demos & PI
contatti area riservata
RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO OSSERVATORIO CAPITALE SOCIALE IL MONDO A NORDEST MONITOR ITALIA LE INDAGINI EUROPEE
Le mappe di Ilvo Diamanti
ULTIME MAPPE
Il “campo larghissimo” piace al centrosinistra ma non convince chi vota il Terzo Polo
(1 marzo 2024)
vedi »
L’autonomia leghista piace sempre meno Soltanto nel Nord Est cresce il consenso
(19 febbraio 2024)
vedi »
Con i trattori otto italiani su dieci. E Meloni perde sei punti di consenso
(10 febbraio 2024)
vedi »
Il potere locale nella democrazia incerta
(29 gennaio 2024)
vedi »
LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
CAMPAGNA ELETTORALE FORMATO REALITY
[La Repubblica, 21 gennaio 2013]

Manca ancora un mese al voto. Anzi, qualcosa di più. Ma è come se, a spoglio iniziato, si discutesse degli exit poll. In attesa delle proiezioni. Con il timore che le stime fornite si rivelino sbagliate. È già avvenuto. Nel 2006, in particolare. Quando gli exit poll annunciarono la larga vittoria dell'Ulivo di Prodi. Mentre, a spoglio concluso, la competizione si risolse in un quasi-pareggio.

Oggi, a un mese al voto, è come se fossimo ancora lì, dentro e davanti gli schermi, a interrogarci sull'attendibilità delle stime prodotte dai sondaggi. Che da troppo tempo e con troppo anticipo, hanno decretato il successo del centrosinistra e del Pd, guidato da Bersani. Oggi, come nel 2006, si teme - oppure si spera, a seconda dei punti di vista - l'idea della rimonta di Berlusconi. Alimentata da alcuni sondaggi, che registrano un avvicinamento tra il centrosinistra e il centrodestra.

Tra Bersani e Berlusconi la forbice si stringe, è la voce che corre. Amplificata da Berlusconi, che, come highlander, affolla gli schermi, più volte al giorno, per narrare la leggenda del proprio eterno ritorno. E che è lì, addosso a Bersani. Anzi, l'ha praticamente superato. Sondaggi alla mano. I propri, naturalmente. Come nel 2006. Oggi, quel precedente incombe. E legittima ogni timore e ogni speranza. Tanto che Luca Ricolfi, sulla Stampa, autorevolmente, si chiede e chiede: "E se Berlusconi vincesse ancora?". Tanto più dopo la performance a "Servizio Pubblico", la trasmissione di Santoro. All'indomani, giornali e giornalisti, sondaggi alla mano, "hanno dato i numeri" del (presunto) recupero prodotto da quella prestazione.

Il problema è che mai come oggi i sondaggi sono apparsi tanto discordanti. A livello nazionale, infatti, il centrosinistra oscilla dal 33% a oltre il 40%. Il centrodestra dal 24% a 34%. Così tutto - ma davvero tutto - diventa possibile. La vittoria larga e schiacciante del centrosinistra. Oppure la rimonta di Berlusconi. Peraltro, questa carovana di sondaggi e di dati si snoda ovunque. In televisione e sui giornali. Non c'è emittente, tg e talk politico che non abbia il suo istituto demoscopico e il suo pollster di riferimento. Che fornisce i suoi numeri e le sue stime ogni settimana, a volte ogni giorno.

La Rete, da parte sua, rilancia tutti i sondaggi, tutte le stime e tutte le statistiche. Così viviamo immersi in una sorta di reality a reti - e testate - unificate. Di cui tutti sono al tempo stesso attori e spettatori. D'altronde, i talk politici e di approfondimento stanno ottenendo indici di ascolto elevati. In particolare, quando va in scena Berlusconi. Possibilmente, in terreno nemico o comunque insidioso. Dove gli è possibile recitare la parte del Cavaliere di Münchausen. Che si risolleva, per miracolo, quando tutti lo danno per finito.

