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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
IL PAESE CHE VUOLE ABOLIRE LA NOTTE
[La Repubblica, 26 agosto 2007]

D'estate, le notti si fanno sempre più bianche. Non solo perché cambiano le abitudini personali. I giorni sono più lunghi, la gente va in ferie e tende a fare tardi. Ma per iniziativa "politica". Per scelta di molte amministrazioni municipali, che, da anni, in alcune date, promuovono il "giorno senza fine". Le "notti bianche", appunto. In cui i negozi, i ristoranti, i bar, ma anche i musei restano aperti, mentre, nelle piazze e nelle strade, si svolgono manifestazioni ed eventi spettacolari. È l'Italia delle "notti bianche", di cui Roma si conferma capitale. Prima ad averla organizzata, nel 2003, sulla scia di Parigi. La prossima è imminente: il 7 settembre. Si tratta di iniziative che hanno diversi fini. Servono a dare impulso al turismo e al commercio. A "fare immagine". A valorizzare le città, che di giorno sono ostili, difficili da attraversare e da "guardare". Riscuotono grande successo. Perché le città, davvero, in queste notti, si ripopolano, si riempiono di gente. Così, un anno dopo l'altro, le "notti bianche" si sono propagate un po' dovunque. Dalle grandi città si sono riprodotte in quelle medie, irradiandosi fino ai paesi più piccoli. Ciascuno ha promosso la sua "notte bianca". Limitandosi, magari, a trasformare piazze e strade in altrettanti bar e ristoranti all´aperto, dove si pasteggia accompagnati da musicisti di strada. La "notte bianca", così, ha smesso di essere un evento singolare ed eccezionale. È divenuto routine. Che si ripete, talora, tutte le settimane. Per mesi. Nei luoghi più turistici, è divenuto un fatto permanente. Le discoteche si sono trasferite nelle spiagge. O nelle piazze. Dove si fa musica e si fa festa senza soluzione di continuità. Nei luoghi popolati dai giovani, la notte bianca si è istituzionalizzata. E ha sconfinato oltre i limiti dell'estate. Nelle città universitarie, ad esempio. Penso a Urbino, dove passo parte della mia vita. Dove il giovedì – ogni giovedì – è festa grande. Fino a mattina. Per un'abitudine maturata in passato, quando gli studenti, in gran parte residenti altrove, "festeggiavano" ancora, prima di rientrare in famiglia, il venerdì. In seguito, l'abitudine è divenuta rito. Celebrato non solo dagli studenti, ma da tutti i giovani dell'area. E oggi al giovedì si sta aggiungendo anche il mercoledì. Ogni settimana, la notte è bianca. Fino alle prime luci del giorno. Quando i pochi residenti nel centro storico escono di casa. E gettano uno sguardo severo sui "residui" della festa. Le "notti bianche", peraltro, per molti giovani si sommano ai "fine settimana lunghi". Da venerdì sera a domenica. Sempre in festa. Senza soluzione di continuità. Questo fenomeno, in rapida e costante dilatazione, non è solo italiano. Ricalca modelli già sperimentati altrove, in altre capitali europee. Ma ciò che si osserva da noi rammenta soprattutto l'istinto ludico e festoso della movida spagnola. Ciò che stupisce, in Italia, è la rapida moltiplicazione che ha registrato il fenomeno. Che si è diffuso ovunque, anche nei villaggi dell'interno, appena sfiorati dal turismo. Questo "Paese in festa" contrasta non poco con il clima d'opinione triste e con il pessimismo economico, che opprimono la società. Con l'atteggiamento astioso che separa i cittadini e le istituzioni. Con la diffidenza reciproca, che distanzia, sempre più, le persone. Con il disagio e l'estraneità che caratterizzano il rapporto fra la società e l'ambiente circostante. Fra le persone e la città. Ma, forse, il successo delle manifestazioni dipende proprio da questi sentimenti. a) Nelle "notti bianche", i cittadini possono affrontare la città superando le difficoltà quotidiane. La possono popolare, attraversare, guardare. Vivere. Mentre, normalmente, passano in fretta senza neppure avere il tempo di percepirla. b) Poi, c'è la voglia di stare in mezzo agli altri, in un mondo sempre più individualizzato. Abitato da persone "sole". Che vivono chiuse nei luoghi di lavoro oppure in casa. Frequentano i familiari