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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
ITALIANI FELICI NONOSTANTE LA POLITICA
[La Repubblica, 20 maggio 2007]

Vent'anni dopo, in Italia, avanza una nuova ondata antipolitica? Una nuova reazione dei cittadini, contro le organizzazioni e gli attori della vita pubblica, di proporzioni tali da minacciare la tenuta stessa del sistema? E' lecito chiederselo, visto che le indagini d'opinione fanno emergere una sfiducia diffusa e crescente nei confronti delle istituzioni centrali e locali. Ma soprattutto nei confronti dei partiti e dei leader politici. C'è, poi, la polemica crescente sui costi della politica. Sulla dilatazione delle spese, degli apparati e del personale impiegato nelle attività di governo, a livello nazionale e periferico. Vi hanno dedicato un documentato saggio Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (intitolato, non a caso, «La casta», ed. Rizzoli). Sta incontrando un successo di vendite straordinario. Anche questo è un segno dell'attenzione sociale verso il fenomeno. C'è da chiedersi, per questo, se siamo alla vigilia di una nuova scossa tellurica, talmente forte da sconvolgere il terreno su cui poggiano le istituzioni, i partiti, le regole della nostra democrazia. Altri indizi, oltre alla sfiducia, concorrono a suggerire questo accostamento. Le inchieste dei magistrati, che, peraltro, non si sono mai fermate. Concentrate, in questa fase, sugli intrecci tra finanza e politica. Ma anche su aspetti al confine tra cronaca rosa e nera. Come Vallettopoli. Poi, i referendum. Come nel 1991-93, infatti, in questa fase è stata lanciata una campagna referendaria che mira a cambiare il sistema elettorale. In modo «rivoluzionario», rispetto a quello attuale. Ancora: i partiti, le coalizioni. Come allora, anche oggi traballano, scricchiolano. E' come se fossimo alla vigilia di una nuova palingenesi. Tuttavia, dubitiamo che questa nuova stagione antipolitica possa produrre gli stessi effetti di quella precedente. Al di là delle analogie (segno di una continuità innegabile) le differenze sono evidenti. 1. In primo luogo, oggi la sfiducia nelle istituzioni e nella politica investe tutte le democrazie europee. Vecchie e nuove. Non solo l'Italia. Come dimostra un'indagine condotta nei 25 Paesi della UE (Eurobarometro, Dicembre 2006). Dove la fiducia nei partiti risulta, in media, del 20%. Sale al 30% nei confronti di parlamento e Governo. Raggiunge il 50% solo nei confronti delle istituzioni locali. Tuttavia, quasi un cittadino europeo su due sostiene di non provare fiducia in nessuna delle tre istituzioni nazionali (partiti, governo e Parlamento). In Italia, peraltro, la quota appare molto superiore: due persone su tre. Un dato che la avvicina alle «nuove democrazie», emerse dal crollo del comunismo. Non a caso, solo in Lituania, Bulgaria, Cekia e Polonia si rileva un grado di sfiducia più elevato. Il giudizio nei confronti dei politici, peraltro, non è migliore. Come mostra una indagine condotta nel 2005 in 6 Paesi europei (Demos - FNE - laPolis - Pragma, di prossima pubblicazione sulla «Rassegna Italiana di Sociologia»). Secondo la quale in Italia l'82% dei cittadini ritiene che «tutti i politici - o la gran parte di essi - sono interessati solo al potere e a fare soldi». Solamente il 9%, invece, pensa che i politici siano «capaci di governare nell'interesse del Paese». Una valutazione peggiore, anche in questo caso, emerge solo nelle democrazie post-comuniste: in Cekia, Ungheria e soprattutto in Polonia. Tuttavia, neppure nell'Europa Occidentale si colgono atteggiamenti molto più positivi, verso il ceto politico. Considerato attento solo ai propri interessi da oltre il 60% dei cittadini anche in Francia e in Germania (dove, però, gli viene riconosciuta, almeno, maggiore competenza di governo). L'Italia, quindi, continua ad essere una penisola su cui il vento dell'antipolitica alita forte; ma è la stessa aria che soffia nel resto d'Europa. 