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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
LA MESSA È FINITA
[La Repubblica, 12 giugno 2013]

Vent'anni dopo la Seconda Repubblica è finita. Questo mi sembra il senso "politico" di questa consultazione. Che ha le specificità e i limiti di un voto "locale", ma assume comunque un significato politico "nazionale".

Non solo perché ha coinvolto quasi 7 milioni di elettori, in 564 comuni. Tra cui, 16 capoluoghi di provincia e 92 città con oltre 15 mila abitanti. Ma perché, a mio avviso, conferma la svolta dalle elezioni politiche di febbraio. Segna, cioè, la fine della "rivoluzione" partita vent'anni fa, nel 1993, proprio dalle città. Dove, per la prima volta, si era votato "direttamente" per il sindaco. Quando, prima del ballottaggio, Silvio Berlusconi, "sdoganò" i post-fascisti, annunciando che, se, vi avesse risieduto, a Roma avrebbe votato per Gianfranco Fini. Ma la "rivoluzione" si produsse e riprodusse, soprattutto, nel Nord. In particolare, a Milano. La città di Mani Pulite dove Marco Formentini, candidato della Lega, divenne sindaco. Dove Silvio Berlusconi fondò Forza Italia, il suo "partito personale" e "aziendale". Che l'anno seguente vinse le elezioni politiche. Aggregando Alleanza Nazionale, nel Centro Sud, e la Lega nel Nord. Così Milano conquistò l'Italia. E la "questione settentrionale" divenne "questione nazionale". Il capitalismo popolare, della piccola impresa, rappresentato dalla Lega, insieme al capitalismo mediatico, finanziario e immobiliare, interpretato da Berlusconi. Conquistarono l'Italia. Complice l'Alleanza Nazionale del Sud.

Vent'anni dopo, quel percorso sembra finito. Il Forza-leghismo (come l'ha definito Edmondo Berselli) ha perduto la sua Bandiera. Il Nord. Il territorio. Il Centrodestra, in queste elezioni, è stato "s-radicato", proprio dove era più "radicato". Nei luoghi della Lega. A Treviso, per prima. La città di Gentilini - e del governatore Zaia. Ma la Lega ha perduto anche nelle città vicine a Verona. Feudo del Nuovo leghismo di Tosi.

Tutto il Centrodestra, però, si è "s-radicato". Ovunque. I dati, al proposito, sono impietosi. Nei 92 comuni maggiori dove si è votato, prima di queste elezioni, il Centrodestra aveva 49 sindaci (di cui 2 la Lega da sola). Nel Nord "padano", in particolare, amministrava 16 comuni maggiori (compresi i 2 della Lega), sui 28 al voto. Oggi la Lega è scomparsa. E il Centrodestra, guidato dal Pdl, ha "mantenuto" solo 14 città maggiori, in Italia, cioè meno di un terzo. E 3 nel Nord. In pratica: è quasi sparito. In questi giorni ha perduto le roccheforti residue. Da ultima, Imperia - il feudo di Scajola. Per prima - e soprattutto - Roma. La Capitale.

Il Centrodestra è affondato anche nel Centrosud e nel Mezzogiorno. Sconfitto a Viterbo, e nei principali capoluoghi siciliani dove si votava. A Messina, Catania, Ragusa, Siracusa. È questa la principale indicazione "politica" di questo voto "amministrativo": la sconfitta del Centrodestra. Insieme al declino - simbolico e politico - del territorio. Eppure non è stato sempre così. Cinque anni fa, appena, il centrodestra governava ancora in alcune importanti capitali. A Milano, Palermo, Cagliari. Roma. Ora le ha perdute. Tutte. Cos'è successo, in questi ultimi anni? Ha pesato, sicuramente, il declino dei riferimenti sociali ed economici: l'impresa e gli imprenditori - ma anche i lavoratori - della piccola impresa. Il capitalismo finanziario e speculativo. La crisi globale li ha stremati. E li ha posti reciprocamente in conflitto. Inoltre, l'invenzione del Pdl non ha "coalizzato" Fi e An. Li ha svuotati entrambi. Ne ha fatto un solo, unico contenitore "personale". La Lega, invece, si è "normalizzata". È divenuta "romana". Così, al Centrodestra è rimasta solo l'immagine - peraltro sbiadita - del Capo. Berlusconi. In ambito politico nazionale. Mentre a livello locale non è rimasto praticamente nulla.

La svolta oltre la Seconda Repubblica è sottolineato dal crescente peso dell'astensione, cresciuta notevolmente, rispetto alle elezioni precedenti. A conferma che la messa è finita. In altri termini: il voto non è più una fede. Così, occorrono buone ragioni per votare un partito o un candidato. E, prima ancora, per andare a votare. Negli ultimi vent'anni, il non-voto è stato, in parte, assorbito dal voto di protesta. Intercettato dalla Lega, ma anche da Berlusconi. Canalizzato, alle recenti elezioni politiche, da Grillo e dal M5S. In questo caso non è avvenuto. Al primo e a maggior ragione al secondo turno. Per ragioni fisiologiche - non ci sono preferenze da dare, i candidati si riducono a due, molte sfide appaiono segnate. Ma anche perché "non votare", in una certa misura, è un modo per votare. E conta molto, visto lo spazio che gli viene dedicato dagli attori e dai commentatori politici.

Alla fine della Seconda Repubblica, così, riemerge il Centrosinistra. E soprattutto il Pd. Considerato in crisi, dopo il voto di febbraio. Ma soprattutto dopo-il-dopo-voto. Fiaccato "da" Berlusconi - regista delle larghe intese. "Da" Grillo e dal M5S - vincitori delle elezioni politiche. In questa occasione, il Pd, insieme al Centrosinistra, ha vinto ovunque. O quasi. In tutte e 16 le città capoluogo. In 21 comuni maggiori del Nord (su 28), 10 (su 12) nelle regioni rosse e in 22 nel Centro-Sud (su 52). Mentre il Pdl si è sciolto e la Lega è scomparsa. Mentre il M5S ha eletto il sindaco a Pomezia - seconda città del MoVimento, per peso demografico, dopo Parma. E va in ballottaggio a Ragusa. In altri termini, "resiste" ed "esiste", ma non avanza, come nell'ultimo anno.

Un altro segno del cambio d'epoca. Perché se il territorio declina, come bandiera, torna ad essere importante come risorsa politica e organizzativa. E favorisce i "partiti" che ancora dispongono di una struttura e di persone credibili e conosciute, presso i cittadini. In altri termini, il Pd è un partito personalizzato, a livello locale. Ma è diviso e impersonale, a livello nazionale. Gli altri, il Pdl e lo stesso M5S, sono partiti personali in ambito nazionale. Ma senza basi locali. Così la competizione elettorale diventa instabile e fluida, come quel 50% di elettori senza bussola e senza bandiera. Per questo nessuno può né deve sentirsi al sicuro. Non il Pdl, partito personale e senza territorio, gregario di una Persona alle prese con troppi problemi personali. Ma neppure il Pd. Partito personalizzato, sul territorio, ma im-personale, a livello nazionale. La Seconda Repubblica bipolare fondata "dalla" Lega e "su" Berlusconi: è finita. Ma la Prima Repubblica, fondata "dai" e "sui" partiti, non tornerà. Da oggi in poi, ogni elezione sarà un "salto nel voto".

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