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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
UN PRESIDENTE SENZA PARTITO
[La Repubblica, 17 marzo 2014]

L'incontro fra Matteo Renzi e François Hollande, all'Eliseo, due giorni fa, offre un'immagine esemplare. Affianca due casi singolari e speculari. Due Presidenti. Che propongono due profili, per molti versi, simmetrici. Hollande è un Presidente che dispone di poteri ampi. Garantiti da una forma di governo semi-presidenziale. Eppure fatica a governare, perché ha un consenso molto limitato.

Matteo Renzi, al contrario, è il presidente del Consiglio, vincolato da un sistema parlamentare complesso e da un Parlamento diviso. E per governare ricorre al consenso elevato (e in crescita costante) di cui dispone. Il confronto fra i due casi permette di ragionare sulle trasformazioni in atto nella democrazia rappresentativa. E, in particolare, sulle novità e sui rischi dell'esperienza - ma meglio sarebbe dire: esperimento - di Renzi.

Il problema di Hollande è costituito dal clima d'opinione nei suoi riguardi e dal tipo di leadership che ha interpretato. Per imporsi alle presidenziali del 2012, Hollande aveva, infatti, sfruttato l'impopolarità del predecessore, Sarkozy. Troppo "berlusconiano", agli occhi dei francesi. Al punto di venire etichettato "Berluskozy". Hollande, invece, gli aveva opposto l'immagine del Presidente normale. In breve, però, è divenuto fin troppo "normale", agli occhi dei francesi. Incapace, per questo, di affrontare le emergenze "eccezionali" poste dalla crisi. I suoi poteri, per questo, non gli sono serviti e non gli servono a frenare l'onda di impopolarità, sollevata dalla sua impotenza di governare la crisi. Moltiplicata dalla debolezza dei partiti e del ceto politico, investiti dagli scandali e dalla sfiducia.

Matteo Renzi deve, a sua volta, fare i conti con una crisi economica e politica, forse, più grave che in Francia. E con un clima di sfiducia verso i partiti e i politici, ma anche verso le istituzioni, peggiore che in Francia e in gran parte d'Europa. Eppure il gradimento nei suoi riguardi ha continuato a crescere (oggi è oltre il 60%). Anche se il "colpo di mano" con cui ha costretto il precedente premier, Enrico Letta, a cedergli il posto non è piaciuto alla maggioranza degli italiani, l'immagine di Renzi non ne ha risentito. Anzi. D'altronde, egli risponde a una domanda di rappresentanza, ma anche di governo, largamente frustrata fra i cittadini. I quali non credono nei partiti ma neppure nel Parlamento. Così, reagiscono in due diversi modi, fra loro contrastanti, ma coerenti.

Attraverso una prospettiva "iper-democratica", come la definisce Stefano Rodotà (e, di recente, anche Luca Ricolfi). Cioè, rivendicando la partecipazione ed esercitando il controllo di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche. Attraverso la mobilitazione, i referendum e, soprattutto, la rete. Saltando ogni mediazione, come sostengono - e fanno - Beppe Grillo e il M5s.

D'altra parte, però, la domanda di rappresentanza si traduce in una prospettiva iper-personalizzata. Realizzata attraverso i media e la comunicazione.

Un orientamento imposto, giusto vent'anni fa, da Silvio Berlusconi. Il quale ha creato, allora, Forza Italia. Il "partito personale" al suo servizio. Da utilizzare alle elezioni, in Parlamento, al governo. Matteo Renzi è arrivato dopo vent'anni di berlusconismo. Ma ne ha superato, largamente, l'inventore. La sua presentazione della manovra economica, come ha scritto ieri Philippe Ridet su Le Monde, "ha relegato Silvio Berlusconi alla preistoria della comunicazione". Di certo Renzi, a differenza di Berlusconi, non ha creato un partito personale. Ha, semmai, personalizzato il Partito Democratico, dopo aver vinto le primarie. Gli ha fornito la propria immagine. Anzi, gliel'ha imposta. Perché il Pd, per storia e organizzazione, non è in grado di coagularsi intorno a "un" leader. Senza fratture né tensioni. Lo stesso ha fatto con il governo. Lo ha trasformato in un "governo personale". Nonostante le debolezze della compagine ministeriale. O, forse, proprio per questo. Perché si tratta di una squadra di gregari, con una sola maglia, un solo capitano, un solo volto. Il problema di Renzi è che deve misurarsi con i tempi della politica e delle istituzioni. Causa di sfiducia e in-credulità fra i cittadini. Per questo Renzi va veloce. La velocità è il suo linguaggio. Ma anche la sua risposta politica alla politica del rinvio e alla resistenza politica a ogni cambiamento. Così, usa la comunicazione e il linguaggio, contro la politica e i politici, per creare consenso. E usa il consenso per superare le trappole e l'opposizione della politica. Anche del suo partito. Come ha osservato alcuni giorni fa Ezio Mauro: "Correndo deve anticipare la politica che vuole realizzare, per mettere le resistenze parlamentari, amministrative, della tecnostruttura davanti a un'opinione pubblica continuamente sollecitata da una scommessa di cambiamento in cui non credeva più di poter credere".

Avrebbe bisogno, per questo, di un "partito del Presidente". Ma in attesa e in assenza di esso, agisce da solo. Contro tutto e tutti. In questo modo sfrutta a proprio vantaggio il clima antipolitico del tempo. Ne fa una risorsa politica. Trasforma la sfiducia politica in fiducia personale. In consenso alle proprie politiche. Si presenta e si propone, cioè, come "Presidente". Capo di una repubblica presidenziale "di fatto". A cui, peraltro, da tempo i cittadini si sono abituati. Attraverso l'elezione diretta di sindaci (che egli ha sperimentato). Ma anche attraverso la tendenza a "personalizzare" l'indicazione del premier di coalizione, anzitutto nelle schede elettorali (una pratica definita da Giovanni Sartori incostituzionale). Per bypassare i limiti della politica e il deficit di governabilità, ci siamo, dunque, trasformati in una sorta di presidenzialismo preterintenzionale, come ho segnalato altre volte. Matteo Renzi ha stressato questo orientamento, in parte per necessità, in parte per vocazione. Tuttavia, questo percorso presenta alcuni rischi. Per Renzi, ma non solo. Perché fare il Presidente, senza disporre di regole e di poteri istituzionali - e senza legittimazione elettorale - non garantisce prospettive certe. Ma costringe a spinte e a forzature continue. Soprattutto e tanto più se il Pd, per storia e organizzazione, è riluttante a personalizzarsi in funzione del Presidente.

Alla guida di un presidenzialismo preterintenzionale e di un partito "ipotetico" (come lo definiva Edmondo Berselli), Matteo Renzi va veloce. Per costringere gli altri a (in) seguirlo sul suo terreno. Così, è condannato a correre. Finché il fisico e il fiato glielo permetteranno.
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