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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
L'ERA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE
[La Repubblica, 27 gennaio 2008]

Pare difficile trovare alternative al voto anticipato. Anche i tentativi di formare un governo tecnico mirano a modificare le regole, non ad allungare i tempi di una legislatura che è, ormai, finita. D'altronde, Silvio Berlusconi l'ha detto senza mezzi termini: "la campagna elettorale è cominciata". Peccando, sicuramente, di prudenza. In realtà, non è mai finita.
Ha preso avvio l'11 aprile del 2006, neppure due anni fa. Un minuto dopo la proclamazione del risultato, che ha registrato l'equilibrio pressoché totale fra i due schieramenti. E ha consegnato al centrosinistra, guidato da Prodi, un Senato pressoché privo di maggioranza. Silvio Berlusconi quel risultato non l'ha mai accettato. Ne ha contestato subito la validità. Ha trasformato ogni consultazione elettorale successiva in una possibile "spallata" al governo "abusivo".
Il referendum di giugno 2006. Le amministrative del 2006 e del 2007. Le ultime, tanto negative per il centrosinistra da accelerare la costruzione del Partito Democratico e la candidatura di Walter Veltroni alla leadership. Si può dire, per questo, che è in atto, da molto tempo, una "campagna permanente". La formula, coniata da Blumenthal, "spin doctor" di Clinton, serve a sottolineare la tendenza degli attori politici a promuovere strategie di comunicazione politica aggressive, dove le differenze fra periodi precedenti e successivi alle elezioni scompaiono.
In Italia, questo orientamento è stato imposto dall'irruzione sulla scena politica di Silvio Berlusconi. Tuttavia, più che a una strategia comunicativa, negli ultimi anni, risponde a uno "stato di necessità". A un "dato di realtà". Visto che le elezioni sono divenute una scadenza possibile, probabile e concreta. In via permanente. Silvio Berlusconi le annunciava da mesi, come esito della caduta del governo, per la defezione di alcuni senatori del centrosinistra, che egli aveva, per così dire, convinto. Peraltro, questo governo ha affrontato i passaggi più importanti della propria attività rischiando, ogni volta, di cadere al Senato. Sotto i colpi del fuoco amico. Fino alla "sfiducia" fatale di giovedì scorso.
Potremmo dire, in fondo, che oggi Silvio Berlusconi ha la possibilità di riprendere l'inseguimento cominciato nell'autunno del 2005, quando tutti lo davano per sconfitto. A partire dai suoi alleati. I cui leader, Casini e Fini, in cuor loro, non se ne dispiacevano troppo. Perché non ne potevano più di apparire gli eterni delfini di un uomo determinato a vivere in eterno. Una campagna elettorale tambureggiante, condotta da Berlusconi, da solo, in prima persona. Dovunque, sui media, nelle piazze, nei palasport. Pronto a sfidare chiunque. Per dimostrare che l'impossibile era possibile. Si fermò a un millimetro dal traguardo.
Ora ha la possibilità, reale e realistica, di riprendere e portare a termine l'inseguimento. Con successo. Difficile chiedergli di sospendere la gara proprio adesso. Difficile, d'altronde, immaginare che ciò possa avvenire. Nonostante la buona volontà e le buone ragioni di chi, per primo Napolitano, vorrebbe un governo di scopo, per riscrivere la legge elettorale.
Tuttavia, per individuare l'inizio di questa lunga stagione elettorale, occorre risalire ancora. Ai primi mesi del 2004. Quando cominciò la campagna in vista delle europee. Per proseguire nel corso dell'anno seguente, in vista delle regionali che, nell'aprile 2005, sancirono la pesante sconfitta del centrodestra.
Accolta come l'annuncio della sconfitta - ineluttabile - di Berlusconi alle politiche dell'anno seguente. Eppure, voltandoci indietro, ci assale un lieve senso di vertigine. Quattro anni di campagna elettorale, divenuta, dopo il 2006, ossessiva e serrata. Hanno cambiato profondamente le definizioni, gli orientamenti, i modelli di comportamento di tutti gli attori politici e degli stessi cittadini.
