che i principali responsabili della violenza nelle scuole siano ritenuti, anzitutto, i genitori. Poi, in misura più limitata, gli insegnanti. Accusati, entrambi, di non esprimere né esercitare "autorità".
L'insicurezza delle scuole, così, finisce per riflettere la crisi di senso e di governo che affligge la società. L'autorità perduta, non solo dalla politica e dalle istituzioni. Ma anche dalla famiglia. Da ciò l'atteggiamento contraddittorio nei confronti della scuola. Che critichiamo tanto. Ma ispira, nonostante tutto, fiducia. È come provare disagio davanti allo specchio. Guardando la nostra immagine riflessa. Perché la scuola siamo noi.

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