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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
IL PAESE DELLE MINORANZE DOMINANTI
[La Repubblica, 13 maggio 2007]

Disorienta un poco questa società agitata da una lunga catena di rivendicazioni e proteste, inanellate, da molti mesi, senza soluzione di continuità. Senza coerenza tematica, politica, religiosa, economica. Da ultimo, ieri, a Roma si sono svolte due manifestazioni di segno contrastante, sul medesimo argomento. Da un lato, il Family Day, promosso da molte organizzazioni del mondo cattolico. Che ha registrato una grande mobilitazione, superiore ad ogni attesa. Dall'altro, a breve distanza, la giornata del coraggio laico. A cui hanno partecipato poche migliaia di persone. Ma nei mesi scorsi, altre manifestazioni hanno scandito il calendario a ritmo serrato. Hanno, infatti, protestato, di volta in volta: gli imprenditori e il sindacato confederale, i lavoratori del pubblico impiego e dell'università. Gli elettori e i sostenitori della Cdl; i lavoratori precari e intermittenti. Poi: i comitati contro la base americana di Vicenza. E ancora: hanno protestato i tassisti, i benzinai, i giornalai, i farmacisti. Come se la società tutta fosse in ebollizione. Agitata da culture, identità, interessi, professioni, religioni, gruppi, localismi. Che esprimono differenze e rivendicazioni scarsamente negoziabili. E' significativo che tutto ciò stia accadendo da un anno. Da quando, cioè, al governo c'è il centrosinistra. Certo, anche gli anni del governo Berlusconi erano stati attraversati da numerose manifestazioni di protesta: sul tema del diritto al lavoro, della scuola, delle pensioni. Ma, appunto, allora governava la destra. Invece, questa lunga stagione di mobilitazioni avviene mentre è al governo la sinistra. Il che costituisce un fatto nuovo, prodotto dall'impegno di organizzazioni fra loro molto diverse. Oltre alle associazioni sindacali, tradizionalmente vicine al centrosinistra, vi hanno partecipato, infatti, componenti, che, fino a qualche tempo fa, alla piazza preferivano la pressione sui partiti, sulla classe politica e sul governo. Le associazioni degli imprenditori e del lavoro autonomo; il mondo cattolico; gli stessi circoli di centrodestra, che non hanno una grande esperienza di mobilitazione sociale. Naturalmente, se tutto ciò avviene proprio ora, il governo ha le sue responsabilità. Però, a nostro avviso, la questione va ben oltre. Chiama in causa l'anomia sociale. Ma anche la debolezza delle istituzioni e il particolarismo degli attori politici. In altri termini un sistema sociale frammentario si misura con un sistema politico e istituzionale frammentario. Ogni tentativo di composizione e di aggregazione appare difficile. Anche perché questa situazione entropica attribuisce un enorme potere di veto e di interdizione a rappresentanze e a organizzazioni anche piccole. Gli esempi, a questo proposito, non mancano. Pensiamo alle liberalizzazioni. La grande maggioranza dei cittadini le condivide e le apprezza. Le mille piccole corporazioni, coinvolte dal decreto Bersani, assai meno. Tuttavia, a distanza di mesi, è difficile percepirne gli effetti. Per quel che riguarda i taxi a Roma, ad esempio, non abbiamo ancora percepito il beneficio rispetto a prima, dal punto di vista del servizio e dei prezzi. Sulle pensioni: la maggioranza degli italiani ritiene necessario riformare il sistema previdenziale. Ma, sul piano pratico, le organizzazioni sindacali (e i partiti della sinistra-sinistra) sono in netto disaccordo. Forse perché la metà dei loro iscritti è costituita da pensionati. Per cui le decisioni slittano. I tempi della riforma si allungano. I contenuti si stemperano. In tema di famiglia, esiste, nell'opinione pubblica, una maggioranza di consensi a favore della legge sulle unioni di fatto (anche se, col tempo, sta calando). I cattolici militanti e osservanti, che, con il sostegno della Chiesa, esprimono opposizione all'iniziativa, in Italia, oggi sono