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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
QUEI SINGOLARI DOLORI DEL GIOVANE PARTITO DEMOCRATICO
[La Repubblica, 29 giugno 2008]

È DURA, nell'era di Berlusconi III, fare opposizione. Meglio: l'Opposizione. Tanto più Responsabile. Lo sta verificando - con un certo disagio - il Pd di Walter Veltroni, dopo la fine del dialogo. Ne soffrono gli stessi elettori di centrosinistra. Stanchi di battaglie.
Ma, comunque, indisponibili a scambiare collaborazione per rassegnazione. Tanto meno per resa. Nonostante l'esito delle elezioni recenti, però, non tutto gira per il meglio, nella maggioranza di centrodestra. Lo stesso governo ha i suoi problemi. Che si riflettono in un certo raffreddamento dell'opinione pubblica nei suoi riguardi.
D'altronde, non è facile governare in tempi di "stagnazione" economica. Anche se, in campagna elettorale, il premier e il plenipotenziario all'economia, Giulio Tremonti, non hanno promesso miracoli. È difficile immaginare che la frustrazione dei ceti popolari e delle classi medie in declino (dal punto di vista del reddito e della posizione sociale) possa restare, a lungo, sottotraccia. Quando il richiamo ai capri espiatori più consumati degli ultimi vent'anni (Prodi e Visco) smetterà di funzionare, l'insoddisfazione riemergerà. Né crediamo che la Robin-tax possa tacitare a lungo il risentimento popolare. Perché dubitiamo che le banche e i petrolieri - i "ricchi" derubati da Robin Threemountains a favore dei più poveri - non riescano a riprendersi il bentolto.
Prontamente e direttamente: alle pompe o agli sportelli. Così, è difficile pensare che le distanze fra culture e interessi della coalizione non producano, prima o poi (anzi: più prima che poi), tensioni.
Ad esempio, sul tema dell'autonomia, di cui è paladina la Lega. Come nascondere il contrasto implicito nell'abolizione dell'Ici? Che è, sicuramente, un provvedimento popolare, perché riduce la pressione fiscale. Ma è quanto di più aggressivo nei confronti dei governi e delle autonomie locali, perché interviene in modo centralista su una materia di competenza dei Comuni. Ne ridimensiona le risorse e, prima ancora, ne umilia l'autorità. Proprio mentre si discute di federalismo fiscale.
Ancora, come non cogliere, nel pacchetto sulla sicurezza, il medesimo contrasto fra centralismo e federalismo? Visto che la Lega ha mobilitato le sue "ronde padane", in nome dell'autodifesa comunitaria. Mentre, a sostegno dell'ordine in ambito locale, il governo - e in particolare la famiglia AeNnista, rappresentata dal ministro della Difesa La Russa - ha stabilito l'intervento dell'esercito, nientemeno. Segno del potere dello Stato, monopolista legittimo dell'uso della forza a fini speciali.
Inoltre: difficile per i paladini dell'antipolitica - ancora la Lega, ma non solo - accettare la tutela della privacy a' la carte. Vietare la pubblicazione delle intercettazioni e delle denunce dei redditi e, invece, pubblicizzare le consulenze degli enti pubblici e gli stipendi dei dipendenti statali. Significa: la privacy garantita alla casta, ma non ai "dipendenti comuni".
Poi: il contrasto latente, compreso nella vicenda dei rifiuti di Napoli e, in generale, nel sostegno al Mezzogiorno. Sgradito all'opinione pubblica del Nord. Che ha tributato un plebiscito alla Lega. Esattamente come nel Sud è avvenuto al Pdl e al Mpa, la Lega Sud.
Ma, nella maggioranza, restano aperti anche problemi di ordine politico. Soprattutto nel partito maggiore, il Pdl. Che chiamare "partito" è, in effetti, un azzardo. Fin qui, infatti, non risulta che FI e AN abbiano celebrato un congresso di scioglimento e di riunificazione. E dubitiamo seriamente che ciò possa effettivamente avvenire senza conseguenze. Vista la ben diversa consistenza organizzativa e ideologica dei soci fondatori.
