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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
LA GENERAZIONE SOSPESA NELLA SCUOLA A METÀ CHE ALLONTANA IL FUTURO
[La Repubblica, 1 marzo 2021]

La pandemia rischia di durare ancora a lungo. Un giorno dopo l'altro, i numeri dei contagi, dei ricoveri e delle vittime rimbalzano sui media. Senza soluzione di continuità. Perché il virus marcia e si diffonde in modo imprevedibile. E tutti lo seguono. O meglio, lo in-seguono. Medici, scienziati, media. E noi per primi. Così, la nostra vita è cambiata. E cambierà ancora. Il nostro presente e, tanto più, il nostro futuro. Per questo, è comprensibile che l'insofferenza e la protesta si allarghino. Fra i lavoratori e gli imprenditori, le categorie economiche che vedono crollare le loro prospettive e, prima ancora, la loro condizione presente. Ma non solo. Le manifestazioni si stanno ri-producendo, in diversi punti del Paese, anche fra gli studenti. Frustrati, oltre che preoccupati, dal "distanziamento sociale" che li coinvolge. E rende loro difficile frequentare i corsi. Alle scuole di ogni ordine e grado. Per problemi di convivenza in aula. E, ancor più, fuori. Perché gli "assembramenti" avvengono soprattutto intorno e all'esterno. Ma la frequenza scolastica è resa difficile anche, e soprattutto, dall'insufficienza e dall'inadeguatezza dei mezzi di trasporto, che molti studenti debbono utilizzare per recarsi a scuola.

Certo, le giovani generazioni, rispetto a quelle che le hanno precedute, hanno alcuni vantaggi importanti. Anzitutto, sono, in gran parte, costituite da "nativi digitali". Hanno una consuetudine profonda con l'uso dei social. Navigano online con capacità ed esperienza. E, per questo, hanno potuto affrontare l'emergenza scolastica attraverso l'uso della rete. La didattica a distanza. Peraltro, sei mesi fa, a fine estate (tra agosto e settembre), solo il 15% degli studenti - intervistati nel corso di un sondaggio condotto da Demos - immaginava (e, implicitamente, auspicava) che la didattica, alla riapertura delle scuole, avrebbe potuto, anzi, "dovuto", svolgersi interamente a distanza. Sensibilmente meno rispetto alla media della popolazione (21%). Non solo per vincoli "ambientali". Perché (come rileva l'Istat) vi sono ancora famiglie che non dispongono di un computer e di un accesso a Internet in casa. Il problema principale è che la domanda di "sicurezza", soprattutto fra i giovani, si confronta con l'esigenza di "relazione diretta". Empatica. In presenza. La scuola è anche questo. Non dico soprattutto... ma quasi. È luogo e canale di educazione, formazione. E di "socialità". Tutti noi, proprio a scuola, abbiamo costruito amicizie e conoscenze che durano nel tempo. Coltivate in classe. E "intorno". Nelle strade, nei bar e nelle piazze "intorno" agli Istituti superiori. E all'Università.

Io - come altri - ne ho esperienza diretta, visto che da 30 anni insegno a Urbino. Una città universitaria. Meglio ancora, una città che, ormai da decenni, si identifica con l'Università. Oltre che, ovviamente, con Raffaello. La sua "società" associa gli studenti ai residenti. È divenuta una società "ibrida". Ma il discorso, in modo e in misura diversa, vale per tutte le Università. E per le città di cui sono parte. Per questo non sorprende la delusione, meglio: la disillusione, verso la risposta delle istituzioni e, in particolare, della scuola, di fronte all'emergenza virale. Soprattutto dopo la ripresa del Covid, in autunno. Se alla fine di agosto, dunque: 6 mesi fa, quasi 2 italiani su 3 valutavano positivamente la reazione della scuola all'impatto della pandemia, oggi il giudizio appare assai più scettico. Infatti, meno di metà fra i cittadini intervistati da Demos considera adeguata la risposta delle istituzioni scolastiche. Ma, fra i più giovani, l'orientamento appare molto più negativo: 36% di giudizi positivi. Che crolla al 23% fra gli studenti.

Per questo, oltre metà degli italiani pensa che la protesta degli studenti contro la "didattica a distanza" sia giustificata. E, anzi, giusta. Un'opinione che risulta maggioritaria, ma, al tempo stesso, divide la popolazione. Anche gli studenti e i giovani. Perché non è possibile sottovalutare la gravità del momento. Ignorando il rischio che tutti corrono, i più giovani e non solo, se non si provvede - e procede - a contrastare la "trasmissione virale", alimentata dalla co-abitazione e dalla cor-relazione sociale. Così è giusto assumere tutte le cautele e tutte le precauzioni. Tenendo conto, però, che gli assembramenti di giovani non avvengono "dentro" alla scuola. Semmai "intorno", come si è detto. Ma è altrettanto giusto favorire la ripresa dell'attività scolastica. Non solo perché la scuola rimane un'istituzione fra le più importanti e riconosciute. Verso la quale esprime fiducia il 52% dei cittadini, secondo le più recenti rilevazioni di Demos. Ma perché, come si è detto, la scuola costituisce un luogo di formazione culturale - e professionale - per i giovani. A scuola: si prepara e si costruisce il futuro della società. Rappresentato e interpretato dai giovani. Un futuro che appare "sicuramente insicuro". "Imperfetto". Perché l'emergenza non permette di pre-vedere, ma neppure "immaginare", cosa avverrà. Per questo, investire nella scuola, oggi più che mai, è necessario. Per non rassegnarsi a questo "tempo sospeso". Per non trasformare i giovani in una "generazione sospesa". Senza futuro e senza passato. Imprigionata in un presente in-finito.

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