1. In tempi di campagna elettorale, quando le elezioni incombono sempre, il governo fatica a governare. Come ha verificato Prodi, a proprie spese. Promuovere politiche di risanamento è rischioso. Perché sono sicuramente impopolari oggi e producono benefici - probabili - solo a fine legislatura. Il che rende difficile "sopportare" lo stile impolitico di Padoa-Schioppa, "custode" del rigore finanziario. La cui azione ha migliorato i conti e peggiorato il clima d'opinione. A vantaggio dell'opposizione attuale e dei governi futuri.
2. Le differenze interne alla coalizione tendono divenire più ampie, anche quando sono già profonde. Quando le elezioni sono sempre "prossime", ciascun partito pensa a se stesso. A salvaguardare la propria immagine. A coltivare il proprio elettorato. Su ogni tema - economico, sociale, etico - ciascuno è indotto a prendere le distanze dagli altri; a cercare visibilità. Sulle pensioni e sull'ordine pubblico; sui temi etici e sulla giustizia; sulle questioni internazionali e sui problemi locali. I gruppi più piccoli, i partiti individuali, gli individui che si fanno partito oppure rompono con i loro partiti: anch'essi determinati a far pesare il proprio contributo; oppure alla ricerca di una "exit strategy". Una via di fuga verso l'altra parte.
3. In questo clima, peraltro, nell'opposizione il dialogo con la maggioranza diventa implausibile e rischioso. Se le elezioni sono possibili, anzi: probabili, allora meglio "continuare la lotta". Anche le divisioni più profonde sono rimediabili. Nel centrodestra, in particolare, la legge elettorale e la crisi del governo hanno "costretto" all'accordo. Fini e perfino Casini sono tornati nella Casa (delle Libertà). A recitare la parte degli scudieri un po' irruenti e insofferenti. Ma, in fondo, fedeli al Cavaliere.
4. In tempi di campagna elettorale (in altri termini: sempre) i fuochi polemici si accendono ovunque, senza soluzione di continuità. Inchieste dei magistrati, messaggi religiosi e dei religiosi, intercettazioni puntualmente pubblicate e rilanciate sui media. Divengono incendi. Mentre esplodono tutte le "poli" di questo mondo. Calciopoli, vallettopoli, Unipoli, raccomandopoli, sanitopoli. E altre ancora. Basta avere pazienza qualche settimana. Tracimeranno. Invadendo i telesalotti e le teletribune, i talk-show e l'infotainment. Da una rete all'altra. Un palinsesto unico e illimitato. Nel quale i politici si muovono da protagonisti quasi unici, circondati dall'umanità leggera che naviga sul gossip. Vallette, veline, calciatori, cuochi, criminologi, psicologi, madri assassine e figli matri-parricidi. L'altra faccia dell'antipolitica che avanza e si insinua ovunque.
5. I cittadini, ridotti a spettatori, assistono a questo scenario deprimente, che li deprime ancor di più. Difficile che il loro umore migliori, se non per brevi attimi. Brevi momenti. Cui segue, puntuale e più pesante, la depressione. Così perdono il filo del tempo. Il passato e il futuro. Un magma indefinito e in movimento. Un Blob filtrato attraverso l'occhio di Dagospia. Dove tutto è possibile. Perfino la pretesa (l'impresa?) di presentare come "alternativa" alla casta una classe politica che ripropone Berlusconi e Mastella; Fini, Casini e Dini; Buttiglione, Gasparri e Bossi. Alcuni "uomini nuovi" di quindici-vent'anni fa. Altri che erano già vecchi negli anni Ottanta.
In questa campagna elettorale, che attanaglia l'Italia da almeno quattro anni, anche la democrazia tende a cambiare significato. Perché si vota per contare. Per eleggere governi che governino e persone che decidano. Ma se i cittadini divengono elettori in perenne attesa di elezioni imminenti; se gli elettori si riducono a opinione pubblica, bersaglio di campagne mediatiche e di marketing, aggressive e permanenti. Allora il voto rischia di perdere valore. Il rito stanco di una democrazia stanca. E un poco faticosa.
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