Infine e anzitutto: non riusciamo a credere che un'area segmentata da identità tanto distinte e forti, come il centrodestra, possa accettare, di nuovo, questa rappresentanza monopersonale e monocratica. Candidati alla successione, da Tremonti a Fini; leader dall'orgoglio irriducibile, come Umberto Bossi: a far da coro all'ennesimo monologo. Recitato da lui. Pardon: Lui. Silvio I, II e anche III. Impegnato a scrivere l'agenda politica e di governo. In base alle proprie urgenze e ai propri crucci. Quanto fondati e giustificati, non importa. Quel che conta è che oggi immigrazione, sicurezza, Robin-tax e Ici sono postille a un programma che ha un solo argomento, una sola priorità: la questione giudiziaria, che tiene al centro i processi ancora aperti contro Berlusconi. In seconda battuta: le televisioni. Con l'esigenza di salvaguardare l'intera piattaforma di Mediaset da ogni minaccia che giunga dal diritto comunitario, oltre che nazionale. Il centrodestra, così, rischia di ridursi all'ennesima versione del Partito Personale di Berlusconi. Il seguito di FI, allargato, per inclusione, ad altre correnti, più o meno autonome: An, la Lega, Mpa. Difficile che tutto ciò possa durare a lungo senza strappi. Anche se queste tensioni, al momento, risultano poco evidenti agli elettori.
Tuttavia, è indubbio che questa maggioranza e questo governo stiano fornendo ragioni e materie intorno a cui fare opposizione. Per questo appaiono singolari i dolori del giovane Pd, questo partito appena nato, dopo una lunga gestazione. Ma ancora alla ricerca di una missione; e, nel frattempo, di una "via all'Opposizione". Forse perché frenato dall'opzione del Dialogo, utilizzata, in campagna elettorale, per segnare la rottura rispetto al passato. Per spezzare il filo con l'eredità ingombrante dell'Unione di Prodi. Tuttavia, il dialogo è possibile quando esistono un vocabolario comune, regole e convenzioni condivise. Ma se la battaglia personale del premier contro i "giudici rivoluzionari" crea disagio nel centrodestra, figurarsi nel centrosinistra. Eppure è palese come oggi Berlusconi continui a scrivere l'agenda politica del Paese. Della sua maggioranza, ma anche dell'opposizione. Tanto da aver trasferito la sua "vera" opposizione fuori dal Parlamento e perfino dalla politica. L'ha sostituita con i magistrati. Con quelle istituzioni non elettive che non accettano il voto popolare. (Il presidente della Repubblica, per esempio). Ma pretendono di limitarne il potere. Non è casuale la crescita dei consensi all'Idv. A sua volta un partito personale. La LDP: Lista Di Pietro. Presunta e pretesa rappresentazione dei magistrati. In quanto tale, anch'essa icona del (l'anti) berlusconismo.
In Parlamento, d'altronde, i numeri mettono la maggioranza al riparo da ogni possibile rischio. Mentre il percorso del Pd ci sembra incerto. Il "partito" appare in difficoltà nella società e sul territorio. Dove i volontari e i sostenitori appassionati (sono ancora tanti) assistono a dibattiti che li appassionano poco: sulla questione cattolica, sulla collocazione europea (con il Pse o con chi?). Disorientati (e forse irritati) da un dibattito politico esile, ma crudo. Attraversato da polemiche di vertice e divisioni correntizie. Fra modello personale (Veltroni), post-socialista (D'Alema) e unionista (Parisi).
Il Pd: per comunicare la rottura del dialogo - agli avversari e agli amici - minaccia manifestazioni di piazza. Dopo le ferie. Meglio sarebbe, forse, dedicarsi alla costruzione del partito: come rappresentanza, organizzazione e identità. Per il bene dei suoi elettori (delusi, non rassegnati); e per il bene della democrazia - perché non c'è democrazia senza opposizione "politica". Il Pd dialoghi con la società e con i suoi elettori, prima che con il Cavaliere. Tenti di spiegare, con chiarezza: chi è, cosa vuole, quali valori e quali interessi esprime. Quale identità lo sostenga. Per dare senso alla traversata nel deserto, che i suoi elettori sono disposti ad affrontare. (Ne hanno passate tante, nel corso degli anni). Ma a condizione di conoscere cosa c'è "oltre". Al di qua e al di là di Berlusconi.
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