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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
PRESIDENZIALISMO ALL'ITALIANA
[La Repubblica, 17 febbraio 2008]

Ci stiamo avviando a un'elezione di svolta. Sancisce l'avvio di una democrazia dell'opinione, personalizzata e mediatica. Caratterizzata dalla competizione diretta fra i leader. Due fra tutti: Silvio Berlusconi, appunto, e Walter Veltroni. Come in Francia oppure negli Usa. Anche se in Italia non vige un sistema presidenziale, i principali candidati e i principali partiti agiscono "come se" fosse così.
E' questa la novità. Non solo Berlusconi, anche Veltroni si comporta da candidato presidenziale. Non solo il Popolo della libertà, l'ultima invenzione del Cavaliere: anche il Partito democratico agisce da partito "presidenzialista". Il ruolo assunto dai media appare dominante, per scelta consapevole e condivisa. Veltroni e Berlusconi hanno presentato la propria candidatura, una settimana fa, con un discorso puntualmente teletrasmesso. Scegliendo due scenari diversi ed egualmente significativi. Berlusconi è tornato al teatro di San Babila, dove, accanto a Michela Brambilla, ha arringato i militanti dei Circoli della Libertà; il seme del Pdl. Veltroni ha parlato a Spello. Di fronte una folla di giovani. Alle spalle: l'immagine suggestiva del borgo medievale, la cui storia riassume la tradizione rossa e quella cattolica.
Insomma: il manifesto del "suo" Pd. Nei giorni seguenti, entrambi sono stati ospiti nel salotto televisivo di Bruno Vespa. Per definizione, la "terza Camera" del Parlamento; diciamo pure la "Cameretta". Quindi, altre apparizioni, in trasmissioni e reti diverse. Uno Mattina, Tg1, Matrix, TV7. Ed è solo l'inizio, immaginiamo. Veltroni, peraltro, oggi partirà con un pullman "democratico" per un viaggio attraverso le province italiane. Per mantenere il contatto con il territorio. E con i media.
Va detto che anche i precedenti candidati premier del centrosinistra avevano frequentato i media. Per necessità, Prodi, che non ha mai amato la tivù. Non solo Mediaset: neppure la Rai. Facendo della sua allergia all'immagine un marchio personale. Mentre Rutelli, nel 2001, aveva cercato di sfruttare al meglio la propria competenza e presenza mediatica. Si era scontrato, però, con la "resistenza" dei leader dell'Ulivo, che lo avevano candidato perché convinti di perdere. E con l'indisponibilità di Berlusconi, vincitore annunciato, a confrontarsi con lui.
Oggi, invece, tutto è cambiato. Due leader, due partiti al loro servizio, il reciproco riconoscimento, la comunicazione come terreno di confronto condiviso. Anche per imporsi e, al tempo stesso, difendersi, di fronte a un'offerta politica che si è pluralizzata.
Per polarizzare la competizione e mettere fuori gioco i concorrenti. In un versante, la Sinistra Arcobaleno, guidata da Bertinotti. Nell'altro, la Destra, di Storace e Santanché. Al centro: l'Udc di Casini (alfine "spinto" a correre in proprio), la Rosa Bianca di Tabacci e Pezzotta. Perfino l'Udeur di Mastella. I quali accusano i soggetti politici maggiori di voler trasformare il bipolarismo in bipartitismo. Ma la tendenza, come abbiamo detto, sembra annunciare una competizione bipersonale, piuttosto che bipartitica. Un modello presidenziale "di fatto". Fra leader e partiti personalizzati che si confrontano senza insultarsi. Con una agenda che, fin qui, appare quasi speculare. Con differenze di tono. Ma sul lavoro, sulle tasse, sulla sicurezza, sulla politica estera. Non si colgono abissi. Fratture irreparabili. Mentre sulle questioni sensibili e discriminanti, come sui temi etici (famiglia e aborto), prevale la prudenza. Non è un caso che Berlusconi non abbia "accolto" la lista di Giuliano Ferrara. Né che il Pd si dimostri freddo verso i radicali; o meglio: verso il loro "marchio".
I temi polemici dominanti degli ultimi quindici anni sembrano, per ora, messi da parte. L'anticomunismo, anzitutto. Anche perché i "comunisti" sono usciti dal centrosinistra; hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Rinunciando perfino al loro simbolo storico: la falce e il martello. Parallelamente, si è affievolita la polemica antiberlusconiana.
