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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
INVISIBILI E POCO STIMATI ECCO PERCHÉ I PARTITI HANNO PERSO GLI ELETTORI
[La Repubblica, 15 febbraio 2023]

Le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia hanno confermato una tendenza ormai evidente e consolidata. La fluidità del comportamento di voto. Che si traduce nell'instabilità e, al tempo stesso, riflette il disincanto elettorale. Quanto alla fluidità, è sufficiente osservare gli spostamenti avvenuti negli ultimi 5 anni, nei consensi ottenuti dai principali partiti. Il M5S, in particolare, è di-sceso sensibilmente. Come FI. Mentre il Pd è rimasto stabile. E, anzi, è risalito un poco.
La stessa Lega, caduta rispetto al 2018, ha superato il risultato ottenuto alle recenti elezioni politiche. I Fratelli d'Italia, guidati da Giorgia Meloni, infine, hanno confermato il successo ottenuto lo scorso settembre. In Lombardia e, a maggior ragione, nel Lazio.

Spostamenti e mutamenti che non sorprendono più. Perché sono divenuti normali. A conferma di una "stabile instabilità" elettorale.

Eppure, neppure tanto tempo fa, gran parte dei cittadini votava sempre allo stesso modo. Quantomeno per la stessa parte politica. E, anzitutto, votava. Cioè, si recava alle urne. A ogni elezione. Non importa a quale livello. Parlamentare e politico, amministrativo. Europeo. Si andava a votare perché il voto non era percepito solo come un diritto, ma come un impegno. Un contributo alla formazione della nostra identità.

Al rapporto con la società e con le istituzioni. E con il territorio. Ancora nel 2008 in più di tre quarti delle province si votava allo stesso modo che nel 1994. In base a una distinzione chiara e netta. Segnata dalla «frattura anticomunista». Una sorta di muro. Che marcava le aree di forza della sinistra. E del centrosinistra. Ma garantiva, al tempo stesso, stabilità e continuità al voto, su base territoriale.
Silvio Berlusconi, dopo la fine della Prima Repubblica, utilizzò questa frattura, occupando le zone dove, un tempo, era più forte la base elettorale della Dc e dei suoi alleati. Ma quel tempo ormai è finito. Da tempo. Le zone bianche (nel Nord Est) si sono dissolte. Da tempo. Mentre le zone rosse (del Centro Nord) si sono ridotte a poche macchie rosa.

Come si è visto alle elezioni politiche dello scorso settembre. Così, l'astensione è divenuta una sorta di soluzione di fronte alla "dissoluzione" delle passioni politiche. Una tendenza in atto da tempo. Soprattutto a Sinistra. Nello scorso decennio, alle elezioni regionali del 2015, l'astensione era cresciuta di oltre 10 punti, in Toscana e nelle Marche, ma addirittura di 30 in Emilia-Romagna. Segno della disaffezione di una parte degli elettori della sinistra storica rispetto ai nuovi orientamenti del Pd. Così è divenuto evidente il cambiamento in atto nel rapporto fra politica, società. E territorio. Perché il territorio, in passato, ha fornito alla politica le radici. D'altronde, i partiti erano presenti e organizzati, sul territorio. Definiti, anche per questo, (oltre che per l'ampiezza della base elettorale) «partiti di massa».

Mentre in seguito si sono personalizzati. Hanno affidato la loro identità e la loro immagine ai leader. Sono divenuti «partiti del capo» (per citare Fabio Bordignon). Onnipresenti sui media. E, sempre più, sui social.Ma sempre meno nella società. Oggi, comunque, i partiti sono poco visibili. Poco stimati. Anzi: i meno stimati, fra tutte le istituzioni considerate nel sondaggio di LaPolis (Università di Urbino) dello scorso novembre sul "Rapporto fra gli italiani e lo Stato".

Le elezioni regionali dei giorni scorsi hanno confermato la tendenza indicata. E ne hanno ulteriormente precisato i contorni. Perché le Regioni sono ritenute importanti dai cittadini. Ma i loro presidenti non sempre hanno la stessa capacità di attrazione dovunque. Dipende dalla loro familiarità con i media. E dalla loro capacità di apparire. La differenza, determinante per il risultato, l'ha fatta la capacità di coalizione, espressa dal centrodestra. Assente, nell'altro versante.

Inoltre, il voto non ha la stessa importanza. Sempre. Dovunque. Mentre il non voto ha acquisito un significato rilevante. In alcuni casi, per i cittadini, è un voto. Per esprimere e marcare la loro distanza. Il loro dissenso.

Com'è avvenuto, in passato, fra gli elettori del Pd. Comunque, è un segno di distacco dal sistema dei partiti. Interpretato, nell'ultimo decennio, dal M5S. Che si dichiarava apertamente un non partito. Implicitamente: un antipartito. Mentre, ormai, è divenuto, a sua volta, un partito (come gli altri).

Per questo conta «la posta in palio ». Ma, in questa occasione, come ha sottolineato Mauro Calise, non c'era competizione. Perché «il risultato era dato per scontato». Votare o no: la stessa cosa. Così i presidenti sono stati eletti da una quota ridotta di cittadini. Alla fine, il 20 per cento degli aventi diritto. Già, perché Fontana e Rocca hanno superato sì il il 50% dei consensi. Ma alle urne si sono presentati solo quattro elettori su dieci. E in alcune realtà, anche meno. E ciò sottolinea un problema serio. Che va oltre queste elezioni.

Perché se la politica perde il suo rapporto con il territorio e la società, se i partiti si perdono e i leader passano veloci, se il primo partito è quello degli astenuti, in gioco non è più il risultato di un'elezione. Amministrativa o politica: non conta.

In gioco è la democrazia.

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