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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
UNITĄ D'ITALIA, UNA FESTA IN SORDINA, LA RICORRENZA PIACE DI PIŁ A SINISTRA
[La Repubblica, 21 febbraio 2011]

Il prossimo 17 marzo sarà festa nazionale, per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Lo ha deciso il governo, con il voto contrario dei ministri della Lega. Tra i quali Umberto Bossi. L'Icona, oltre che il leader indiscusso, del partito padano. Naturalmente, questa divisione non ha prodotto conseguenze politiche nella maggioranza.

Nessuna crisi, neppure un po' di tensione interna. In fondo, l'argomento non è in testa all'agenda di governo. Come, ad esempio, la riforma della giustizia oppure una delle leggi a tutela dei molteplici conflitti di interesse del Premier. Sull'identità nazionale, invece, è possibile dissentire, assai più che sul federalismo (anche se municipale...). È, anzi, possibile che la Lega abbia considerato il provvedimento del governo perfino utile, ai propri fini. Non perché sia d'accordo. Ma perché ha potuto distinguersi dagli alleati, in modo esplicito e diretto, in merito a una questione strategica per la propria identità. Esibendo, una volta di più, la propria estraneità nei confronti dell'Italia Unita, la Lega ha brandito la bandiera del Partito del Nord. Anche se resta ben impiantata a Roma. E dal 2001 è accanto al Cavaliere, alleata inquieta ma fedele, perno insostituibile della coalizione di Centrodestra. Il "Nord padano" a sostegno di un governo che celebra la giornata del Tricolore e dell'Unità nazionale. D'altronde, per la politica e la società italiana non si tratta di temi laceranti.

Il sentimento nazionale, anzi, è divenuto importante, nel Paese, proprio grazie alla sfida secessionista lanciata dalla Lega nei primi anni Novanta. Fino ad allora, come rammentò Gian Enrico Rusconi in un saggio pubblicato dal Mulino (nel 1993), pochi si erano interrogati su cosa sarebbe successo se avessimo cessato di essere una Nazione. Questione ritenuta poco rilevante, non solo perché ritenuta impossibile, ma soprattutto perché appariva largamente rimossa. A causa dell'ombra inquietante proiettata dall'eredità del nazionalismo fascista. Ma anche per non evocare i problemi di un Paese attraversato dalla frattura Nord/Sud. In fondo il nostro sentimento nazionale - più che di riferimenti epici e storici - si alimenta di elementi antropologici e di senso comune. L'abbiamo sottolineato altre volte. Nella percezione degli stessi italiani, il nostro popolo si distingue dagli altri per "l'arte di arrangiarsi", "l'attaccamento alla famiglia" e al contesto "locale". Per questo, in fondo, Berlusconi appare un italiano vero. Un campione dell'arte di arrangiarsi, del familismo (a)morale. Ma, a dispetto di quel che afferma, la stessa Lega esprime il sentimento nazional-popolare (come sostiene il sociologo Paolo Segatti). Perché interpreta al meglio (o al peggio, dipende dai punti di vista) questo Paese di paesi e di compaesani, questa terra di localismi, particolarismi. E, in qualche misura, anche la nostra tradizione di "politica politicante", dove è possibile dire tutto e il contrario di tutto, allo stesso momento. E dove tutto è irriducibile e tutto è negoziabile, senza soluzione di continuità. Visto che pochi altri politici - anzi, forse nessun altro - sono abili quanto Umberto Bossi nel ricavare il massimo al tavolo delle trattative.

Il prossimo 17 marzo si annuncia, dunque, come una festa poco festosa. Anche la popolazione la attende senza troppa emozione, ma, semmai, divisa. La maggioranza degli italiani (secondo un recente sondaggio di Demos) la considera giusta e opportuna. Una festa a ogni effetto. Anzi, più importante di molte altre. Perché "eccezionale", come ogni ricorrenza. Utile non solo a commemorare, ma a rinnovare e, in questo caso, a innovare. A rafforzare un sentimento "tiepido". Ma questa maggioranza è comunque limitata, supera di poco la metà degli italiani (intervistati). La porzione di quanti ritengono che non ci sia nulla da festeggiare è, per contro, molto ridotta. Una persona su dieci appena. Una su tre, però, pensa che il 17 marzo si dovrebbe festeggiare senza interrompere le normali attività di studio e lavoro di tutti i giorni. Come ha sostenuto Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: non ce lo possiamo permettere. (Ma la stessa osservazione non dovrebbe valere per le numerose festività religiose che costellano il nostro calendario?) Insomma, una festa minore, da celebrare senza troppa enfasi. È significativo che il maggior grado di indifferenza e opposizione emerga tra gli imprenditori, i lavoratori autonomi, i liberi professionisti. Ma anche fra le casalinghe. E che il maggiore consenso provenga, invece, dagli studenti, dagli impiegati pubblici, dalle persone con titolo di studio più elevato. Come se l'Unità d'Italia costituisse un riferimento "intellettuale" piuttosto che "popolare". Inoltre, al pari di ogni vicenda e di ogni evento che richiama la nostra storia (dalla festa della Repubblica a quella della Liberazione), riemerge, puntuale, la tradizionale frattura politica.

Così, il 17 marzo è ritenuto "memorabile", una data da celebrare senza riserve, dagli elettori di Sinistra e di Centrosinistra (oltre il 60%). In misura meno ampia, anche da quelli di Centro (intorno al 55%). Mentre la maggioranza degli elettori di Destra pensa che non vi sia nulla da festeggiare. O che si tratti di una festa non comandata. Un giorno in cui i credenti vanno a messa se lo ritengono opportuno. Ma tutti debbono recarsi a scuola o al lavoro. Come sempre. Perché, appunto, un'altra festività non ce la possiamo permettere. Non sono solo i leghisti a pensarla in questo modo. Anche gli elettori del PdL appaiono molto tiepidi. Verso questa giornata di festa, votata dal governo a maggioranza "relativa". Perché non c'è nulla di "assoluto" in questa Nazione relativa. In questo Paese provvisorio (come lo ha definito Berselli). Dove non c'è posto per la Storia. Al massimo per la cronaca.
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