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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
IL PAESE DEL DISINCANTO INVOCA IL RITORNO AL FUTURO
[La Repubblica, 3 gennaio 2008]

Il clima d'opinione di un'epoca è segnato dalle "parole". Formule, frasi, slogan, modi di dire, che scandiscono i nostri discorsi. Li ripetiamo all'infinito. Senza accorgercene. Influenzano la nostra visione delle cose, disegnano la realtà intorno a noi. Perché le parole non sono neutrali. Possono cambiare significato, in base all'uso che ne facciamo. Ma, al tempo stesso, il loro uso ripetuto cambia significato alle cose.
Oggi, ad esempio, noi siamo colmi di "sfiducia". E dei suoi derivati: delusione, insoddisfazione, risentimento, disagio, malessere. È il linguaggio del tempo. Ci induce ad essere aggressivi, per autodifesa. Dirsi "buoni" suscita sospetto; oppure sorrisi di comprensione. Perché è sinonimo di "ingenui". Persone perbene ma poco furbe. Mentre a dirsi soddisfatti e ottimisti, a predicare fiducia e benessere, si rischiano commenti e giudizi "storti". Come è capitato a Prodi e Napolitano. I quali, nei loro discorsi di fine anno, hanno parlato, in modo premeditato, di serenità, fiducia.
Elencando altre "virtù" indicibili. Non contenti, hanno ribadito, entrambi, che l'economia e la società italiana non sono in "declino". ("La Spagna", ha ribadito il premier, "non ci ha superato").
Prevedibili le ironie di testate e commentatori che della dissacrazione hanno fatto un brand. D'altronde, la sfiducia e il declino sono meccanismi di delegittimazione istituzionale efficaci. Erodono il consenso di chi governa, da quando l'Opinione Pubblica sovrana non vota più per "atto di fede". E neppure per soddisfazione. Ma, al contrario, per insoddisfazione. E, visto che è insoddisfatta e sfiduciata da una quindicina d'anni, a ogni elezione punisce, puntualmente, chi governa.
Per questo, il sondaggio Demos-Eurisko - dedicato a rilevare gli atteggiamenti degli italiani nel passaggio tra vecchio e nuovo anno - registra una gran dose di pessimismo. Distribuito e tarato, però, su basi rigorosamente "politiche". Il pessimismo, infatti, cresce esponenzialmente scivolando da sinistra a destra.
Dalla maggioranza all'opposizione. Su tutti i temi: dall'economia nazionale al reddito personale; dalla sicurezza alle tasse. Fino alla Politica: la Madre di Ogni Malessere. Certo, qualcuno potrebbe osservare che motivi per essere ottimisti e per "pensare positivo" non ve ne siano molti. Citando, a ragione, le difficoltà crescenti che condizionano la vita di una parte della società ben definita. I lavoratori dipendenti del privato a reddito fisso. Oltre agli intermittenti e agli atipici (in gran numero fra i giovani).
Ma è anche vero che il pessimismo più elevato affligge i lavoratori autonomi e i liberi professionisti più degli operai. Non "gli ultimi", dunque; ma almeno i "quartultimi". Inoltre, qualche sospetto può emergere di fronte a un'impronta politica così marcata. E così variabile. Se oggi il pessimismo abita prevalentemente a destra, due o tre anni fa gravitava esattamente sull'altro versante. A sinistra. Che, allora, stava all'opposizione. Se nuove elezioni rovesciassero l'attuale assetto, è, dunque, probabile che le parti si invertirebbero di nuovo. E la nuvola del pessimismo tornerebbe a oscurare il cielo del centrosinistra.
Tuttavia, al di là del pregiudizio politico che vizia il giudizio sulle cose che ci riguardano, resta l'ipoteca delle parole. Gli italiani, conferma il sondaggio Demos-Eurisko, continuano a dirsi "felici". Anche se in misura minore degli anni scorsi. Dal 90% di due anni fa si è scesi all'80% delle ultime settimane. Però, accettano di dirsi felici solo in "privato". Ma anche rispetto al loro "privato". Sono, dunque, disposti a scommettere che la loro vita "personale", perfino il loro "reddito familiare" possano migliorare, nel corso del 2008. Però, all'esterno, di fronte agli altri, non lo ammetteranno mai.
