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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
LA DEMOCRAZIA TIEPIDA
[La Repubblica, 24 giugno 2007]

La paura di un nuovo Novantadue condiziona i sentimenti e i comportamenti degli attori politici. Soprattutto di quelli che stanno al governo. I più esposti ai sommovimenti antipolitici. La stessa accelerazione della candidatura di Walter Veltroni, in fondo, va letta in questa chiave. La reazione del centrosinistra e soprattutto dei Ds contro la spirale perversa in cui sono stati risucchiati.
La sfiducia nel governo che indebolisce il centrosinistra (e i Ds). La debolezza del centrosinistra (e dei Ds) che accentua la sfiducia nel governo. Ci voleva uno strappo, un segno di discontinuità. Per dimostrare la volontà di cambiare. Per avviare - finalmente - il Pd, ricorrendo all'uomo "più amato" dagli elettori che credono nel progetto unitario. Per fuggire dai veleni esalati dal caso Unipol-Bnl, che sembra non finire mai. La candidatura di Veltroni, dunque, è stata lanciata come un sasso. Per infrangere l'incubo del Novantadue, che affligge i DS e il centrosinistra. Non sappiamo se questo proposito si realizzerà. Se Veltroni uscirà rafforzato dalle prossime primarie. Che rischiano di riproporre una competizione senza avversari (e senza entusiasmo).
Sappiamo, tuttavia, che difficilmente la sua "irruzione" dissolverà il clima di sfiducia. Che non scaturisce "solo" dalle promesse mancate di Berlusconi o dal "governo delle tasse" di Prodi e Padoa-Schioppa. O dall'indignazione per i privilegi di casta dei politici. La "società della sfiducia" e la "sfiducia della società", invece, sono intimamente connesse ai cambiamenti politici e sociali. Che hanno fatto emergere un "uomo nuovo": il "cittadino scettico". D'altronde, l'era delle appartenenze ideologiche, espresse dai partiti di massa e dalle grandi organizzazioni sociali: è finita.
Da almeno vent'anni. Il confine fra giusto e ingiusto, fra bene e male, fra interesse comune e di gruppo è diventato mobile e incerto. In fondo, non c'era bisogno di conoscere i verbali degli interrogatori di Ricucci per scoprire che, di fronte agli affari, la distanza fra destra e sinistra è divenuta sottile. Che, comunque, non dipende da "grandi riferimenti di valore", ma da specifiche questioni (e spesso da conflitti) di interesse.
D'altronde, in Italia, gli elettori hanno sempre provato una certa sfiducia "preventiva" nei confronti dei partiti e delle istituzioni. Dopo la caduta del muro e della prima Repubblica, il loro distacco si è fatto più ampio e palese. Da "fedeli" sono divenuti "spettatori". Di una commedia recitata da pochi attori protagonisti. Il filosofo Bernard Manin ha descritto questo cambiamento come il passaggio dalla "democrazia dei partiti" alla "democrazia del pubblico".
Prima, la rappresentanza si fondava sulla partecipazione e sui partiti. I quali promuovevano il rapporto fra le istituzioni e la società. Selezionavano e legittimavano la classe dirigente. Oggi tutto ciò si è rovesciato. Al posto dei partiti (che suscitano ostilità), si sono imposte le persone. Al posto dell'ideologia: la fiducia; oppure la sfiducia. Al posto della partecipazione: i sondaggi e la comunicazione. Mentre la legittimazione, ormai, è divenuta un problema di marketing. I partiti non sono scomparsi, ma si sono evoluti (o devoluti) in funzione dei leader. Partiti personali.
Così, la democrazia si è ridisegnata: da confronto fra grandi idee interpretate da grandi organizzazioni, a competizione fra persone. Fra leader. E tra "programmi" riassunti in dieci punti, tre parole e uno slogan. Il "cittadino scettico" è il prodotto della "democrazia" del pubblico. Perché fa parte del "pubblico". È spettatore e, al tempo stesso, consumatore. Si può, certamente, appassionare. Più difficilmente, prova passione. Il suo legame con la politica, d'altronde, è più fragile, intermittente. La "fiducia" personale, infatti, è più instabile dell'ideologia e dell'identità. Svolta rapidamente in sfiducia. Poi, naturalmente, dipende da come queste tendenze, comuni a tutte le democrazie occidentali, vengono tradotte nei contesti nazionali. L'Italia ne costituisce, sicuramente, la versione estrema, di cui Berlusconi è l'interprete migliore. Il maestro indiscusso. O meglio: discusso, ma imitato da tutti. Perché ha riassunto in sé ogni aspetto del cambiamento. La personalizzazione, la televisione, la comunicazione, il partito personale, il marketing. Un modello riprodotto dovunque e da chiunque, in Italia. (E anche altrove). Da tutti i partiti, ovviamente. Ma se ne trovano tracce profonde in tutte le organizzazioni e in tutte le istituzioni. Il sindacato, le associazioni imprenditoriali, lo Stato, la Chiesa.
