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OSSERVATORIO CAPITALE SOCIALE - FOCUS: GLI ITALIANI E L'INTERVENTO IN LIBIA

Osservatorio nazionale a cadenza trimestrale in collaborazione con Coop (Ass. Naz.le cooperative di consumatori). Senso civico, altruismo, solidarietà e altri comportamenti riconducibili al concetto di "capitale sociale".
Gli italiani e l'intervento in Libia "Basta raid, missione di pace"
[di Fabio Turato]
In pochi ricordano che il Vittoriano custodisce la bandiera della prima missione di pace italiana. Un incarico militare e umanitario difficile, nel 1982, la missione "Italcon" in Libano, con un esercito assai differente da quello di oggi. Formato da ragazzi di leva dimenticati troppo in fretta. Che dimostrarono però di fronteggiare i pericoli e di rimediare ai limiti della logistica, con una coesione e un operato che da allora è diventato il marchio di qualità dei contingenti italiani nel mondo ancora oggi. Come aveva sottolineato il presidente della Repubblica Sandro Pertini in visita di Stato ai militari di stanza a Beirut: "Soldati generosi e pronti ad aiutare la popolazione!", puntualizzò.
Un riconoscimento di cui anche la politica nazionale si è frequentemente auto-investita in anni recenti, magari non meritandolo. Visto che spesso si è nascosta dietro le uniformi dei nostri soldati. Per coprire in questo modo carenze di strategia e di iniziativa diplomatica, nel convincimento che "anche se manca una linea politica, intanto mandiamo i soldati" (Limes 4/09). Al contrario di quel che invece accadde in Libano. Dove la missione italiana diventò una "locomotiva", insieme a francesi e americani. Non semplice "vagone" di un convoglio guidato da altri, come chiarì l'ex ministro della difesa Lagorio qualche anno più tardi.
Segnali, dunque di un cambiamento della nostra politica estera. Lo possiamo vedere anche dalle opinioni degli italiani sulla missione in Afghanistan (Limes, 6/10) e lo conferma oggi il caso della Libia. I dati dell'indagine Demos Coop evidenziano come solo l'8,6% degli italiani appoggi l'attuale intervento militare e il 27,5% consideri invece la via diplomatica al fine di fermare gli scontri in Libia. Mentre ben il 56,9% degli italiani sostiene una missione internazionale di pace. Risultati che sottolineano come nell'opinione pubblica esista sia un sentimento di incertezza verso i raid aerei, sia il riconoscimento di una mancata direzione politica della crisi da parte del governo, soprattutto negli ultimi mesi. A partire dal presunto piano italo-tedesco che, nei disegni del governo, doveva bilanciare l'asse Londra-Parigi; ha creato invece lo sbigottimento nella diplomazia di Berlino. Per arrivare poi all'enfasi con cui i ministri competenti sottolineino che gli aerei italiani non avrebbero mai aperto il fuoco durante le incursioni della missione Nato Unified Protector. Parole smentite ruvidamente dal richiamo all'ordine dell'Alleanza atlantica. Dunque, dal 56,9% di italiani che sostiene la missione internazionale di pace possiamo trarre due indicazioni. La prima rispecchia la disillusione dell'opinione pubblica nazionale verso la nostra politica estera in Libia. Tanto che poco più di un italiano su quattro crede nella via diplomatica italiana. La seconda riguarda invece l'alto livello di fiducia nei confronti delle forze armate italiane. Chiamate a ricoprire non esclusivamente un ruolo militare nell'ambito della missione di pace internazionale.
Due fattori interessanti poiché gli italiani - anche per il peso della tradizione cattolica - rimangono pacifisti per convinzione (Ilvo Diamanti su la Repubblica del 21.3.2011), ma l'impegno di soldati italiani sul terreno ha tuttavia smesso di essere un tabù. A patto di intervenire a favore della pace coinvolgendo popolazioni e parti in conflitto (la Italian Way to Peacekeeping). E' un orientamento espresso dagli intervistati che però suona più come una delega in bianco alla comunità internazionale, piuttosto che una richiesta alla politica nostrana di definire gli obiettivi di una eventuale missione. Va ricordato che il 52,2% degli uomini e soprattutto dal 61,2% delle donne (i sondaggi sottolineano sempre la maggiore propensione pacifista delle donne e delle madri) approva l'intervento come missione di pace.
Inoltre è diffusa l'idea che sarebbe stato più opportuno sottolineare, anche mediaticamente, il valore del soft power italiano. Piuttosto che spettacolarizzare la visita di Gheddafi a Roma lo scorso agosto, che è stato solo l'ultimo esempio di esibizione mediatica dei due leader, quello italiano e quello libico. Era meglio cioè sostenere le piccole e medie imprese e le Ong, chiamandole ad operare nel quadro dei programmi di cooperazione con il nord Africa. Poiché loro sono gli autentici protagonisti dell'internazionalizzazione all'italiana, per come riescono a diventare embedded nelle società e nelle economie locali. Indicazioni emerse anche dal 71,3% dei lavoratori autonomi e dei disoccupati oggi favorevoli ad una missione di pace internazionale, come pure il 54,8% degli studenti e il 53,7% di tecnici, impiegati e funzionari.