2. Peraltro, la sfiducia nei soggetti e nelle istituzioni politiche non mette in discussione l'attaccamento alla democrazia. Ritenuta il «migliore dei mondi possibili». Nei Paesi dove è un sistema consolidato e in quelli in cui costituisce una conquista recente. Anzi, il sentimento di soddisfazione per la democrazia è cresciuto, negli ultimi anni. Ancora: la sfiducia nelle istituzioni non ha scoraggiato la partecipazione democratica. Basti pensare all'affluenza al voto, in Italia, un anno fa. E, in tempi più recenti, alle elezioni presidenziali francesi. Basti pensare all'interesse, straordinario, dimostrato dai cittadini, nel corso della campagna elettorale. In Italia e ancor più in Francia. Quasi che la sfiducia agisse, in questa fase, da risorsa democratica. Come incentivo al controllo e alla mobilitazione, insomma, per seguire il ragionamento dello storico francese Pierre Rosanvallon (in «La contre-démocratie», pubblicato da Seuil). 3. Un altro, apparente paradosso è che, accanto alla sfiducia nella politica e nelle istituzioni, è cresciuta anche la soddisfazione «personale» dei cittadini. (Non era lo stesso, nei primi anni Novanta). Circa il 90% degli italiani (come nel resto d'Europa) si dicono, infatti, «felici». E' il dato più elevato, negli ultimi anni. Soddisfatti: della loro vita personale, delle loro relazioni familiari e amicali, di quel che avviene nel loro mondo locale. Del loro reddito, della loro condizione economica. Ma, quando si riferiscono al contesto nazionale, restano pessimisti (cfr. indagine Ipsos per «Il Sole 24 ore» di alcuni giorni fa). E la politica li delude. Dunque, la felicità personale non coincide con quella pubblica. E, a differenza di un tempo, la soddisfazione per la propria condizione individuale, familiare e aziendale non alimenta la fiducia nel sistema politico. Anche il giudizio positivo nei confronti del governo Prodi (in carica da un anno), rilevato da alcuni autorevoli istituti (fra cui Ipsos e Ispo) va considerato, a nostro avviso, suscettibile di fluttuazioni improvvise. Prodotte, magari, dall'esito negativo delle amministrative, dagli effetti di manifestazioni, come il Family day. Dalle polemiche sterili fra le cariche stesse istituzionali (come quella, recente, fra Prodi e il Presidente della Camera, Bertinotti). In conclusione: non ci sembra che l'attuale clima antipolitico prefiguri un altro 1992. Un altro «terremoto». Perché, da allora, i cittadini hanno maturato un sentimento scettico nei confronti dei politici e delle istituzioni. All'antagonismo si è sostituito il distacco. La sfiducia, per questo, non costituisce più un metro, una misura del consenso. Ma un vizio congenito. Una sorta di antidoto, un metodo di controllo. I cittadini. Non si scandalizzano più. Ma compensano la delusione pubblica attraverso la felicità personale e familiare. Disincantati verso la politica, sono, tuttavia, pronti a farsi coinvolgere. Quando e se ne è data loro la possibilità. Quando vengono offerte loro opportunità concrete di partecipazione. La patologia dell'Italia è proprio questa. Dal 1992 ad oggi la promessa di cambiamento è stata rinnovata più volte e altrettante delusa. E oggi gli italiani stentano a crederci. Manca, in Italia, la capacità di ricambio della leadership politica e della classe dirigente che si esprime in altri Paesi. Da ultimo, in Francia e in Gran Bretagna. E, prima, la Germania e la Spagna. Insomma, un po' dovunque, meno che da noi. Ciò che avviene oggi in Italia, quindi, è solo il pallido riflesso del sentimento antipolitico che ha scosso i primi anni Novanta. Al posto della rabbia collettiva, che trascinava l'illusione di cambiare, oggi troviamo una certa stanchezza. Uno sguardo scettico sul futuro. E la feroce determinazione a cercare la felicità da soli. Nella vita quotidiana, nelle relazioni. «Nonostante» la politica. «Nonostante» lo Stato. Potremmo considerarlo un bene, se condividiamo l'affermazione di Benjamin Constant: «Che lo Stato si occupi della giustizia; ad essere felici ci pensiamo noi». Però, appunto: occorre uno Stato giusto. Ed efficace.
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