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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
SE CESSIAMO DI ESSERE UNO STATO
[La Repubblica, 17 giugno 2007]

E' riemerso il "male del Nord". Che, peraltro, non è mai passato, davvero. Solo che, dopo le minacce secessioniste e gli assalti Serenissimi degli anni Novanta, la rabbia pareva sopita. Temperata dal disincanto. Incanalata in un progetto molto più realista: negoziare con Roma.
Soprattutto dopo le elezioni del 2001, vinte dalla Cdl guidata da Berlusconi. Quando a Roma si era insediato un governo "amico". Perché il Nord insofferente vota a destra. Per Forza Italia e anzitutto per la Lega. Che, non a caso, alle elezioni amministrative recenti, ha conseguito un risultato importante, imponendo i suoi candidati al governo di molte importanti realtà locali, superando il 60%, talora il 70% dei voti. Come a Vicenza e Verona. Segno che il Nord è tornato all'opposizione. Come si era verificato alle elezioni politiche del 2006, ma anche in occasione del referendum costituzionale di un anno fa. Quando in Lombardia e in Veneto, uniche regioni in Italia, era prevalso il Sì (alla "devolution").
La febbre, però, è salita rapidamente. Soprattutto nel Nordest, la zona più reattiva - e produttiva - del Paese. Caratterizzata da una base estesa di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi. I ceti sociali più insofferenti, verso lo Stato e verso la sinistra. Percepiti come una entità unica e ostile. L'avversario. Il nemico. Puntualmente ricambiati. Perché, nonostante le parole, nei fatti, il centrosinistra ha sempre espresso un certo fastidio nei confronti dei "ceti medi privati". Perché, appunto, né lavoratori dipendenti né grandi imprenditori. Ceti a metà. Anomali. E perdipiù evasori. Difficile farsi capire da chi non capisci. Per cui, tornato al governo il centrosinistra, il "male del Nordest" si è risvegliato, più acuto di prima. Come dimostra il secondo rapporto sul "senso civico", presentato nei gironi scorsi a Venezia da Demos e dalla Fondazione Nord Est. A cui Alessandra Carini, ieri, ha dedicato una lettura puntuale. Mettendone in luce alcuni atteggiamenti significativi, che pervadono questa società.
Anzitutto, l'insofferenza fiscale, visto che circa quattro persone su dieci giustificano l'evasione delle imposte e altrettante la pratica di pagare "in nero". Poi, la sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni nazionali: il Parlamento e lo Stato. Cui corrisponde il crescente consenso verso i governi locali: il Comune e la Regione. Su questa via, peraltro, si sono incamminati alcuni fra i più significativi soggetti della rappresentanza di quest´area. Le associazioni artigiane e del lavoro autonomo, le federazioni degli industriali venete: sostengono apertamente la protesta antitasse. Fino a minacciare lo sciopero fiscale. Gli amministratori locali: sindaci, presidenti di Regione. A partire dal governatore Galan, che ha invitato il Consiglio regionale a (auto) proclamare il Veneto "regione a statuto speciale". Come quelle confinanti.
D'altronde, in nome dei benefici (soprattutto) fiscali un crescente numero di comuni ha promosso referendum per sconfinare. Entrare in Friuli Venezia Giulia e, soprattutto, nelle province autonome di Trento e Bolzano. Il 46% della popolazione, d'altronde, è d'accordo. Per evitare l'estinzione naturale del Veneto, oltre che per rispondere all'insofferenza dei cittadini, gli amministratori reagiscono apertamente. Contro lo Stato centrale. Così si delinea la "nuova" questione settentrionale.
Che salda l'insofferenza fiscale e la domanda di autonomia intorno ai sindaci e ai governatori. Non solo di destra, ma anche di sinistra. Non solo del Veneto. Non solo del Nordest. Insieme a Galan, infatti, contro le politiche "romane" si schierano anche Cacciari e, inoltre, Illy e Dellai. E ancora: Chiamparino, Penati, la Bresso. Non si tratta più, come negli anni Novanta, di una protesta sociale sorda, esaltata da un unico attore antagonista, la Lega, ma di una "ribellione istituzionalizzata".