e pochi amici. Sono inserite in gruppi sempre più stretti. Le grandi associazioni di una volta, d'altronde, oggi non fanno più "socialità". Ma si sono istituzionalizzate, aziendalizzate. I giovani comunicano senza neppure incontrarsi e vedersi. Complici i cellulari, i pc. I più anziani, invece, passano un tempo sempre più lungo davanti alla tivù. È una società che si sta perdendo. In mezzo a relazioni senza empatia. Una società senza comunità. Approfitta delle occasioni di incontro, delle opportunità di fuga dall'auto-reclusione quotidiana. Con entusiasmo. Le persone, normalmente "sole", si tuffano in mezzo alla gente. Sperimentano dall'esperienza degli "altri". Per "evadere", respirano l'euforia della festa. E cercano di allungare questa occasione. Di riprodurla, sempre più spesso, sempre più a lungo. Naturalmente, la musica, il cibo, l'alcol, aiutano. Ma non avrebbero la stessa efficacia, non produrrebbero la medesima soddisfazione, altrove. In luoghi delimitati. Tra cerchie sociali chiuse. In ambienti "specializzati". È il rapporto con la città e con gli altri, contemporaneamente, a rendere queste esperienze attraenti. A garantire loro tanto successo. Eppure, questo fenomeno, per le proporzioni che sta assumendo, non ci piace. Spinto ai limiti senza limite, a cui assistiamo, evoca una deriva triste. E un po' di malinconia. a) L'Italia delle notti bianche, appare un Paese dove alla comunità e alla società si sostituisce la "folla". Una massa di persone indistinte, che incontriamo senza vedere e senza conoscere. Come allo stadio, dove, però, ci unisce agli altri una comune bandiera. Nelle notti bianche, invece, "gli altri" sono senza volto, senza voce e senza nome. Se ne stanno lì, intorno a noi, per non restare soli. Per evadere dal grigio quotidiano. Anche la "trasgressione", suggerita dall´esperienza della notte, sfuma, quando prevale l'iterazione. Quando diventa un'attività consueta, una pratica di massa. b) Nell'Italia delle notti bianche la scoperta delle città, dei quartieri, delle strade e dei vicoli, dopo le prime volte, diventa routine. Avvolte alla folla, le città, le più belle e le più anonime, diventano uguali e indistinte. Si trasformano in supermercati, centri commerciali, discoteche, parchi giochi e divertimenti. Ora sagra paesana, ora rave party. Non luoghi indifferenti alle non persone che le affollano. A loro volta indifferenti a ciò che hanno intorno. Poi, all'alba, la musica finisce, gli amici se ne vanno. Che inutile giornata... c) L'Italia delle notti bianche è una scorciatoia senza sbocco. Offre l'emozione come alternativa al pessimismo e alla sfiducia. La folla come terapia alla solitudine. d) L'Italia delle notti bianche risponde alla domanda di comunità senza soddisfarla. Perché non "costruisce" relazioni. L'indomani la città è la stessa di prima. I residenti, perlopiù, restano ai margini. Attendono che "passi la nottata". E poi riemergono, come reduci in mezzo alle macerie. e) L'Italia delle notti bianche è un Paese dove i giovani protraggono la condizione di irresponsabilità in cui li hanno confinati gli adulti. Prigionieri e, al tempo stesso, privilegiati. Protetti, il più a lungo possibile, in attesa della "vita" da precari che li attende. f) L'Italia delle notti bianche è il presente dilatato fino all'orizzonte, che compensa il declino del futuro. Viene in mente, per riflesso naturale, il romanzo giovanile di Fëdor Dostoevskij, che ha per titolo, appunto, "Le notti bianche. (Memorie di un sognatore)". Vi si narra di un impiegato, un "sognatore". Un solitario. Nelle sue passeggiate notturne, incontra una donna, con cui avvia un dialogo lungo quattro notti. Un'esperienza intensa, di avvicinamento e riconoscimento reciproco. Ma, all'improvviso, il sogno si spezza. La donna ritrova il suo amante, che temeva di aver perduto. E l'impiegato torna alla solitudine quotidiana di Pietroburgo. Dove abitava da otto anni senza essere riuscito "a fare quasi nessuna conoscenza". Ecco, questo Paese sembra deciso ad abolire la notte. Per non uscire mai dal sogno. Per non provare l'angoscia del risveglio.
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