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Le mappe di Ilvo Diamanti
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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
CONTE, LEADER RIFUGIO DI UN PAESE IMPAURITO. IL PIÙ AMATO È ANCORA LUI
[La Repubblica, 29 giugno 2020]

Da oltre due anni Giuseppe Conte è a capo del governo. Con maggioranze diverse. Prima, alla guida di un'alleanza fra M5s e Lega. Poi, dal settembre 2019, di una colazione tra il M5s, il Pd e altre forze di Centro-sinistra. Due anni complicati dalle tensioni politiche. All'interno e nel rapporto con l'Europa. Ma anche per altre ragioni. Ultima: l'irruzione del Covid. Che ha travolto tutto e tutti. Ma non il governo, tantomeno il Premier. La sua popolarità, infatti, resta largamente maggioritaria. Intorno al 60%, nelle ultime settimane, dopo aver raggiunto il 70% in febbraio, quando la pandemia è scoppiata. Questo clima d'opinione non sembra cambiare, secondo i dati del sondaggio di Demos per Repubblica , condotto nelle scorse settimane. Al contrario, il favore verso il Premier sembra consolidarsi, in prospettiva futura. Quasi il 60% degli italiani (intervistati) ritiene, infatti, che questo governo durerà a lungo. Oltre un anno, secondo il 22%. Fino al 2023, cioè, a fine legislatura, secondo il 36%. Così, coloro che prevedono (e auspicano) una conclusione più rapida, non superiore a un anno, si riducono di oltre 10 punti, in meno di un anno. Oggi sono poco più di un terzo. D'altra parte, vista l'instabilità dei consensi, è difficile indicare quali forze politiche possano accelerare il cammino verso nuove elezioni. Peraltro, non è chiaro quanti "parlamentari" approverebbero questa scelta nell'assoluta in-certezza di riuscire a rientrare in Parlamento. Tuttavia, è interessante osservare come solo una minoranza dei cittadini, meno un terzo, in un futuro in-definito, auspichi l'uscita di scena di Conte dalla politica. Un atteggiamento esteso nella base dei Fd'I (64%), mentre poco più della metà fra gli elettori della Lega lo vorrebbe allontanare. Ma solo il 21% fra quelli del PD e di FI. E una minima quota, fra i pentastellati.

Così, quasi il 60% (una quota analoga, non per caso coerente, con la previsione di lunga durata per il governo) in futuro lo vorrebbe impegnato, nella politica e nelle istituzioni. Anche se in ruoli e posizioni diverse. Come leader di un partito già presente, oppure come attore (e) protagonista di un partito "personale". Il PdC. Ipotesi sostenute e auspicate, in entrambi i casi, dal 17-18% di cittadini. Che salgono al 31%, fra gli elettori, di FI. Alla ricerca di una nuova "residenza", visto il rapido degrado della casa dove "stazionano" attualmente.

Una misura pressoché identica a quella di chi lo vorrebbe ancora in politica, ma come "tecnico". Senza parte né partito. Come ora. E per questo, probabilmente, risulta ancora apprezzato. Perché "esterno" ai soggetti politici in campo. Attore politico di una scena oscurata dall'emergenza. Di fronte a un popolo "accomunato" da un "comune nemico". Senza volto. È interessante, così, osservare come un settore limitato, ma significativo, di elettori, il 6%, lo vorrebbe Presidente della Repubblica. Sopra e oltre i partiti. Un'ipotesi sostenuta, anzitutto, dagli elettori del M5s, il (non) partito che l'ha proposto. Dis-orientati in questa fase, più del solito, viste le tensioni interne. Nell'epoca dei partiti personali e, comunque, personalizzati, il M5s appare, infatti, un campo diviso fra diversi contendenti. Di Maio, Crimi, Di Battista. Oltre a Grillo, che incombe e interviene, insieme a Casaleggio. Titolare dell'azienda-partito. È comprensibile, dunque, che un ampio settore della base del M5s lo immagini protagonista nel proprio campo.

Per la stessa ragione, è comprensibile - prevedibile - che Conte cerchi di restare fuori dai giochi di parte e di partito. Perché, come abbiamo osservato, il consenso di cui dispone dipende da due fattori. Il primo: l'emergenza. Conte non è "l'uomo della provvidenza", ma "dell'emergenza". Il riferimento comune in tempi difficili. Il secondo fattore è, invece, la sua distanza dai partiti. È il Capo oltre e sopra i partiti. Infatti, ha presieduto governi diversi.

Perché oggi viviamo una nuova stagione della democrazia. Dopo la democrazia dei partiti, dopo la democrazia del pubblico, per citare Bernard Manin, è il tempo della "democrazia della paura". Contaminata dal "morbo dell'emergenza", come ha suggerito Ezio Mauro nel suo recente saggio (per Feltrinelli). Una democrazia sospesa. Senza opposizione, in fondo, senza partiti. Per questo, a Conte conviene che l'emergenza continui. E gli conviene restare fuori dai partiti. Dai conflitti di parte. Anche se riflettono la logica democratica. Perché il suo consenso personale dipende dall'in-sicurezza che grava su di noi. E fa percepire ogni opposizione, ogni limite, come un problema.

Perché la sicurezza personale viene prima di tutto. E di tutti. In questa "democrazia dell'emergenza", Giuseppe Conte è il Capo che accomuna e rassicura. Finché dura l'emergenza. Il rischio è che, il virus possa venire contrastato, superato. Ma lasci segni profondi. Sulla nostra salute. E sulla nostra democrazia.

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