Sostenuta dalle associazioni di categoria e dai governi locali. Da Nordovest a Nordest, attraversando la Lombardia. Il che rende tardivo e insidioso il viaggio lungo il Po, intrapreso da alcuni leader del centrosinistra (in primis, Franceschini), a cui ieri ha partecipato anche Prodi. Perché il livello del fiume, a lungo in secca, sta salendo pericolosamente, alimentato dalle acque limacciose portate degli affluenti di sinistra (in senso idrogeografico, evidentemente).
Tuttavia, il male del Nord, oggi, presenta un'altra sostanziale differenza rispetto al passato. Negli anni Ottanta e Novanta era esploso in contrasto con lo Stato e in controcanto con il Mezzogiorno. Al malessere dettato da sottosviluppo del Sud si sostituiva la protesta delle aree di piccola impresa del Nord. Contro lo Stato assistenziale. E contro il Mezzogiorno assistito.
Mentre nel Sud il clima sociale si era sopito. Dapprima, per i crescenti trasferimenti dello Stato, che avevano garantito ai partiti di governo un ampio consenso sociale. Poi, negli anni Novanta, perché effettivamente nel Mezzogiorno si erano diffusi significativi segni di risveglio. Economico, sociale, politico. A cui aveva dato visibilità la stagione dei sindaci: Bassolino a Napoli, Orlando a Palermo, Bianco a Catania. Indicavano una svolta, la possibilità di cambiare. Quasi un rovesciamento dello "stivale" e della "questione nazionale". La rabbia del Nord faceva il paio con l'ottimismo sociale del Mezzogiorno. Da qualche anno, però, quella stagione sembra sfiorita. Tra Nord e Sud, i differenziali di reddito, benessere, occupazione hanno ripreso ad allargarsi. Come gli indici di "capitale sociale" (lo dimostra il recente saggio di Roberto Cartocci: "Mappe dei tesori", Il Mulino). Le condizioni di sicurezza e di qualità della vita, inoltre, si stanno degradando. La stagione della speranza è stata devastata dalle emergenze: criminalità e rifiuti. Così, anche nel Sud, l'atteggiamento dei cittadini è cambiato. E' tornata l'antica sfiducia verso Stato e istituzioni.
Talora alimentata ad arte, esplode la rabbia. Com'è avvenuto, nei giorni scorsi, ad Ariano Irpino, in occasione della visita di Guido Bertolaso. "Il volto presentabile dello Stato. L'uomo delle emergenze, l'angelo custode di tutti gli italiani", lo ha definito, sulla Stampa, Massimo Gramellini.
Intendeva spiegare ai cittadini la necessità di riaprire la discarica della zona, per alleggerire l'emergenza dell'area napoletana, sepolta dai rifiuti. La sua auto è stata sommersa e scossa dalla folla. Quasi un tentativo di linciaggio.
E' questa la novità. Fino ad oggi, nella storia della Repubblica, la "questione nazionale" ha coinciso con una sola "questione territoriale". Il Sud, dapprima e a lungo. Poi, dopo gli anni Ottanta, il Nord (padano). Oggi non è più così. Il "male del Nord" corrisponde alla "rabbia del Sud". La sindrome della sfiducia, diagnosticata nel Nordest, ha contagiato il resto del Paese. Il Mezzogiorno. E lambisce le stesse regioni del centro (allargate all'Emilia Romagna). L'Italia rossa, tradizionalmente integrata, pervasa di civismo, densa di capitale sociale, come hanno mostrato le ricerche di Robert Putnam. Fa osservare, anch'essa, segni di nervosismo e di insofferenza nei confronti delle istituzioni e dei governi locali, come hanno mostrato, da ultimo, le elezioni amministrative recenti. Come segnalano alcune indagini sugli atteggiamenti sociali (l'Osservatorio sulle Marche del laPolis dell'Università di Urbino, per esempio). Però, se le principali zone, il Sud e il Nord, sollevano altrettante "questioni". Sintomatiche di altrettante malattie sociali e civili. Mentre la cerniera del Centro mostra segni di usura.
Allora il rischio è alto. Assai più che nei primi anni Novanta, quando Gian Enrico Rusconi, in un noto saggio dedicato alla sfida secessionista, sollevò la questione: cosa potrebbe succedere "se cessiamo di essere una nazione"? Perché oggi siamo all'emergenza assoluta. Che riguarda tutti. La maggioranza di governo, ma anche l'opposizione che si oppone. E procede a spallate. Perché vuole tornare al governo al più presto. Ma per governare chi e cosa, "se cessiamo di essere uno Stato"?
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