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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
LA POLITICA NON CERCA LA SELEZIONE: IN ITALIA VINCE LA VIA DINASTICA
[La Repubblica, 13 novembre 2008]

IL SOGNO americano, interpretato da Obama, a molti italiani evoca, soprattutto, la possibilità e la capacità di cambiare. Perché Barack Obama è giovane e di colore. Parte di una minoranza, fino ad oggi esclusa dal potere. In più: non ha alle spalle una carriera politica lunga. Non fa parte delle oligarchie familiari che contano, fra i repubblicani e i democratici. La voglia di cambiare, cioè, ha spinto una grande quota di cittadini americani - anche "bianchi" - a scegliere (in larga maggioranza) un presidente meno condizionato da interessi ed eredità sociali, generazionali, familiari. Evidente la frattura rispetto all'Italia.
D'altronde, in nessun altro luogo in Europa l'incapacità di cambiare e di innovare la classe dirigente è altrettanto evidente che in Italia.
In Spagna: in trent'anni di democrazia si sono succedute quattro leadership. In Francia, nel corso della V Repubblica, si è passati dal gollismo al mitterrandismo fino al sarkozysmo. Il cui interprete, Nicolas Sarkozy, non proviene dalle Grandes Ecoles; ed è, inoltre, di origine straniera (ungherese, per la precisione).
Ma lo stesso vale per la Germania (passata, in vent'anni, da Kohl a Schroeder fino ad Angela Merkel) e per l'Inghilterra (dalla Thatcher a Mayor; e da Blair a Gordon Brown). Nell'Italia repubblicana, invece, i cambiamenti sono avvenuti in modo sporadico, per strappi e rivoluzioni. La generazione politica che ha costruito la democrazia e ricostruito l'economia e la società italiana era, prevalentemente, "giovane" all'indomani della guerra, nella fase costituente. Un po' meno, cinquant'anni dopo, quando, in buona parte, guidava ancora il sistema politico e le istituzioni.
Il Sessantotto, in realtà, non ha prodotto fratture determinanti nella classe dirigente dei partiti maggiori. Neppure a sinistra. Ne ha, semmai, accelerato la crisi. Perché si verificasse un cambiamento profondo si è dovuto attendere la fine della Prima Repubblica, nei primi anni Novanta. Appunto: una "rivoluzione". La caduta del "nostro" muro. Tuttavia, dal punto di vista dei soggetti politici e della leadership, le novità più rilevanti sono emerse a Destra. O, comunque, da settori antipolitici. Dalla Lega, anzitutto, la quale ha favorito l'accesso nel sistema politico e di governo di categorie divenute periferiche nei partiti di massa. Operai e lavoratori autonomi, giovani, "dilettanti" politici.
In seguito, l'ha affiancata e sovrastata Silvio Berlusconi, che, con il suo "partito personale", ha occupato lo spazio lasciato vuoto dai partiti di governo. Berlusconi e Bossi: entrambi del Nord, entrambi "padroni" del loro partito, entrambi "nuovi" per linguaggio e stile di leadership. Politici impolitici e populisti. Maestri della personalizzazione: territoriale oppure mediatica. A sinistra, l'affermazione di Romano Prodi e dell'Ulivo è stata favorita dalla debolezza dei partiti tradizionali. Sopravvissuti allo sfascio del sistema. Ma sradicati dal punto di vista sociale e del territorio. E zavorrati dall'eredità politica del passato. Più che imporsi, Prodi è apparso, allora, una reazione difensiva alla sfida di Berlusconi.
Quindici anni dopo, siamo sprofondati in un "regime oligarchico e personalizzato", che non lascia spazio al rinnovamento. A destra, Berlusconi e Bossi sono saldamente in sella ai loro partiti. Intorno al Cavaliere: esperti, consulenti di fiducia, amici e amiche. Un modello "cortigiano". In cui la successione può avvenire solo per via dinastica. Il più tardi possibile, visto che il Sovrano prevede di mantenere lo scettro oltre il secolo di vita. A sinistra, Prodi è stato sostituito, alla guida, dai "ragazzi" della Figc e del Movimento Giovanile Dc degli anni 70 e 80. Le primarie hanno plebiscitato prima Prodi e poi Veltroni, senza vera competizione. Mentre a livello territoriale appaiono, molto spesso, regolate dal centro. Il loro esito: predeterminato. Insomma: non appaiono ambienti di lotta per la vita. Di selezione darwiniana. Dove possano emergere i migliori; in grado, per affermarsi, di "uccidere" padri e maestri.
Anche l'esperienza dei sindaci che, nei primi anni '90, aveva promosso un significativo rinnovamento della classe politica non ha trovato sbocchi in ambito nazionale (salvo che per i sindaci di Roma) ed è stato "normalizzato" in periferia.
Tutto ciò, d'altronde, riflette un vizio nazionale, che, negli anni, è degenerato. Siamo una società familista e vecchia. Vecchia e familista. E, inoltre, corporativa e localista. Immobile e chiusa. La politica, in fondo, ne riproduce ed enfatizza i limiti, come un gioco di specchi. Un paese previdente si attrezzerebbe per superare in fretta questo problema, che sta producendo effetti devastanti.
Penserebbe, ad esempio, a favorire l'accesso nella politica e nelle istituzioni delle componenti "nuove"; delle "minoranze". Applicherebbe seriamente le quote "rosa", riservate alle donne. Ma introdurrebbe anche le quote "verdi", riservate ai giovani con meno di 35 anni. Abbasserebbe l'età del voto a 16 anni, anche alle politiche. E allargherebbe agli immigrati regolari il diritto di voto, alle amministrative e non solo. (Da noi, l'abbiamo già detto, Obama potrebbe, al massimo, ambire all'incarico di mediatore interculturale in qualche amministrazione di sinistra). Tuttavia, l'interesse comune contrasta con quello particolare. L'investimento nel futuro, anche immediato, è frenato dalle resistenze del passato. Per cui è difficile immaginare grandi mutamenti, senza nuovi strappi.
Come nel '45, nel '68 e nel '92. Senza rivoluzioni, senza fratture e "ribellioni" è difficile che le donne e - a maggior ragione - i giovani divengano protagonisti. Per questo guardiamo con interesse alle mobilitazioni studentesche di queste settimane. Al là degli obiettivi espliciti, possono diventare occasioni importanti di "formazione politica". Esperienze utili all'affermazione di nuovi leader. Tuttavia, questi giovani, questi studenti, difficilmente riusciranno a diventare una "generazione politica" con il permesso e la compiacenza dei genitori e dei professori.
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