una minoranza. Ma molto organizzata e presente, nella società. Dotata di grande capacità di mobilitazione, come si è visto nella manifestazione di ieri. Il cui successo rende ancora più difficile e dubbio il percorso della legge sui Dico, approvata dal governo. Non c'è materia importante, dal lavoro alla previdenza alla famiglia, su cui la società esprima orientamenti comuni, ma neppure prevalenti. Su tutti questi temi, si confrontano e oppongono posizioni diverse, perlopiù minoritarie, espresse da soggetti indisponibili a piegarsi a scelte diverse dalle proprie. E perlopiù in grado di inibirle, frenarle, bloccarle. Peraltro, la politica fatica a proporre alla società punti di riferimento oppure linee di contrasto comuni. Stenta perfino ad affermare i progetti volti a ricomporre i frammenti del sistema partitico. Si pensi al faticoso percorso del Partito Democratico. Pochi giorni dopo i congressi di scioglimento dei partiti fondatori, le tensioni si sono riaccese. Acute. Sul percorso da seguire per eleggere l'Assemblea costituente. Sulla leadership. Sulla membership. E su altre questioni non apertamente confessate. Peraltro, non sembra che il buon esempio del Pd abbia favorito unità e aggregazione. Visto che la sinistra del centrosinistra è inflazionata da partiti e partitini gelosi della loro identità irriducibile (anche se non sempre chiara e distinta). D'altronde, ieri, a Roma, abbiamo visto ministri e parlamentari dell'Unione, in piazza, manifestare per motivi contrastanti. Gli uni contro gli altri. Tuttavia, neppure gli appelli ricorrenti di Silvio Berlusconi all'unità della CdL sembrano aver sortito fin qui gli effetti auspicati. Anche sul piano istituzionale non si intravedono soluzioni in grado di superare la frammentazione. Pensiamo alla legge elettorale. Quella attuale rende le coalizioni ostaggio di tutti i partiti, fino ai più piccoli. Che al Senato si riassumono, talora, in una sola persona. Per questo, è difficile costruire un'alternativa condivisa all'attuale legge, in grado di raccogliere il consenso almeno dei più. Da Fini a Mastella; da Parisi a Diliberto; da Casini a Giordano. A Pallaro. Senza il cui voto è difficile approvare qualunque legge e qualunque ordine del giorno, al Senato. Per questo appare difficile fermare il cammino del referendum. D'altronde, anche se slittasse di un anno, dubitiamo che si giungerebbe ad approvare in Parlamento una nuova legge elettorale. Condivisa da Fassino, Rutelli, Maroni e Pallaro. La differenza rispetto ad altri Paesi risulta evidente. In Francia, il dissenso sociale è diffuso e talora esplode in proteste violente; i partiti sono frammentati, non meno di qui. Ma la legge elettorale, maggioritaria a doppio turno, ha effetti di semplificazione perfino estremi; il sistema presidenzialista rende la dinamica del sistema bipolare. E attribuisce potere e legittimità a chi governa. In Gran Bretagna, leader forti, come Blair e, prima, la Thatcher, sono usciti di scena non in seguito a un voto di sfiducia parlamentare, ma su pressione dei rispettivi partiti. Leggi elettorali, istituzioni, partiti, leader: altrove riescono a semplificare e a regolare la società. Mentre in Italia nessuno riesce in questa impresa. Non ci sono leggi, partiti, lobby, religioni; né leader, imprenditori, attori, capaci di imporsi agli altri. I poteri di veto, perlopiù, prevalgono su quelli di decisione. Così ciascuno riesce a salvaguardare se stesso. A difendere e a rafforzare il proprio particolare. Ma, per questo, è sempre più difficile promuovere l'interesse generale. O almeno, affermare "un" interesse, "un" valore sugli altri. In questo Paese, i poteri forti sono talmente tanti che non possono essere davvero forti. In questo Paese, affollato di minoranze dominanti (formula usata con un altro senso da Flavia Pristinger), costruire maggioranze stabili, governare per il bene comune, invece che per il proprio, non è solo difficile. Non conviene.
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