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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
IL PREZZO DEL DECLINO
[La Repubblica, 21 marzo 2008]

Il declino incombe, sul nostro Paese, da molti anni. Al di là delle misure e delle statistiche economiche (peraltro, poco confortanti). E' un sentimento condiviso. Il "senso del declino": accorcia il futuro, annebbia l'orizzonte. Influenza gli atteggiamenti verso la politica e le istituzioni. E' emerso all'inizio del decennio. Negli anni del governo Berlusconi è cresciuto, impetuoso. Trasferendosi, violento, nella breve esperienza del governo di centrosinistra, guidato da Romano Prodi. Pregiudicandone il consenso e l'azione. Anche per questo Veltroni ha preferito proiettare la campagna sul futuro. Puntare sul "nuovo". Presentando il PD e se stesso come elementi di discontinuità. L'Osservatorio sul Capitale sociale curato da Demos-Coop, tuttavia, mostra quanto sia difficile rimuovere il passato. Che lascia tracce indelebili negli orientamenti sociali.
Oltre metà degli italiani, infatti, considera peggiorata la propria situazione economica personale, nell'ultima fase. Nel 2006 questa sensazione veniva ammessa da (circa) una persona su tre. Per contro, oggi solo il 13% ritiene che la propria situazione sia migliorata. Dieci punti percentuali in meno rispetto a due anni fa.
Il declino si riflette, visibilmente, sulla mobilità sociale percepita. Che appare tutta in discesa. Una smobilitazione di classe. Di conseguenza, la componente di quanti si collocano nella "classe operaia" e fra i "ceti popolari" cresce sensibilmente. Fino a raggiungere il 46%. Quasi la metà della popolazione. Sei punti in più rispetto a due anni fa. Coincidono con il parallelo calo dei "ceti medi". Mentre lo strato di coloro che si definiscono classe superiore, oppure borghesia, resta sostanzialmente stabile. Circoscritto al 5% circa. Così, svanisce l'idea di una società in cui le classi "periferiche" si stessero riducendo. A solo vantaggio del corpo intermedio della società. Sempre più gonfio. Oggi, invece, si assiste a una crescita rilevante dei ceti popolari. Nei quali scivola gran parte degli operai comuni, ma anche qualificati. Inoltre, una parte estesa di pensionati e casalinghe (circa la metà). Infine, settori ampi di artigiani e commercianti. A conferma che il lavoro autonomo nasconde situazioni e condizioni molto diverse. Segnate, in molti casi, da un senso di precarietà reale.
Oltre metà degli italiani guarda il futuro con inquietudine. Lo vede carico di rischi. Non si sente di "investire". Ragionevolmente, visto che le risorse sono scarse. Il potere d'acquisto dei redditi (soprattutto da lavoro dipendente) è stato eroso da un'inflazione crescente.
Di conseguenza, la relazione fra posizione sociale soggettiva, da un lato, e senso del declino, dall'altro, appare stretta. La quota di persone che ritengono peggiorata la condizione economica personale è massima fra quanti si collocano nella classe operaia e fra i ceti popolari (oltre il 60%). Quindi, tra i lavoratori dipendenti del privato, fra i pensionati e le casalinghe. Ma è alta anche fra quanti si definiscono "ceto medio". Mentre, al contrario, quasi un terzo di coloro che si posizionano nella borghesia e nella classe dirigente ritiene di aver migliorato la propria condizione.
Facciamo riferimento, vale la pena rammentarlo, a "percezioni". Che, tuttavia, appaiono coerenti con le indicazioni fornite dalle statistiche sui redditi e sui consumi. Insieme, confermano come in Italia la distanza fra le classi e i ceti sociali sia aumentata. A tutto svantaggio dei lavoratori dipendenti a reddito fisso e del lavoro autonomo più marginale (spesso lavoro dipendente mascherato).
Gli orientamenti di voto riflettono questi sentimenti. Il "senso di declino" deprime il consenso per chi ha governato, negli ultimi anni. Di conseguenza, penalizza il centrosinistra. Soprattutto il PD. Mentre, al contrario, il PdL (insieme alla Lega) ne trae slancio.
