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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
A CHE PUNTO È LA PAURA NELLA SOCIETÀ VULNERABILE
[La Repubblica, 9 settembre 2007]

UN FATTO sicuro è che siamo insicuri. Che l'insicurezza sta crescendo rapidamente, nella società. L'abbiamo rilevato qualche mese fa (Osservatorio Demos-coop, giugno 2007). L'83% delle persone pensa che oggi, rispetto agli ultimi anni, in Italia la criminalità sia aumentata. Il 44% ritiene che lo sia anche nella zona in cui vive. La sensazione del rischio, però, è aumentata soprattutto a livello locale (+ 10 punti percentuali negli ultimi due anni). Questa tendenza sta penalizzando, soprattutto, la maggioranza di governo. Non a caso, il 40% degli italiani ritiene il centrodestra maggiormente in grado di "combattere la criminalità". Mentre solo il 18% considera più affidabile il centrosinistra. E' per questo, probabilmente, che, da qualche tempo, leader di governo e amministratori di centrosinistra sono protagonisti di iniziative molto discusse, in tema di ordine pubblico. In alcune città (fra cui Bologna, Padova e Firenze) sono state avviate azioni decise contro l'illegalità urbana e contro la "microcriminalità". Un termine riduttivo. Evoca reati "piccoli piccoli" commessi da "criminali piccoli piccoli. Li pesti a ogni passo", ironizza Marco Paolini in una pièce. In effetti, si tratta di reati che suscitano grande inquietudine, perché "offendono la vita quotidiana dei cittadini", come ha giustamente affermato Giuliano Amato, intervistato da Massimo Giannini. Il ministro dell'Interno, per questo, ha annunciato, anch'egli, "un pacchetto di misure urgenti contro la criminalità". Mentre i sindaci Cofferati e Domenici hanno auspicato che vengano attribuiti loro "poteri di polizia". Subendo le pesanti ironie di Giancarlo Gentilini, (pro)sindaco di Treviso. Il quale, a una recente "festa della Lega", ha invitato a diffidare delle imitazioni; di "questi sceriffini di sinistra". E ha scandito: "Lo Sceriffo sono io". Ha inoltre chiarito quale uso farebbe dei poteri di polizia. Riguardo agli autori del sanguinario assalto alla villa nei pressi di Treviso, ha, infatti, detto, senza giri di parole: "L'unica pena certa è la pena di morte. Metto io il sapone sulla corda". Naturalmente, non c'è parentela fra le posizioni di Gentilini e l'orientamento di Cofferati, Domenici e Zanonato (per non parlare di Amato). Lo "sceriffo di Treviso" è il primo a rifiutare l'accostamento con quelli che definisce "gli sceriffini bolscevichi". Però, non è casuale se, quando si parla di "tolleranza zero", in Italia, il pensiero non cada su Rudoph Giuliani, ma su Gentilini. Profeta della "tolleranza doppio zero". Il fatto è che la sinistra, soprattutto negli ultimi vent'anni, ha sostenuto il tema della "giustizia" principalmente se esercitata dai magistrati contro i poteri e gli interessi forti (Berlusconi, grandi imprenditori, i politici di governo). Oppure contro le grandi organizzazioni criminali (mafia, camorra e 'ndrangheta; in alcuni casi "colluse" con i poteri e con gli interessi forti). Mentre ha sempre mostrato disagio di fronte alla "microcriminalità", perché composta, in larga parte, da figure socialmente marginali. Quasi che, come ha osservato Carlo Trigilia sul Sole 24ore, il principio di legalità si dovesse adattare alla condizione sociale dei responsabili di illeciti. Ma i cosiddetti reati "minori" meritano la massima attenzione, e suscitano grande reattività nell'opinione pubblica, proprio perché non solo gli artefici, ma anche le vittime appartengono, prevalentemente, ai ceti popolari e marginali. Tuttavia, è indubbio, e significativo, che il verbo "securitario", in Italia, evochi, per riflesso pavloviano, Gentilini. Lo Sceriffo della "tolleranza doppio zero". Il quale ha inaugurato, negli anni Novanta, un modello ispirato al motto "ordine e pulizia". L'ordine: espresso da iniziative provocatorie, a chiaro contenuto simbolico (segare le panchine su cui stazionano gli immigrati), rafforzato da messaggi ancor più violenti (proponendo, fra l'altro, di mascherare i soliti immigrati da "leprotti", per poi aprire la caccia, a colpi di doppiette). La pulizia: il centro storico trasformato nel "salotto di casa", ripulito non solo dalle cartacce, ma anche da stranieri, accattoni e poveracci. Per sopire l'insicurezza della società, in altri termini, si ricorre a iniziative provocatorie, indirizzate contro bersagli "esemplari". Una