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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
IL BRICOLAGE DEL PAESE A GEOMETRIA VARIABILE
[La Repubblica, 15 aprile 2007]

Siamo un Paese instabile. Non solo dal punto di vista politico. Non solo dal punto di vista psicologico. Ma anche geografico. La nostra mappa: sta cambiando rapidamente sotto i nostri occhi. Senza un disegno istituzionale. Senza un progetto territoriale. Sulla spinta di iniziative politiche e popolari diffuse. Che spostano i confini delle regioni e delle province, la collocazione dei comuni. Così, un anno dopo l'altro, scopriamo una geografia diversa. Basta pensare alle Province. Erano 95 nel 1980, quando un fronte politico ampio proponeva di abolirle. Oggi, quasi trent'anni dopo, sono diventate 110: 15 di più. E, nonostante la riforma (federalista) del titolo V della Costituzione abbia previsto di ridimensionarle a favore delle aree metropolitane, le proposte di legge che mirano a istituire nuove Province aumentano. Attualmente, in Parlamento, se ne contano almeno 21 (una stima prudenziale). Sparse per tutta l'Italia. Se venissero approvate tutte, il loro numero, in Italia, salirebbe a oltre 130. Ma le Province ambiscono anche ad assumere nuovi poteri. Seguendo il modello di Trento e Bolzano. Come prevede un progetto avanzato dall'amministrazione leghista di Vicenza. Mica male per enti destinati, qualche anno fa, ad essere cancellati dalla carta geografica. L'Italia è un Paese "Provincialista". Dove ogni Provincia è perfino troppo grande, rispetto agli orientamenti sociali e politici. Per quanto piccola sia. In parallelo, si assiste a un ulteriore movimento. Comuni che intendono abbandonare la Provincia di appartenenza, per passare a un'altra, confinante, sfruttando le possibilità offerte dalla riforma costituzionale del 2001. Una sorta di "virus della traslochite", l'ha definito Gian Antonio Stella (in un'inchiesta pubblicata sul "Corriere della Sera" qualche mese fa). Il fenomeno, esploso nell'ultimo periodo, ha coinvolto soprattutto il Veneto. Dal quale se ne vogliono andare in tanti. Per primo, il Comune di Lamon, che ha promosso e approvato un referendum per "trasferirsi" nel confinante Trentino. Un esempio seguito da Cortina, ma anche dai comuni dell'Altopiano d'Asiago. Mentre altri Comuni del Veneto orientale spingono per passare al Friuli Venezia Giulia. Il virus, però, non si è fermato a Nordest. Ha contagiato il Piemonte, dove alcuni Comuni dell'alto Canavese (per primi Noasca e Carema, neanche 1000 abitanti insieme) hanno votato per passare in Val d'Aosta. E si è propagato altrove. In Italia centrale. Nei Comuni della Val Marecchia, suggestiva terra del pecorino di fossa e di Tonino Guerra. Dove i cittadini, a larghissima maggioranza, hanno deciso di non essere più periferia di Pesaro-Urbino. Ma di Rimini. Come si spiega questa iperfetazione localista, questa frammentazione di Province, dai confini sempre più circoscritti, che molti Comuni intendono scavalcare? Le ragioni sono diverse. Ma più delle identità e delle tradizioni territoriali contano gli interessi e le logiche politiche. Le nuove Province sono caratterizzate, spesso, da maggioranze elettorali che, nei contesti di provenienza, sono minoritarie. Riproducono, inoltre, pressioni economiche, partitiche, personali. E' un processo che non ha un colore politico particolare. Anche perché l'istituzione di nuove Province avviene a conclusione di un fitto gioco di scambi fra partiti, a livello nazionale. Assolutamente bipartisan (come ha mostrato una recente inchiesta di Report su Rai 3). Ne consegue, comunque e sempre, un aumento consistente e generalizzato dei costi. Destinato a perpetuarsi e a crescere. Perché ogni nuova Provincia prevede nuovo personale, nuove sedi, nuovi costi di bilancio. E nuovi amministratori, nuove commissioni, nuovi consulenti. I motivi che favoriscono lo "slittamento" dei Comuni da una Provincia - e, spesso, da una Regione - all'altra sono diversi. Tuttavia, il fatto che prevedano, perlopiù, il passaggio a Regioni autonome, ne fa intuire il significato. Che richiama benefici tangibili. Per i cittadini: dal costo della benzina, ai ticket sanitari, ai servizi. Ma anche per le amministrazioni, che, in una Regione autonoma, possono disporre di un maggior controllo sulle entrate "locali", senza rinunciare ai trasferimenti dello Stato. Ma non va sottovalutato l'aspetto propagandistico e simbolico, di queste iniziative. Negli ultimi dieci anni, infatti, si è determinato uno squilibrio crescente fra i compiti (sempre più ampi) e le risorse (sempre più scarse) dei governi locali. Fra le aspettative dei cittadini e le reali possibilità di risposta dei sindaci e dei governatori. I quali, attraverso questi "movimenti", tentano, dunque, di guadagnare consensi. Oppure di deviare i dissensi (e l'insoddisfazione dei cittadini) in altra direzione. Su altri bersagli. Lo Stato centrale; ma anche le Regioni. Incapaci di garantire loro le prestazioni e i benefici che, altrove, potrebbero ottenere. Nell'insieme, però, questa Italia a geografia variabile appare un riflesso di quello "specchio rotto" evocato da Eugenio Scalfari, per raffigurare la politica del nostro tempo. In particolare, rappresenta con mesta efficacia l'incapacità di portare a termine le riforme avviate negli ultimi quindici anni. Di regolare, in modo adeguato e coerente, i rapporti fra centro e periferia. Di chiarire quale Stato vogliamo diventare. Quindici anni di leggi e leggine, che hanno accentuato, in modo disordinato, le competenze locali, senza indebolire i poteri centrali. Senza federalismo fiscale. Quindici anni di conflitti diffusi. Fra centro e periferia. Fra Stato e Regioni. E fra Comuni, Province, Regioni. Ciascuno per sé e contro gli altri. Hanno alimentato e diffuso una sorta di "federalismo à la carte". La moltiplicazione di nuove Province oppure il passaggio di un comune a una Regione diversa. Non per "vocazione" e "identità" territoriale, come predicava (e ancora predica) Franco Rocchetta (fondatore della Liga Veneta, "madre di tutte le leghe"). Ma seguendo il criterio della massima convenienza. Che immagina e riduce l'Italia federalista a una sorta di "Paese dei balocchi". Dove benefici locali e contributi dello Stato si sommano. Senza costi. L'iniziativa recente delle Province di Rovigo e Treviso, che intendono "cambiare" Regione (passando, rispettivamente, al Trentino Alto Adige e al Friuli Venezia Giulia), è chiaramente una provocazione. Ma suggerisce uno scenario possibile, per la nostra geografia politica. Uno sbocco suggestivo per la nostra transizione. Lo slittamento, un passo dopo l'altro, di tutti i Comuni e di tutte le Province verso Nordest e Nordovest. Fino a disegnare un'Italia che ha, come capitali, Trento e Bolzano. Oppure Aosta e Trieste. A quel punto, si potrebbe tentare la soluzione finale. Chiedere l'annessione dell'Italia, tutta insieme, alla Francia o alla Svizzera. Risolveremmo, così, d'un colpo solo, i nostri problemi: in tema di sistema elettorale, di forma di governo, di federalismo. E, aspetto non meno importante, in tema di classe politica. Ma, sinceramente, dubitiamo che Francia e Svizzera sarebbero felici di "annetterci".
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