Invece, la definizione più adatta a descrivere gli italiani - secondo gli italiani - è, coerentemente: "arrabbiati". Seguita, a distanza, da "opportunisti". È probabile, a questo proposito, che gli intervistati ritengano se stessi "arrabbiati" e gli altri "opportunisti". Certo: riusciamo ancora a definirci "ingegnosi", "creativi" e perfino "generosi". Ma usiamo queste etichette con minore convinzione di un tempo. Mentre cresce la tentazione di dirsi "depressi" ed "egoisti".
Il mito degli "italiani brava gente", in altri termini, sembra definitivamente tramontato. Dissolto. Appartiene a un passato che è passato per sempre. Anche se si trattava, appunto, di un mito. Una leggenda, che non reggeva alla prova dei fatti. Un luogo comune; magari poco fondato, ma, appunto, "comune". Condiviso. Orientava la nostra immagine pubblica. Ma anche la nostra auto-immagine. E, di conseguenza, la nostra condotta. Ma oggi pochi italiani accetterebbero di venir chiamati "brava gente". Soprattutto all'estero. Si sentirebbero squalificati.
Imprigionati nell'antica iconografia: sole-pizza-mandolino. (E, tra parentesi, mafia). Oggi la "brava gente" sembra, invece, seriamente e sinceramente incazzata. Perché la criminalità ci insidia, le retribuzioni sono troppo basse, i prezzi continuano a crescere. Mentre i politici si interrogano e discutono a tempo pieno sulla "legge elettorale", che interessa al 4,5% dei cittadini. Nessuno, insomma.
Per questi motivi crediamo che ci si debba (pre) occupare maggiormente delle parole. Del linguaggio con cui esprimiamo la nostra vita quotidiana e il nostro mondo.
Non possiamo che essere "arrabbiati" se le parole di pace e dialogo sono bandite, inutilizzate, inutilizzabili e inutili. Se, quando vengono usate in tivù e nei giornali, noi giriamo pagina e cambiamo canale. Se, quando sono pronunciate da una figura pubblica, diamo per scontato che siano false. Menzogne pronunziate ad arte. Se, quando le sentiamo esprimere nella vita quotidiana, guardiamo chi le ha pronunciate come fosse un nane (dalle mie parti: un tonto). Se, infine, quando le diciamo noi, sentiamo il dovere di scusarci subito.
Il 2008 si inscrive a pieno titolo nell'Era degli Apoti, in cui siamo entrati da tanti anni. Apoti, per citare Giuseppe Prezzolini: quelli che non la bevono. I disincantati. Non i "delusi": ma i "disillusi". Quelli che sono "delusi" per cautela metodica. Per difesa preventiva. Quelli che, negli ultimi vent'anni, hanno visto cadere muri, sistemi politici, regimi, partiti e leader. E li hanno visti riemergere e risorgere. Magari con altri nomi. Per cui non la bevono più. Pronunciano ogni parola con sospetto. Quest'anno sono in allarme di fronte alle incombenti celebrazioni di un quarantennale pericoloso.
Il Sessantotto. Un altro mito rivoluzionario, che evoca sogni, movimenti e mutamenti. Invecchiati e contestati. Come molti dei suoi profeti. Figurarsi: nell'Anno degli Apoti. Meglio neppure pronunciarlo. Un'altra parola-da-non-dire.
Gli italiani, oggi, sono naturaliter arrabbiati. Tuttavia, stimolate, due persone su tre ammettono di pensare al futuro con "speranza". Speranza: una parola sopravvissuta a stento allo spirito (cinico) del tempo. Si associa all'auspicio maggiormente condiviso dalla popolazione, per il nuovo anno: "più giovani ai posti di comando". Immediatamente seguito da: "migliorare la scuola e l'università". E' il "futuro" che avanza.
Sopravvissuto alla revisione del nostro vocabolario. Impoverito dal senso cinico dominante. Non sappiamo per quanto tempo ancora. Perché, di questo passo, molto presto anche il futuro non avrà più un nome. Una parola per dirlo. Così, fra un anno, festeggeremo ancora il 2008.

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