politica efficace, dal punto di vista dell'immagine. Che, tuttavia, non risolve l'insicurezza. Perché la asseconda e, quindi, la dilata. Come dimostra, di nuovo, il caso di Treviso. Dove la Lega governa in Comune e in Provincia. E agita, periodicamente, "la paura" della criminalità, ma soprattutto degli immigrati, per motivi di consenso politico. Tuttavia, (come dimostra il rapporto curato dalla Caritas per il Cnel) il grado di integrazione degli immigrati a Treviso è, da anni, fra i più alti d'Italia. Grazie alla capacità di assorbimento delle imprese, alla rete di solidarietà dell'associazionismo cattolico (e non). Ma anche alle politiche attuate dalle amministrazioni locali leghiste. Che, per propaganda, predicano male ma, per necessità, razzolano molto bene. Fa bene, allora, il centrosinistra ad affrontare, con decisione, il problema dell'insicurezza. Ma deve evitare di "imitare" questo modello. Non può, in particolare, accontentarsi della "politica dell'annuncio". Perché, in questo caso, rischia di risultare poco credibile. Una "cattiva imitazione" della destra. Tanto più se promette ciò che poi non è in grado di mantenere. Giuseppe D'Avanzo, sulla Repubblica, ha sollevato il dubbio che il "pacchetto anticriminalità" possa effettivamente essere approvato entro l'anno. Perché mancherebbero non solo i "voti" (della sinistra radicale), ma anche i "tempi" tecnici. Occorre poi chiarire il rapporto fra criminalità comune e insicurezza. Spiegare perché, negli ultimi anni, l'insicurezza sociale sia cresciuta mentre la microcriminalità, da tempo, sta declinando. Come dimostrano le statistiche fornite dallo stesso ministero dell'Interno (giugno 2007). Negli ultimi dieci anni, ad esempio, i furti di auto sono calati (l'8% solo nell'ultimo anno). I furti in abitazione quasi dimezzati, al pari degli scippi. Sono cresciute, invece, le rapine. Quasi del 50%. Ma vanno catalogate, piuttosto, nei reati maggiori. L'Italia, peraltro, presenta tassi di episodi micro-criminali non dissimili dal resto d'Europa. Per affrontare il tema della sicurezza dei cittadini, dunque, occorre evitare "chimere". Artifici ambigui, per impressionare l'opinione pubblica. Usare la lotta alla criminalità comune (obiettivo meritorio) come terapia all'inquietudine sociale. Altri fattori, ben noti, concorrono ad alimentare le paure dei cittadini. La società è insicura perché l'ambiente in cui vive è insicuro. Perché i legami sociali si sono indeboliti, perché le città sono diventate spesso invivibili e sempre meno vissute, perché il territorio si è degradato. Non è un caso che il massimo grado di insicurezza oggi investa proprio le grandi città. Che le categorie sociali più esposte siano gli anziani - i più soli. Ma anche i giovanissimi, che crescono in ambienti sempre più anomici; sempre più "violenti" (i quartieri periferici, il mondo della notte, le stesse scuole). La società è insicura perché le persone si sentono vulnerabili e isolate, in un mondo senza confini, che moltiplica tensioni e minacce. La società è insicura perché i media amplificano i fatti di violenza quotidiana. Per ragioni di spettacolo, oltre che di informazione. La società è insicura perché la politica invece di offrire certezze insegue e moltiplica l'insicurezza. Argomenti che il ministro Amato potrebbe considerare afflitti dal vizio tipico della sinistra, che fa filosofia invece di "misurare le politiche sulla loro efficacia". Tuttavia, noi dubitiamo che la lotta ai microcriminali possa realisticamente abbassare la soglia della paura. E dubitiamo perfino della sua efficacia, se mira ad aumentare la "concentrazione" di forze dell'ordine senza incrementare la "densità sociale"; senza legare l'azione della polizia al contesto e alla comunità locale. Noi dubitiamo che la paura e la criminalità comune si possano contrastare. Fino a che, come avviene oggi, lo sviluppo dei quartieri e il disegno delle città verranno affidati (anzi: appaltati) alle imprese immobiliari. Fino a che lo spazio intorno a noi continuerà ad apparirci "ostile" e "straniero" (a prescindere dal numero di immigrati che lo popola). Fino a che il compito di garantire la sicurezza verrà affidato, se va bene, a una crescente presenza di polizia. Se va male, a surrogati folk: sceriffi e ronde padane. Oppure, come ormai avviene ovunque, a sistemi di videosorveglianza. Occhi liquidi, che monitorano un territorio sempre più deserto, attraversato da ombre.
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