Insomma: il modello imposto da Berlusconi, 15 anni fa, oggi è condiviso anche da Veltroni. Che lo interpreta con disinvoltura e abilità. Il leader del Pd è, infatti, apparso convincente e rassicurante quanto il Cavaliere. Più "berlusconiano" di lui, oseremmo dire. I sondaggi suggeriscono, infatti, che Veltroni sia riuscito, sin qui, a intercettare un gradimento superiore a Berlusconi, in occasione dei discorsi inaugurali, a Spello e a San Babila (entrambi trasmessi in tivù). Ma anche a Porta a Porta. La roccaforte da cui, nel 2001, il Cavaliere aveva lanciato il suo "programma per l'Italia". La sua marcia trionfale alla conquista del governo del Paese. Anche stavolta Berlusconi ha tenuto la scena, da consumato attore della politica qual è. Ma è apparso più "vecchio". Non tanto per un problema di età (anche se la sua maschera senza tempo inquieta un poco). E' che, ormai, è oberato dalla sua storia politica. Che coincide con la cosiddetta seconda Repubblica.
Conclusa (per ora) l'esperienza politica di Prodi (suo compagno di strada per oltre dieci anni), Berlusconi è rimasto solo. Unico testimone di un'era che ha annunciato il "nuovo" quindici anni fa. Ma ora suscita frustrazione. E' un monumento a se stesso, il Cavaliere. Un'istituzione. Fatica a "dare la scossa" agli spettatori (pardon: agli elettori). Veltroni, in questa fase, sembra in grado di rispondere meglio alla domanda di cambiamento diffusa nella società. Anche se, come recita di continuo Berlusconi, neppure lui è "nuovo". Fa politica da oltre trent'anni. Però, nel nuovo decennio (secolo, millennio) - ha cambiato mestiere e immagine. Ha fatto il sindaco della capitale.
Veltroni, quindi, sembra aver fatto breccia nella società media che si specchia nei media.
I sondaggi (per ultimo: Ipsos) indicano che, in un ipotetico "faccia a faccia" presidenziale, terrebbe testa a Berlusconi. Mentre dal punto di vista "partitico" il Pdl mantiene un vantaggio ancora rilevante nei confronti del Pd (che, pure, sta crescendo). Da ciò la strategia di Veltroni: "personalizzare" la competizione. Dimenticando, per quanto possibile, le appartenenze e gli orientamenti di partito. Per cui è possibile che Veltroni continui a presentarsi da solo, sui media. In attesa di misurarsi con Berlusconi. Una questione diretta e personale, fra lui e Silvio. Come fra Sarko e Ségolène, in Francia. Oppure, negli Usa, fra Obama e la Clinton. Per ridurre il distacco tra Pd e Pdl. Sfruttando la concorrenza accesa (da Udc, Udeur, Rb e Destra) che si è aperta nel mercato elettorale a cui si rivolge il Pdl.
Così, il gioco delle parti sembra essersi quasi rovesciato, rispetto al passato. Quando Berlusconi era la comunicazione e il centrosinistra l'organizzazione. Oggi, al contrario, Veltroni cerca il confronto diretto con Berlusconi. Mentre Berlusconi sfrutta il peso del retroterra politico. Il Pd punta sulla personalizzazione, il Pdl sulle appartenenze. Il Pd evoca e indica il "nuovo", mentre il Pdl lo insegue.
Non sappiamo, però, cosa avverrebbe se i sondaggi indicassero un'effettiva e significativa riduzione della distanza fra Pd e Pdl. Se Veltroni minacciasse davvero la leadership del Cavaliere. Allora, forse, la "politica delle buone maniere" e del reciproco riconoscimento potrebbe interrompersi bruscamente. Berlusconi potrebbe decidere di cambiare registro, come avvenne due anni fa, al convegno degli industriali a Vicenza. I toni della campagna cambierebbero. Veltroni tornerebbe un comunista. L'erede di Prodi. Il Signore delle tasse. Berlusconi, a sua volta, diverrebbe, di nuovo, non l'avversario, ma il Nemico. Da sconfiggere ed emarginare.
Insomma, il destino della nostra democrazia sembra legato all'esito delle prossime elezioni. Molto dipende da chi saranno i candidati alla vittoria finale. Berluskozy e Obama Veltroni. Oppure, come sempre, il Caimano e il Comunista.
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