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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
LA SINDROME DEI PENULTIMI NEL PAESE CHE SI È FERMATO
[La Repubblica, 22 febbraio 2004]

La sfiducia nelle prospettive economiche. La convinzione che il reddito sia divenuto inadeguato a sostenere la vita e i suoi costi (crescenti); e il lavoro più incerto, rispetto a qualche anno addietro. È possibile si tratti di percezioni distorte, che non trovano conferma nella statistica. E nella realtà. È possibile. Ma riflettono, comunque, un sentimento diffuso e radicato. Come mostra l'indagine trimestrale sul "capitale sociale degli italiani", condotta da Demos, nei giorni scorsi. Disegna, l'indagine, uno scenario noto. Pervaso da un pessimismo cronico. Alimentato ad arte, secondo alcuni, per calcolo di propaganda politica o mediatica. È possibile. In fondo, pochi anni fa l'immigrazione era percepita (e descritta) come un'invasione; la criminalità come una minaccia incombente sull'incolumità personale di tutti. Oggi l'allarme è stato ridimensionato. Anche se le statistiche giudiziarie denunciano un nuovo aumento dei reati, dopo anni di flessione. E i flussi migratori sono cresciuti allo stesso ritmo di un tempo. Le logiche mediatiche, il rumore della polemica politica, allora, possono aver contribuito anche oggi. Ma non riescono a spiegare, per intero, il collasso delle aspettative sociali. Che altri fattori, molto significativi, concorrono a precisare.
1. Il primo è il confronto con il passato. Un tempo agiva da meccanismo propulsivo. Ogni decennio una sfida. La ricostruzione, il boom, il welfare, il capitalismo di piccola impresa, il benessere diffuso. Infine, nell'ultimo decennio, il risanamento pubblico, l'ingresso nell'unione monetaria europea. Ogni decennio una prova. Puntualmente superata. Ora non più. Il passato causa frustrazione comparativa. L'indagine Demos ne offre un esempio chiaro. Secondo le persone intervistate, infatti, gran parte delle categorie professionali, negli ultimi anni, hanno peggiorato la loro condizione sociale e di vita. Non solo quelle più periferiche: i pensionati, gli operai. Anche i protagonisti della grande espansione degli ultimi vent'anni - artigiani e piccoli imprenditori - sono percepiti in declino. Come, d'altronde, le figure professionali ritenute, non troppo tempo fa, garantite e degne di considerazione sociale: gli impiegati, i tecnici del settore privato; gli insegnanti, i professori. I ceti medi, emergenti e tradizionali, pubblici e privati, agli occhi degli italiani hanno, quindi, perso ruolo e prestigio. È, peraltro, significativo osservare come il senso di frustrazione emerga soprattutto nei confronti dell'attività professionale svolta da ciascuno. Per cui gli artigiani, più degli altri, ritengono peggiorata la loro condizione. E così i professori, i piccoli imprenditori, e via proseguendo. È come se vedessero frustrate le aspettative maturate nel passato e temessero, al contempo, di misurarsi con il futuro.
2. Il secondo fattore di insoddisfazione sociale riguarda le attese di cambiamento intergenerazionale. Nel corso del dopoguerra ogni giovane generazione è stata mossa dalla convinzione che avrebbe realizzato un destino migliore rispetto a quello degli adulti. Oggi non è così. Un giovane su due pensa che ad attenderlo vi sia una prospettiva meno gratificante di quella raggiunta dai suoi genitori. E i suoi genitori, i suoi nonni, al proposito, appaiono ancor più pessimisti. D'altronde, le politiche sociali, del lavoro, dell'educazione, non danno molti motivi di speranza ai giovani.
