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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
DALLA DEMOCRAZIA ALLA POPOLOCRAZIA
[La Repubblica, 20 marzo 2017]

L'esito delle elezioni in Olanda è stato accolto con sollievo da chi teme per le sorti della democrazia e del progetto unitario europeo. Il successo del partito di governo, il Vvd, guidato dal premier, Mark Rutte, ha, infatti, ridimensionato la minaccia "populista", agitata da Geert Wilders, leader del Pvv. Considerato in grande crescita, fino ad apparire possibile vincitore. Non è andata così. Il partito di Rutte è, infatti, l'unico ad aver superato, seppure di poco, il 20%. Mentre il Pvv di Wilders si è fermato al 13%. Molto al di sotto delle previsioni. Così, molti leader e analisti politici hanno potuto parlare di "sventato pericolo" per la nostra democrazia. A ragione, visto quanto annunciavano molti sondaggi. Tuttavia, i risultati olandesi possono essere letti anche in modo diverso. Meno rassicurante. Come ha fatto, per esempio, il politologo francese Marc Lazar, attento studioso della realtà italiana. Intervistato da Alberto D'Argenio per Repubblica, pochi giorni fa, Lazar ha, infatti, osservato che, in Francia e non solo, i populisti "sono minoritari". Eppure "pesano in modo determinante sul resto della politica". Lo stesso caso olandese, d'altra parte, deve essere valutato con attenzione e prudenza. Anzitutto perché i Liberaldemocratici di Rutte hanno, comunque, perduto peso elettorale (-5 punti %) e seggi. Mentre il partito di Wilders è comunque cresciuto in voti (+3 punti %) e in seggi (da 15 a 20). Semmai è interessante il risultato dei Verdi, che hanno sfiorato il 9%. Superando largamente i Laburisti, che sono invece crollati. Tuttavia, non è mia intenzione analizzare il voto in Olanda. Altri l'hanno fatto, con maggiore competenza. Mi interessa, invece, ragionare di come stiano cambiando la democrazia e l'Europa. Sulla spinta dei nuovi soggetti politici. Definiti "populisti". Perché evocano e invocano il "popolo sovrano", contro le èlite dei partiti e delle istituzioni di governo, al tempo della "democrazia rappresentativa". La democrazia, in Europa: si sta trasformando in "popolocrazia". Perché il "demos", il principio della cittadinanza, titolare di diritti e doveri, tende a venire ri-definito in "popolo". Comunità indistinta, unita dai confini e dai nemici. I nuovi "populisti", emersi nell'ultima fase della nostra storia, condividono, infatti, l'avversione verso i "capi", le burocrazie. Verso gli stranieri. Verso gli islamici. E verso l'Europa. O meglio, verso la Ue. Per questo il voto olandese era atteso con tanta attenzione. E apprensione. Perché coinvolge un Paese e una nazione al centro della "vecchia" Europa. Ma, soprattutto, perché anticipa e potrebbe - avrebbe potuto - influenzare le prossime scadenze elettorali in Europa. Per prima, la Presidenziale, che avrà luogo in Francia fra un mese, seguita dalle legislative. E poi: le elezioni in Germania, dopo l'estate. Per finire con le elezioni in Italia. L'anno prossimo, se non prima.

Dovunque, i populismi e i populisti hanno assunto un ruolo rilevante e crescente. In Francia, osserva Marc Lazar, la vittoria di Marine Le Pen e del Front National, "al momento sembra ancora impossibile, ma in realtà non è improbabile". In Italia, d'altronde, i soggetti politici che presentano elementi di populismo sono numerosi. Fi, Lega, M5S. Diversi e difficilmente compatibili fra loro. Mentre in Germania l'Afd, partito populista nato solo tre anni fa, ha intercettato oltre il 14% nel "municipio rosso" di Berlino. Ma, soprattutto, con il 21%, ha superato la Cdu nel Meclemburgo-Pomerania. Un Land piccolo ma molto significativo, visto che Angela Merkel ha il suo collegio elettorale proprio in questa regione. Il populismo ha attecchito anche nel Regno Unito, dove l'Ukip, il partito britannico nazionalista ed "euroscettico", guidato da Farage (alleato del M5S, in Europa), ha "coronato" la sua missione: la Brexit.

Dovunque, in Europa, echeggia il richiamo al "popolo sovrano". A partire dalla Danimarca e dalla Scandinavia. Dove i "partiti del popolo" hanno assunto un peso rilevante, sul piano elettorale e, talora, di governo. Tuttavia, i soggetti politici populisti, come ha scritto Mauro Calise, sono "proteiformi". In grado di "adattarsi al malcontento popolare". E di influenzare anche i programmi e il linguaggio degli altri partiti. Oltre al sentimento sociale e all'opinione pubblica. In Olanda, il partito di Mark Rutte, per vincere le elezioni, ha utilizzato gli argomenti di Wilders, "sfruttando" la polemica contro Erdogan e la Turchia. In Francia, l'unico soggetto politico apertamente "europeista" è En Marche, promosso, di recente, da Emmanuel Macron. Il quale, però, proprio ieri, sul JDD ha affermato: "Chiamatemi pure populista, se volete. Mai demagogo ". D'altronde, al tempo della comunicazione televisiva e, ancor più, dei social media, la comunicazione "immediata", senza mediazioni, è divenuta una tendenza generalizzata. Anche in Italia. Polemizzare con la Ue, come fanno molti leader politici, anche di governo, serve a rafforzare la posizione negoziale del Paese. Ma, anche ad allargare il favore presso l'opinione pubblica. Visto che in Italia, come ha mostrato il recente sondaggio dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (curato da Demos, Oss. di Pavia e Fond. Unipolis), la fiducia verso la Ue si è attestata intorno al 34%. Come in Francia. Meno che in Uk. Un indice più che dimezzato rispetto a vent'anni fa. D'altronde, dovunque, in Europa, il consenso per la libertà di circolazione alle frontiere, prevista dal trattato di Schengen, è ormai molto limitato. In Italia: 12%. Ma altrove, soprattutto in Francia e in Uk, anche meno. Nella stessa Germania: poco di più (14%). Gli attentati terroristici, la grande migrazione che viene dall'Africa e dal Medio Oriente, insieme alla crisi economica: hanno alimentato, insieme all'insicurezza, la penetrazione del populismo. Favorendo l'affermazione della "popolocrazia". Una versione distorta e faziosa della "democrazia". Fondata su un'idea, meglio, un'ideologia, che immagina un popolo "in-distinto", unito dalle paure, dai confini che ci separano dagli "altri". La realtà è diversa, naturalmente. Non c'è "un solo popolo". Ma una società unita e, al tempo, stesso divisa in base a interessi e valori. Che nella democrazia rappresentativa trovano "rappresentazione". Per questo è necessario guardarsi dalla "popolocrazia". E difendere, rivendicare la "democrazia".

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