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Indagini e approfondimenti sull'evoluzione dell'opinione pubblica e sulle dinamiche politico-elettorali in Italia.
C'È POCO DA RIDERE
[di Ilvo Diamanti]

Non sono pochi gli italiani che si sentono "felici". Quasi 3 su 4. Per essere precisi: il 73%. C'è da stupirsi, visti i tempi. Tristi, più che felici. Eppure non è una novità. L'avevamo già osservato in passato: anche se tutto intorno frana, gran parte di noi cerca di resistere. Si adatta. E si definisce "felice". Nonostante tutto. Certo, non "molto", ma (il 60%) "abbastanza" felice. Consapevole che, potrebbe andare anche peggio. Che al peggio non c'è mai fine. In questo senso ci sono d'aiuto le nostre tradizioni - per alcuni, i nostri vizi - sociali. Il nostro "familismo", la nostra abitudine "comunitaria". Il distintivo "nazionale", ciò che, secondo gli italiani stessi, ci distingue dagli altri popoli: l'arte di arrangiarsi. La capacità di sfidare i cambiamenti e le difficoltà, grazie al sostegno delle reti comunitarie. In primo luogo, della famiglia. Grazie, ancora, alla cerchia degli amici, delle persone con cui abbiamo legami di confidenza e di consuetudine. Non è "il diritto inalienabile alla ricerca della felicità", che i governi devono garantire agli uomini, secondo la Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 luglio 1776. Più modestamente, la felicità all'italiana ricorda il "mondo delle piccole cose" della tradizione crepuscolare. Che si traduce nella capacità di cercare la felicità, appunto, "nel nostro piccolo". Attraverso la protezione che ci viene offerta dalle persone intorno a noi, che ci circondano e ci tutelano. Naturalmente, neppure questa condizione minimalista è facile da mantenere. Da riprodurre. Così, nel corso degli ultimi dieci anni, il grado di felicità dichiarato, nel nostro Paese, ha conosciuto un progressivo declino. E di recente ha mostrato un'accelerazione più consistente. Quasi improvvisa. Nel 2005, infatti, quasi tutti gli italiani (il 90%) si dicevano "felici". insomma. Il declino è cominciato più tardi. Dal 2008. Non a caso: è l'anno in cui ha avvio la grande crisi globale. Allora, la quota delle persone che si dicevano felici era scesa all'87%. Sempre tante. Ma 3 punti meno di tre anni prima. Quattro anni dopo, nel 2012, il "tasso di felicità" era sceso di altri 6 punti, attestandosi all'81%. Un anno dopo, la caduta: quasi 10 punti. Così oggi scoprire che il 73% degli italiani si sentono felici non è sufficiente a farci sentire "abbastanza" felici. D'altronde, il degrado della felicità italiana dipende proprio da loro. Visto che i "molto" felici, dal 2005, sono calati di circa 6 punti. Gli "abbastanza" di oltre 10.

Evidentemente, l'inquietudine è cresciuta, nell'ultimo decennio, ancor più nell'ultimo periodo. Ha trasformato la nostra felicità in un sentimento precario. "Eroso" dalla crisi economica. Ma anche dell'invecchiamento della popolazione. Non a caso, i più "infelici" sono gli anziani, ma anche i disoccupati. Mentre i più "felici" sono, in assoluto, i più giovani, gli studenti e i liberi professionisti. Avere il futuro davanti, aiuta ad essere ottimisti. Anche un buon reddito e il controllo sulla propria professione. L'in-dipendenza (non da Roma, ma nel lavoro). Ma l'Italia è un Paese sempre più vecchio, dove si fanno pochi figli. Dove a 35 anni si è giovani-adulti e a 50 adulti-giovani. Più avanti nell'età, invece, ci si sente giovani. Mentre i "giovani davvero" sono sempre di meno e, quando possono, partono. Se ne vanno altrove, visto che questo non è un Paese per giovani. Così, se felicità e giovinezza si coniugano, vanno insieme, è difficile essere felici, in Italia. Meglio "fingere". D'altronde, la crisi ha compromesso anche le certezze di coloro che avevano garantito al Paese e alla società una "spinta propulsiva", negli ultimi vent'anni. I piccoli imprenditori. I lavoratori autonomi. Oggi sono tra i meno felici. E non potrebbe essere diversamente, visti i tempi. È significativo osservare, semmai, la felicità tiepida delle donne e, soprattutto, delle casalinghe. A conferma di quanto sia frustrante essere donne e casalinghe, in Italia. Difficile da nascondere, anche a se stessi. Il sentimento di felicità, invece, è sempre tenuto vivo e alimentato dalla fiducia negli altri. E dall'impegno sociale. È così che si va oltre alla felicità limitata e realista, dettata dall'arte di arrangiarsi. "Felicità è partecipazione", potremmo dire, echeggiando quel che recitava Giorgio Gaber, riferendosi alla libertà. Soprattutto quando la partecipazione va al di là - e al di qua - della politica. Coloro che dichiarano un maggior livello di partecipazione sociale "volontaria" o in attività "non convenzionali", a sostegno dei "beni comuni"; coloro che frequentano l'associazionismo culturale, ma anche sportivo: sono i più felici. Almeno, così si dichiarano 8 su 10.
Per questo la ricetta della felicità suggerirebbe di superare le nostre abitudini, il nostro "carattere nazionale". Di ridimensionare l'arte di arrangiarsi, il familismo. Non di negarlo o, peggio, di nullificarlo. Ma di limitarlo. E di coltivare, invece, altre virtù, che da noi hanno sempre avuto vita difficile e scarsa popolarità. Il senso civico e delle istituzioni. La politica come comunità, invece che come pratica individuale, mediatizzata, estranea alla vita delle persone. Dovremmo, cioè, spostare l'attenzione dalla felicità pubblica alla felicità privata (per citare Albert O. Hirschman).