L'analisi del voto in base alla posizione sociale effettiva (ricavata dall'attività professionale) conferma con chiarezza questa idea.
Il PD, secondo tradizione, raccoglie i maggiori consensi nel ceto medio "dipendente". In particolare, nelle professioni intellettuali (gli insegnanti) e tra gli occupati del settore pubblico, dove supera il PdL di oltre 20 punti percentuali. Inoltre, prevale fra gli studenti (di 6 punti). Infine, tra i pensionati (+ 8 punti), come era emerso nel 2006 (lo ha messo in luce Roberto Biorcio, nel volume di Itanes, "Dov’è la vittoria?", Il Mulino, 2006). Sulla spinta dell'insoddisfazione provocata dalla riforma previdenziale varata dal governo di centrodestra. (Rilanciata e, poi, smentita da Berlusconi anche nei giorni scorsi)
Il PdL, invece, sovrasta il Pd fra i liberi professionisti (di 25 punti), fra i lavoratori autonomi e gli imprenditori (addirittura 35). Ma lo supera anche fra gli impiegati privati (di poco) e perfino (in misura più rilevante: 14 punti in più) tra gli operai. In quest'ultimo caso, si tratta di un ritorno alla normalità, dopo la parentesi del 2006, quando il voto dei lavoratori dipendenti si era distribuito equamente tra CdL e Unione. Che, anche per questo motivo, era riuscita a vincere le elezioni (anche se di misura). Oggi tendono a spostarsi di nuovo a destra (com'era avvenuto in precedenza, fino al 2001), spinti dal senso di declino che li affligge.
Infine, il PdL risulta forte fra le casalinghe (23 punti più del Pd, insieme a Di Pietro). Da sempre "fedeli" a Berlusconi.
Questi dati mostrano come nella base sociale del voto, oggi, coesistano elementi di continuità e di cambiamento, altrettanto evidenti.
1. Le "costanti" del comportamento elettorale riguardano la doppia frattura che, da tempo, attraversa gli elettori in Italia: tra lavoro indipendente e dipendente; fra pubblico e privato. I lavoratori indipendenti (gli imprenditori, i lavoratori autonomi, liberi professionisti) e quelli del privato (compresi gli operai) sono maggiormente orientati a destra. Mentre votano prevalentemente a sinistra i dipendenti pubblici - soprattutto gli impiegati e le figure "intellettuali". Oltre agli studenti e, da qualche anno, i pensionati.
2. I cambiamenti si collegano, invece, all'offerta politica. Il Pd, infatti, in questa occasione si presenta da solo. Il che ne riduce il consenso nei ceti popolari. A causa della concorrenza della Sinistra Arcobaleno, che esprime un buon grado di attrazione fra gli operai, ma anche fra gli impiegati. Per contro, fra gli operai e i lavoratori autonomi del Nord, è forte l'incidenza elettorale della Lega, stimata fra il 10 e il 14%.
L'Unione di Centro, infine, appare competitiva soprattutto fra i pensionati.
Osservate con gli occhiali della struttura e della dinamica sociale, queste elezioni delineano un passaggio ancora incompiuto. Il passato non è ancora passato. E il futuro non appare chiaro, agli elettori. Che guardano le novità con interesse e curiosità. Ma, poi, seguono la scia delle continuità. Per cui la base sociale del PdL riproduce, fedelmente, il calco impresso da Berlusconi, da sempre. Mentre il Pd di Veltroni, che più degli altri ha innovato, fa emergere un profilo sociale ancora incerto. A metà strada, fra passato e futuro. Il Pd. Sconta l'antica diffidenza della borghesia privata – grande e soprattutto piccola e media. Ma subisce lo sconcerto dei ceti popolari: colpiti dal declino, preoccupati dal verbo riformista recitato da Veltroni. D'altronde, le sfide del cambiamento non sono mai facili. Soprattutto quando il tempo a disposizione, davanti, è poco. Mentre il passato di cui ci si vuole liberare: è eterno. Non è ancora finito.

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