Persino le banche si sono "personalizzate". Un tempo era inimmaginabile. Oggi, però, a rappresentare la banca, di fronte al "pubblico", non è più il bancario, a contatto con i clienti. Sono i banchieri. I governatori della Banca d'Italia. Draghi, prima di lui Fazio e, ovviamente, Ciampi. Poi, i manager delle altre banche principali. Bazoli, Profumo, Abete, Geronzi, Passera. Ma, anche, Consorte e Fiorani.
Tutti noti al grande pubblico. Un tempo, la figura più conosciuta dell'ambiente era Cuccia. Il sacerdote di Mediobanca. Che, tuttavia, rimase, fino all'ultimo, senza volto e senza voce. Il caso delle banche, peraltro, è istruttivo. Dimostra che la personalizzazione non produce, necessariamente, consenso. E, infatti, le banche oggi occupano i gradini più bassi nella graduatoria della fiducia espressa dai cittadini. Poco sopra i partiti, per intenderci. D'altronde, i legami fra leader politici, banchieri, imprenditori, sindacalisti sono sempre più stretti e frequenti. E i media si incaricano di sottolinearlo. Presentando i loro volti uno accanto all'altro, nelle stesse pagine, sugli stessi canali, nelle stesse trasmissioni.
Interpreti, comprimari e comparse, di volta in volta, della medesima rappresentazione. Da ciò il disincanto, che pervade e alimenta la "società scettica". La quale, da parte sua, riflette la crescente frammentazione dei luoghi di relazione e di incontro. La particolarizzazione degli interessi. L'individualizzazione della vita quotidiana. Degli stili di vita e di consumo. Processi che spingono la maggior parte delle persone a cercare soddisfazione nella sfera privata e familiare. Con successo, perlopiù, visto che oltre 8 italiani su 10 si dicono, personalmente, felici. Mentre il discorso cambia quando ci si rivolge all'esterno: al pubblico, alla politica, alle istituzioni. In altri termini: oggi siamo più scettici "per definizione". A prescindere. Perché siamo più soli, rivolti nel nostro particolare, impegnati a cercare sicurezza e soddisfazione nel privato, nella cerchia degli amici, in famiglia.
Usiamo come metro di misura dell'interesse sociale il nostro interesse professionale e locale. Mentre mancano le narrazioni comuni, i ritratti condivisi, i riti collettivi, le organizzazioni che ci tutelano e ci guidano. Le strade da percorrere insieme. Un giorno dopo l'altro. Un passo dopo l'altro. Certo, anche oggi assistiamo a mobilitazioni di massa, sempre più frequenti. Compensano la "partecipazione continua e diffusa" di un tempo. Rimpiazzano la passione con l'emozione. Come un concerto di Vasco Rossi. Ma le grandi emozioni producono anche grandi delusioni. E dopo grandi mobilitazioni ti scopri, inevitabilmente, più solo. La personalizzazione, d'altra parte, accorcia e al tempo stesso allunga la distanza fra i cittadini e i leader. Perché riassumere un partito (o un'associazione di categoria, uno stato o una Chiesa) in un volto e in una persona contribuisce a renderlo familiare. Ma, al tempo stesso, lo banalizza. E, in fondo, lo fa sentire distante. Come tutti quelli "che vanno in televisione".
Dunque, la democrazia, dopo la fine delle appartenenze e delle ideologie, non è più calda. Ma tiepida, un po' freddina. Non è, necessariamente, un male. Una società in cui la politica non sia "totalitaria", ma una parte della vita di tutti. Per i più, neppure troppo importante. Però, anche la "democrazia del pubblico", per funzionare, va interpretata bene. Con dignità, professionalità, un po' di fantasia (ma senza esagerare). Veltroni possiede queste virtù. Ma non deve illudersi né illudere il "cittadino scettico". Né pretendere di liberarlo dalla sfiducia. E' un metodo di autodifesa critica, a cui non intende rinunciare. Veltroni, non prometta di smuovere le montagne, né di volare insieme oltre l'orizzonte. E non ci faccia sognare. Gli scettici, come me, oggi, si accontentano di molto meno. Ci basta non provare disgusto a ogni risveglio.
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