Berlusconi: può contare sull'assuefazione al modello che egli stesso ha inventato e affermato - in Italia. La politica come marketing e come spettacolo. A cui è difficile sottrarsi. Non vi riescono neppure gli avversari. Per cui recitano, insieme a lui, nel teatro della (media) politica. Affiancati da altri attori. I conduttori televisivi, i giornalisti, gli esperti. I pollster. (Lo preferisco a "sondaggisti"). Nuovi protagonisti. Perché recitano la parte dei "garanti". E dei giudici. Quelli che misurano il gradimento e il consenso dei partiti e dei politici presso l'opinione pubblica. Per cui traducono la competizione elettorale - che avverrà tra un mese oppure una settimana - in un plebiscito continuo. Che si rinnova e si ripropone ogni giorno e in ogni momento del giorno. Con il limite - oppure il vantaggio - che non c'è un solo risultato, un solo indice, una sola misura. Ce ne sono molte. Così nessuno vince e nessuno perde, in modo definitivo. Dipende dal momento, dal sondaggio, dalla trasmissione.

Naturalmente, l'approssimazione che caratterizza le stime dei sondaggi riflette alcune ragioni molto ragionevoli. Ne segnalo solo alcune, a cui ho fatto cenno in altre occasioni.

1. I sondaggi rilevano le opinioni degli elettori, che però cambiano, via via che il voto si avvicina. Gran parte degli elettori non si interroga sulla propria scelta a mesi e neppure a settimane di distanza. Anche per questo la quota degli indecisi è alta. E tende a ridursi insieme alla distanza dalle elezioni.

2. Le scelte degli elettori (sondati) dipendono dall'offerta politica. Fino a un mese fa solo il Centrosinistra era sceso in campo. Trainato, peraltro, dalle primarie. Tutto il resto era sospeso. Il ruolo di Berlusconi, l'alleanza fra Pdl e Lega. La presenza di Ingroia a Sinistra. E, in particolare, l'iniziativa e lo spazio di Monti.
Ciò spiega l'ampiezza dei consensi attribuiti al Pd e al centrosinistra. Fino a qualche settimana fa, soli in un campo politico confuso. Ma ciò spiega anche la "riduzione" della forbice registrata dai sondaggi, nell'ultima fase. Perché oggi il centrosinistra fa i conti con altri soggetti politici. Veri e definiti.

3. Tuttavia, la "misura" di questa tendenza è difficile da dimostrare. Perché manca ancora oltre un mese al voto e gli indecisi sono ancora circa il 30%. E molto può cambiare. Anche perché la campagna elettorale serve proprio a questo: a rafforzare oppure a modificare le tendenze rilevate dai sondaggi.

Infine c'è la questione fondamentale. I sondaggi, come ha sottolineato Nando Pagnoncelli, si sono trasformati "da strumento di conoscenza ed analisi ... a strumento di propaganda e di previsione". E, aggiungo, di spettacolo. Più che rilevare l'opinione pubblica, la mettono in scena e la costruiscono. Un'evoluzione particolarmente favorevole a Berlusconi. Che prima degli altri ha introdotto la politica come marketing. E meglio di altri ne controlla gli strumenti e le tecniche.

Così, nella confusione demoscopica e nel reality della campagna elettorale, che oggi impazzano, il Cavaliere è riuscito a rilanciare il bipolarismo personale: Pdl-Berlusconi vs Pd-Bersani. Complice l'afasia di. Ha messo all'angolo Monti e la sua coalizione. Ma anche Grillo e la Sinistra di Ingroia.

È riuscito, inoltre a sollevare il dubbio: "E se vincesse di nuovo Berlusconi?". Non importa se sia vero. Un altro autorevole analista di sondaggi, come Paolo Natale (su "Europa"), anzi, definisce la rimonta una "leggenda". Ma sollevare il dubbio e perfino contestarne il fondamento, in fondo, significa legittimarlo. E accettare il gioco della (video) politica come marketing significa riprodurre il berlusconismo. Una recita ormai stanca e invecchiata. Come il protagonista. E come gli altri attori che lo assecondano, pur recitando la parte degli avversari. Come gli spettatori-elettori. Noi. Che abbiamo l'occasione, tra un mese, di chiudere il reality show a cui partecipiamo da vent'anni.

home  |  obiettivi  |  organizzazione  |  approfondimenti  |  rete demos & PI  |  partner  |  privacy step srl  ::  p. iva 02340540240