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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
GOVERNARE RESTANDO FERMI
[La Repubblica, 14 luglio 2014]

È la società immediata. Ha abolito il futuro. Ma anche il passato. E vive un eterno presente. Immediato. La società im-mediata. Ostile alle mediazioni e ai mediatori. Predilige le relazioni dirette. Fra cittadini e leader. Fra i cittadini che discutono e deliberano. Senza mediazioni.

In fondo, è questo lo scenario in cui ci muoviamo. Ormai da tempo (ammesso che il tempo abbia ancora un senso). Tanto che non ce ne accorgiamo neppure. Così si spiegano alcuni fatti altrimenti inspiegabili. Per primo, il consenso di cui dispone Matteo Renzi. Non mi riferisco solo al risultato del voto europeo, dove il "suo" partito - il Pd con la R - ha sfiorato il 41%. Parlo, invece, dei sondaggi successivi e più recenti (fra cui quelli di Ipsos). Secondo i quali il gradimento verso il governo supererebbe il 60%, mentre la fiducia personale nei confronti di Renzi sarebbe vicina al 65%. Insomma, un tributo senza riserve. Perfino Berlusconi, anche nei tempi migliori, agli inizi degli anni 2000, aveva "diviso" gli elettori e l'opinione pubblica. Ottenendo consensi plebiscitari a destra (e per qualche tempo anche al centro), ma subendo un dissenso altrettanto plebiscitario a sinistra. Renzi no.

Dispone di un sostegno largamente trasversale. E resiste, nella considerazione popolare, nonostante il Paese abbia affrontato mesi difficili. Che hanno lasciato tracce profonde nella società, come sottolineano i dati dell'Istat sulla disoccupazione - nella popolazione e, soprattutto, fra i giovani - e le statistiche della Caritas sulla povertà (il cui impatto sociale è raddoppiato negli ultimi anni e investe, ormai, oltre 4 milioni di persone). Renzi e il suo governo, peraltro, non sembrano soffrire, più di tanto, neppure la "prova dei fatti". Il confronto fra i programmi (e le promesse), da un lato, e le azioni concrete, la loro effettiva realizzazione, dall'altro. Certo, oggi la riforma (meglio, l'abolizione) del Senato arriverà, appunto, in Senato. In attesa di una prima, probabile, approvazione. Ma il cammino seguente durerà ancora un anno, almeno. Come l'itinerario della legge elettorale, presentata ancora in gennaio, dopo un confronto con Silvio Berlusconi. Da allora, il procedimento è proseguito, con molte e diverse modifiche. Prodotte dall'esterno, ma anche dall'interno del Pd. In attesa di un confronto, prima annunciato e poi sospeso, con il M5s.

Così non sappiamo, ancora, cosa e quando scaturirà, da questo percorso riformista. Che, peraltro, riguarda l'ambito istituzionale. Fondamentale, per il funzionamento e il cambiamento dello Stato. Ma non prioritario, nella percezione dei cittadini. Molto più interessati ad altre materie. Per prime: fisco e lavoro. Su cui la discussione e la progettazione, per non dire l'attuazione, sembrano "sospese". Eppure, la fiducia verso il governo e il suo premier non sembra risentirne troppo. Anzi, non ne risente proprio. Perché, l'abbiamo detto, siamo in una società immediata. Dove tutto corre veloce. E Renzi, per primo, ha fatto della velocità la sua cifra.

E nella società immediata si dimentica in fretta. Soprattutto se le novità si susseguono. Se ogni giorno irrompono nuovi progetti, nuovi soggetti, nuove emergenze. Allora diventa difficile "tenere a mente" programmi e promesse. Basta lanciarne sul mercato di nuovi. Di continuo. E spendere risultati provvisori, come "fatti". La prima approvazione della riforma del Senato, in una commissione o in un ramo della Camera, corrisponde a una cosa "fatta". E se il procedimento si interrompe oppure rallenta, per l'opposizione di avversari o amici: tanto meglio. Perché è colpa degli altri. Quelli che hanno paura di cambiare. D'altronde, in Italia c'è un deficit profondo dei soggetti di rappresentanza. E - appunto - di "mediazione": fra società e istituzioni. I partiti, per primi, non esistono quasi più. Privi di considerazione e fiducia, fra i cittadini. Ma anche i sindacati, le organizzazioni economiche e di categoria. Hanno perduto credito e peso, oltre che "adesioni", nella società e nel mercato del lavoro. D'altra parte, è difficile "rappresentare" il lavoro, visto che, fra gli operai, soprattutto giovani, prevale la precarietà. Mentre i ceti "medi" sono quasi scomparsi. Scivolati in basso.

Così, Renzi, per primo, elabora le proprie scelte e le proprie strategie, sui temi economici e dell'occupazione, senza consultare sindacati e rappresentanze imprenditoriali. Anzi: rivendica apertamente. Ricavandone consenso "immediato". Perché la "concertazione" è stata dimenticata. Solo evocarla, genera s-concertazione. Si guardi alla trattativa su Alitalia. Sottoscritta dal sindacato solo alla fine, di fronte ad alcune importanti modifiche, annunciate dal governo (in particolare, sugli esuberi). Ma poi - pare - non trasferite nell'accordo. Ormai, però, il patto è stato siglato. E, domani, le ragioni del dissenso (che, peraltro, ha diviso perfino il sindacato) chi le ricorderà?

D'altronde, nella società immediata, la "democrazia" si sviluppa attraverso il rapporto diretto dei cittadini con il Capo. Oltre ogni mediazione. Salvo quella dei media - e, soprattutto, della televisione. L'alternativa e l'opposizione avvengono, invece, attraverso la "logica della rete", che intreccia i blog e i social network. Dove i cittadini possono informarsi, discutere e decidere, senza mediazioni e senza mediatori. Senza partiti, politici, giornali e giornalisti. Anzi "contro" di loro. È la democrazia im-mediata, più che diretta. Rivendicata da Grillo e dal M5s. Solleva, a sua volta, conflitti e accuse - anche dall'interno - di essere scarsamente democratica.

Molti attori e osservatori attendono - e sperano - che, alla fine, l'equilibrio precario si spezzi. E provochi, di conseguenza, la caduta del governo e del premier. Tuttavia, come si è detto, questo clima di incertezza non ne ha ridimensionato il consenso. Ma lo ha perfino fatto crescere. Tanto da suggerire il sospetto che, almeno in parte, proprio lui, Renzi, sia responsabile di questo presente senza limiti, senza rappresentanze e senza progetti. Che proprio lui abbia contribuito ad alimentare questa società immediata, questo tempo senza tempo. Dove Renzi, veloce e cangiante, si muove a proprio agio. Anche restando fermo.

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