L'Italia per i nostri alleati era il paese deputato a gestire i rapporti con la Libia, ma ha fallito. Ha fallito proprio nella sua azione di politica preventiva. Si tratta di un orientamento diffuso anche nelle opinioni degli italiani. L'Italia è stata carente nel cercare di approfondire la conoscenza delle parti in gioco con missioni civili tese a trovare accordi locali e attivare negoziati; nel fornire risposte alle domande di giustizia e legalità, come nel caso nella gestione dei migranti; nel farsi promotore di una politica preventiva di cooperazione con l'Ue. Ha invece puntato a concludere intese volte in primo luogo a privilegiare poche grandi aziende e a spostare sulla sponda sud del Mediterraneo i disperati diretti verso il continente. Una pochezza strategica che concorre nei fatti a nutrire la crescente sfiducia verso l'azione diplomatica italiana registrata nella ricerca. Costretta, suo malgrado, all'inefficacia dall'assenza di valide direttive politiche. Rischiando così di divenire l'autentico capro espiatorio della crisi. Anello debole di scelte politiche capaci invece di sole risposte emergenziali e di corto respiro. Tanto che - se la sfiducia verso l'opzione militare risulta generalizzata - i dubbi nei confronti dell'operato della diplomazia italiana presentano invece una direzione geopolitica precisa. Con differenze sensibili tra Nord e Sud.
Infatti, se a Nord Ovest il favore espresso nei confronti dell'azione diplomatica è pari al 32,8%, calano a Nord Est (26,6%) e in Italia centrale (27,6%) e soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno: 24,5%. Comprensibilmente, essendo l'area dove maggiori sono stati i contraccolpi per la mancanza di una strategia politica italiana durante le fasi della crisi in Libia. Per contro, la fiducia espressa verso la missione internazionale di pace, mostra l'andamento opposto. Se gli intervistati del Nord Ovest risultano favorevoli per il 50,3% e quelli del Nord Est per il 55%, nelle regioni centrali salgono al 57,9%. Ma arrivano addirittura al 61% nelle regioni meridionali.
Il favore nei confronti della missione internazionale di pace in Libia si riflette anche sulle intenzioni di voto. In maniera più evidente tra gli intervistati che si collocano all'opposizione. Quanti si dichiarano vicini a Futuro e Libertà (63,9%) e a Sinistra Ecologia e Libertà (60,2%) esprimono le preferenze più elevate. Mentre un poco più basso è il dato relativo agli intervistati che votano UdC (58%) e quello fatto registrare da chi si ritiene in sintonia con il Partito democratico (57,2%). Così chi intende votare Italia dei Valori indica la missione di pace come strategia per intervenire nella crisi libica nel 50,2%.
Tuttavia, la questione non riguarda solo i partiti di opposizione ma, paradossalmente, anche quelli di governo. Il 57% dei sostenitori del Popolo della Libertà e il 50,1% dei leghisti approvano l'intervento internazionale. Consapevoli del fallimento italiano nella gestione dei rapporti italo - libici, sono con ogni probabilità anche loro consapevoli della necessità di un robusto cambiamento nella gestione del dossier Gheddafi.
Contrariamente a chi si sente vicino al Movimento 5 Stelle: questi elettori presentano il profilo politico più multiforme, sostenendo, da un lato, l'intervento internazionale (nel 41,8% dei casi) e la sola azione diplomatica nel 31,9%. Al tempo stesso però fanno osservare la percentuale più elevata tra chi ritiene l'opzione militare la migliore strategia da attuare (19,7%).
In conclusione, dai dati emerge la freddezza espressa dagli intervistati nei confronti della diplomazia e un consenso considerevole verso la delega internazionale alla soluzione della crisi. Il che ci espone al ripetersi di una storia già vista in anni recenti. Quella della politica nazionale pronta a sfruttare l'orientamento dei cittadini, nonché l'impegno (e non di rado il sacrificio) dei nostri soldati. "L'importante è contare, non partecipare" (Lucio Caracciolo, Limes 2/2011) e c'è da aspettarsi che anche la prossima partecipazione a una missione internazionale senza stabilire per tempo se e come prendervi parte, ci permetterà solo di restare comparse sulla scena. Lontano dai tavoli delle decisioni che contano e sempre più esposti ai rischi delle operazioni sul terreno.

NOTA INFORMATIVA

L'Osservatorio sul capitale sociale è realizzato da Demos & Pi in collaborazione con Coop (Ass. Naz.le cooperative di consumatori) e la partecipazione del LaPolis - Univ. di Urbino per la parte metodologica e di Medialab - Vicenza per quella organizzativa.
L'indagine è curata da Ilvo Diamanti, Luigi Ceccarini con la collaborazione di Ludovico Gardani per la parte metodologica (LaPolis, Univ. di Urbino) e Filippo Nani (Medialab, Vicenza) per quella organizzativa. Martina Di Pierdomenico ha collaborato all'impostazione dell'indagine e ha curato l'analisi dei risultati.
Il sondaggio è stato condotto da Demetra (sistema CATI, supervisione di Claudio Zilio) nel periodo 16-19 maggio 2011. Il campione nazionale intervistato è tratto dall'elenco di abbonati alla telefonia fissa (N=1310, rifiuti/sostituzioni:6.789) ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (margine di errore 2.7 %).
Documento completo su www.agcom.it
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