La ricerca della felicità, infine, dovrebbe indurci a non fingere l'eterna giovinezza. A non immaginarci per sempre giovani. Ma a coltivare buone ragioni, perché i giovani possano restare, o meglio, rientrare in Italia. Per attirare giovani di altri Paesi. Per integrare gli immigrati. Che oggi, non a caso, se ne stanno partendo verso altri Paesi, più affluenti. Dove l'economia e il lavoro crescono più che da noi. Come i nostri giovani. Senza di loro ci ritroveremmo, sicuramente, meno sicuri. Perché più vecchi e più soli. In altri termini. Più infelici. Trascinando anche loro, i giovani, in questa penombra. Nell'ultimo anno, la componente sociale che, più di tutte, ha subito il calo di questo sentimento. D'altra parte, è inevitabile. A convivere con un popolo di adulti e anziani sempre più tristi: c'è poco da stare allegri...

ABBIAMO PERSO IL TREND DEL SORRISO
[di Luigi Ceccarini e Martina Di Pierdomenico]

Felicità e in-felicità sono sentimenti che si sviluppano non solo intorno allo snodo del benessere o della crisi economica. Né derivano soltanto dai tratti della personalità individuale. Ma trovano anche in altre esperienze, di natura pubblica, vissute dagli italiani, un elemento importante. Le condizioni legate al lavoro - sicurezza, reddito, prospettive - contribuiscono ad assicurare un clima "felice". Del resto il trend della felicità lo mostra bene. Inizia a calare con l'inasprirsi della crisi. E pare meno diffusa nelle zone più difficili del Paese: il Sud. Ma anche altre sono le condizioni che si intrecciano alla felicità degli italiani. L'indagine Demos, infatti, fa osservare come i cittadini felici siano quelli meglio integrati nella dimensione pubblica. Così quanti hanno poche occasioni di sentirsi parte del contesto politico-sociale mostrano un atteggiamento meno ottimista. Non a caso troviamo una popolazione un po' più felice tra i cittadini del Centro Italia e del Nordovest. Meno nel Nordest, segnato da anni di tensione con lo stato centrale, oltre che da una crisi che ha colpito il suo modello di sviluppo.

Il ben-essere è anche riflesso del ben-avere. Il 72% degli in-felici prevede, infatti, che la crisi economica non finirà prima di due anni (vs. 55%). E pensa che nei prossimi dodici mesi peggiorerà sia il proprio reddito (34 vs. 19%) che l'economia italiana (41 vs. 27%). La tentazione di tornare alla Lira viene condivisa da quasi la metà di loro (46 vs. 33%). Maggiore, di conseguenza, è la paura e l'incertezza nel futuro (62 vs. 50%). Gli italiani più felici hanno maggiore fiducia nelle istituzioni: dal presidente Napolitano (52 vs. 38%), alla scuola (57 vs. 36%). Passando per l'Ue (36 vs. 19%) e le Forze dell'Ordine (74 vs. 56%). I più in-felici, invece, temono maggiormente per la sicurezza personale e l'ordine pubblico. Si fidano dello Stato solo nell'8% dei casi. La situazione politica nazionale e la corruzione, secondo loro, peggiorerà. Questo sentimento di delusione, che trova ragioni anche nella sfiducia verso i governanti, segna l'essenza del sistema politico. Infatti, per il 23% degli in-felici (vs. il 15%) non fa differenza avere un regime autoritario o democratico. Un intreccio perverso, tra emozioni personali e orientamenti civili. Un cortocircuito, che desta qualche preoccupazione sullo stato degli italiani - quelli in-felici, in-crisi e in-certi - e dell'Italia


NOTA INFORMATIVA

Il sondaggio è stato condotto da Demetra (sistema CATI) nel periodo 09 - 12 dicembre 2013. Il campione nazionale intervistato è tratto dall'elenco di abbonati alla telefonia fissa (N=1022, rifiuti/sostituzioni: 5.954) ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (margine di errore 3.06%).
L'indagine è stata diretta, in tutte le sue fasi, da Ilvo Diamanti. Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Martina Di Pierdomenico e Ludovico Gardani hanno curato la parte metodologica, organizzativa e l'analisi dei dati.

Documento completo su www.agcom.it

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