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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
DOV'È FINITO IL CAMBIAMENTO
[La Repubblica, 7 febbraio 2010]

Galleggiamo sullo stagno del nostro tempo immobile. Dove il futuro è introvabile - come si usa dire spesso. Nascosto, insieme ai giovani. Oppure simulato, come la gioventù che non finisce mai. Inibito nel linguaggio.

Di "cambiamento": chi ne parla più? È una parola rimossa dalla comunicazione politica. Scomparsa dal sillabario della vita quotidiana. Qualcuno potrebbe eccepire che non si tratta di una grande perdita, visto che non se n'è accorto nessuno. Ma per questo la rimozione appare più significativa. Tanto più perché riguarda una parola - e un concetto - di largo uso e di grande successo, nel secolo scorso. Fino a pochi anni fa. Declinato in diversi modi: trasformazione, mutamento. Progresso.

Anche negli ultimi decenni abbiamo assistito alla celebrazione del "cambiamento". Si pensi all'epica della modernizzazione interpretata da Craxi negli anni Ottanta. Ma soprattutto alla cosiddetta "rivoluzione" dei primi anni Novanta, che ha prodotto il crollo della prima Repubblica. Ha sbriciolato cinquant'anni di storia, lasciandoci senza passato. Così siamo stati costretti a guardare avanti. A "cambiare". E molto è effettivamente cambiato. In modo confuso, frammentario, per strappi e senza un disegno o un progetto condiviso. Anni convulsi, scossi da una sorta di isteria del "nuovo". Parola magica, usata come passepartout da quanti - tanti - hanno invocato una Repubblica "nuova", con partiti "nuovi" e uomini "nuovi". In quanto estranei alla politica tradizionale e alla tradizione politica. Leghe e partiti personali. Uomini politici rigorosamente extrapolitici. Esterni alla politica. E meglio se antipolitici. Imprenditori, artigiani, militanti della società civile e del "sociale", attori, autori, sportivi, presentatori e presentatrici tivù.

E' di quegli anni il mito della "Grande Riforma". Perché ri-formare significa dare una forma "nuova" alle istituzioni. Quindi "cambiare" - in modo sostanziale - rispetto al passato: lo Stato, il sistema politico, le istituzioni, il governo. Attraverso il presidenzialismo e il semipresidenzialismo, oppure il premierato/cancellierato; e poi il federalismo, il sistema americano, il maggioritario, il bipolarismo e magari il bipartitismo. Il partito leggero e le primarie. Per quanto tempo se n'è parlato e discusso. Anzi, non si è mai smesso. Però, in modo sempre meno convinto. E, soprattutto, sempre meno condiviso dai cittadini. Dalla mitica società civile che aveva partecipato in modo coinvolto e appassionato alla stagione del cambiamento, nei primi anni Novanta. Votando massicciamente ai referendum e premiando i partiti e i leader "nuovi" alle elezioni politiche.

Alla fine del decennio, tuttavia, questa spinta si spegne. Tutti i referendum falliscono. I cittadini: dal 1999 si oppongono a ogni tentativo di modificare il sistema elettorale in senso definitivamente maggioritario. L'unico referendum che supera la soglia del 50% di partecipazione elettorale, nell'ultimo decennio, è quello che, nel giugno 2006, boccia le riforme costituzionali. Approvate in fretta e furia dalla maggioranza di centrodestra l'anno prima. Segno che l'ansia di cambiamento, fra i cittadini, si era ormai spenta. D'altronde, da tempo, anche il linguaggio si è adeguato a quest'epoca stagnante. Non si parla più del "Cambiamento", ma piuttosto di "cambiamenti". Meglio ancora di "innovazioni", che toccano aspetti specifici e puntuali della realtà, senza pretendere di ri-disegnarla. Inoltre, al Cambiamento subentra il riferimento alla Transizione, che significa Passaggio. Cioè: siamo in viaggio. Ma senza sapere perché. Così, dopo anni e anni passati a viaggiare senza mèta, a "innovare" senza un fine preciso e condiviso, la Transizione è divenuta una condizione stabile (e non transitoria). Mentre il cambiamento e i termini ad esso collegati hanno perso significato. Come le riforme: oggi le vogliono tutti, a parole, ma pensano a cose diverse e spesso opposte. D'altronde, i riformisti più accaniti oggi stanno a destra. Solo che pensano a ri-formare la giustizia, a ristabilire l'immunità parlamentare - anzitutto per il premier. Più che una ri-forma, un ri-torno. Alla prima Repubblica. D'altronde, più che sul cambiamento futuro, il dibattito politico - e sociale - è tutto ripiegato sul passato. Si discute di Craxi e di Tangentopoli. Dei comunisti e dei socialisti. Dei democristiani no, perché non sono mai passati di moda. E, di data in data, si risale - o si ridiscende - lungo la nostra storia. Al 1968, alla Resistenza. Fino all'Unità nazionale.

Il sospetto - fondato - è che si discuta del passato con gli occhi rivolti al presente. Anche perché il cambiamento si è, ormai, consumato. La classe politica della prima Repubblica è tornata, in parte non se n'è mai andata. La si incontra oggi in tutti i principali partiti e schieramenti. Gli uomini "nuovi", peraltro, stanno, ormai da tempo, saldamente al potere. Bossi e Berlusconi, in testa. Per cui non sono più "nuovi". Perché, allora, dovrebbero "cambiare"? Anche i leader e i parlamentari del centrosinistra, sopravvissuti, in gran parte, alla fine dei partiti di massa. Perché dovrebbero evocare - o peggio: promuovere - il cambiamento? La loro posizione è, in fondo, garantita da partiti largamente oligarchici e da un sistema elettorale conservatore. Le difficoltà in cui versa il progetto dell'Ulivo e del Pd, in fondo, hanno la stessa origine. La resistenza al - e la rimozione del - cambiamento. A cui la destra può opporre l'uso della tradizione in senso neo - e teo - con (servatore). Come risposta allo spaesamento sociale, culturale ed etico prodotto dal "cambiamento". La sinistra no. Per storia, valori, per coerenza con le domande della sua base sociale: ha bisogno di immaginare il cambiamento. E di evocarlo ad alta voce. Senza farsi tentare dalle (note) parole di Tancredi, quando (nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) suggerisce allo zio, don Fabrizio Salina: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!".
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