3. Il terzo fattore riguarda la struttura e la mobilità sociale. Gli atteggiamenti degli italiani delineano una scala sociale caratterizzata da una grande concentrazione nelle posizioni "intermedie". Quasi sei persone su dieci, infatti, definiscono la loro famiglia di classe sociale "media". Una su dieci si definisce di classe sociale alta o medio-alta. Il terzo che rimane, infine, si colloca al di sotto dell'Italia media. Il 22% degli intervistati si sente di classe sociale "medio-bassa". Il 10%, bassa. Racchiude, quest'ultima posizione, gli "ultimi". Coloro, almeno, che si sentono tali. In maggioranza donne, di età matura e anziana, di basso livello di istruzione. Casalinghe (sole), pensionate (e pensionati). Oppure operai (e operaie), del privato. Hanno poche e deboli relazioni sociali. Guardano il futuro economico con sfiducia e pessimismo. Consumano poco, risparmiano ancora meno, non vanno praticamente in ferie, né al ristorante. Magari esagerano i media, o le cassandre mosse da intenti propagandistici. Ma non sembra poi tanto azzardato pensare che gli "ultimi" ritengano faticoso il mestiere di vivere. E si accontentino di sopravvivere.
Se si sale un poco, sulla scala, e si valutano gli atteggiamenti e la condizione delle persone che si definiscono di ceto "medio-basso", lo scenario propone molte analogie. Cambia, sicuramente, il profilo generazionale e professionale. Uomini e donne si equilibrano. Prevalgono le persone di età centrale, ma non mancano i giovani. Mentre, accanto ai pensionati, è significativa la presenza di operai, ma anche di tecnici e impiegati, pubblici e privati. Ceti medi e classe operaia, a reddito fisso. Riescono a "consumare" più degli "ultimi". Ma con fatica. E al costo, negli ultimi anni, di non mettere da parte nulla. Sono, anch'essi, frustrati, pessimisti: sull'andamento dell'economia, circa la propria condizione familiare. E disorientati: più degli "ultimi". Si sentono, per questo, al più "penultimi".
Coloro che stanno "nel mezzo" della scala sociale, d'altronde, sembrano spaccati in due. Metà di essi (vi coesistono operai, impiegati ma anche lavoratori autonomi) manifestano incertezza nel futuro, insicurezza nelle prospettive economiche, insoddisfazione del reddito familiare. Non riesce a guardare il futuro con fiducia. È qui la principale differenza rispetto alle precedenti fasi del dopoguerra. Fino a qualche anno fa, la struttura sociale italiana era attraversata da aspettative di mutamento e mobilità. Tutti, individui e categorie, guardavano avanti. Si proiettavano oltre chi li precedeva, nella gerarchia sociale. Nell'Italia dei ceti medi, tutti erano determinati a migliorare le proprie condizioni e quelle dei figli. Gli operai a farsi artigiani, gli artigiani a farsi imprenditori, gli impiegati e i tecnici a sviluppare una carriera professionale, dentro le aziende o in proprio. E tutti, dediti a integrare professione e reddito con altre risorse, altri percorsi paralleli. L'Italia laboriosa e parsimoniosa; l'Italia imprenditiva, redditiera e giuliva. Fatta di produttori, risparmiatori, piccoli azionisti e consumatori. È finita. Questa età. O, almeno, staziona. Esclusi gli "ultimi", che alle spalle non hanno nessuno (solo i poveri che arrivano da altri paesi), tutti gli italiani guardano indietro, con trepidazione. Soprattutto coloro che stanno nel mezzo o appena sotto. Un tempo erano in marcia, verso una posizione migliore. Oggi temono di scivolare ancora. Di perdere ciò che hanno costruito, di generazione in generazione. L'Italia media. Oggi è troppo impegnata a vivere e a sopravvivere, per indulgere al "sogno italiano", coltivato e interpretato dal premier. E sono troppo impegnati, i giovani, a navigare nel mare del presente, per immaginare il futuro. Tutti, temono di scivolare indietro. Di toccare il fondo. E resistono. Insoddisfatti e incazzati.
Il male sottile che affligge la società italiana. È la sindrome dei "penultimi".

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