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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
CONTE E IL RISCHIO DEI PARTITI PERSONALI IL CONSENSO È VOLATILE
[La Repubblica, 5 luglio 2021]

Il Partito di Conte oggi non è ancora partito. E potrebbe arrestarsi prima di partire. Tuttavia, è il segno evidente di una divisione profonda, difficile da ricomporre. Il linguaggio usato dai protagonisti lo racconta bene. Quando si parla di "tregua", infatti, è implicito il richiamo a una "guerra". Mentre l'accento sulla "mediazione" sottolinea la "distanza", anzi: il "distacco", fra i soggetti in campo. Tuttavia, al di là del linguaggio, questa fase e queste vicende raffigurano e riflettono il paradosso del M5S. Sorto come un "Non-partito anti-partito", nel 2009. Su iniziativa di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio. Un attore e un imprenditore del web. Insieme. Con un progetto esplicito. Affermare un'esperienza politica di "democrazia diretta", anzi: "im-mediata". Senza mediazioni e senza mediatori. Attraverso il ricorso al digitale. Alla rete, che permette ai cittadini di partecipare alle decisioni. Con l'eccezione delle persone che non conoscono e non frequentano questi ambienti. Una minoranza, ormai. Meno di un terzo. Concentrata fra i più anziani e i meno istruiti. E in calo, al tempo del virus.

Il richiamo alla "democrazia diretta" ha, peraltro, un significato politico esplicito. In polemica aperta con la "democrazia rappresentativa". Fondata sulle elezioni e sui partiti. E, quindi, sulla "delega", che allontana i cittadini dalle sedi decisionali. Nel corso degli anni, questo progetto si è trasformato profondamente. Il M5S è, progressivamente, divenuto "un partito", che, come tutti i partiti, si presenta alle elezioni, fa eleggere i suoi candidati. In Parlamento. Con crescente successo. Fino, alle ultime elezioni politiche, nel 2018. Quando ha conquistato la maggioranza elettorale e, quindi, parlamentare. Così, "il non-partito antipartito", negli ultimi anni, è divenuto un "partito di governo". Anzi, dal 2018, sempre al governo. Con alleati diversi e alternativi. E oggi insieme a tutti i partiti. Meno uno. I FdI di Giorgia Meloni. Certo, com'è avvenuto non solo in Italia, si è "personalizzato". Ma per il M5S, si tratta di un "marchio d'origine". Visto che è sorto e si è modellato intorno alla figura del leader. In-seguendo i cambiamenti avvenuti nella comunicazione politica, che hanno orientato i partiti nella stessa direzione. Infatti, la "democrazia del pubblico" (per citare Bernard Manin), fondata sui media di massa, per prima la TV, ha reso la figura del leader sempre più importante. Dominante. Da Berlusconi in poi. Per questo abbiamo assistito all'ascesa dei "partiti personali", i "partiti del Capo". Come li hanno definiti Mauro Calise e Fabio Bordignon. Soggetti politici che si riassumono nell'immagine del Leader. Il Capo.

La diffusione del digitale, accanto ai media tradizionali, ha rafforzato questa tendenza. Perché ha accentuato il richiamo - e la retorica - del rapporto diretto fra il capo e i cittadini. Fra il leader e gli elettori. Il M5S ha interpretato questo modello fin dall'origine. Attraverso due figure che interpretano questi ruoli. La politica e la comunicazione. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Grillo, in particolare, ha dato al MoVimento un nome e un volto. Che si sono, rapidamente, sovrapposti. Tanto che i sostenitori e gli stessi elettori del M5S vengono definiti "grillini". Per questo motivo, il "fondatore" ha un ruolo determinante sulle scelte del (non) partito. Perché contribuisce alla sua "identità". Cioè, a dare un nome e un volto al partito. E a coloro che vi si riconoscono. I "grillini". Appunto.

Anche per questa ragione Grillo non può accettare l'irruzione, nel suo campo, di Conte. Un Capo che, negli ultimi anni, ha acquisito visibilità e consenso. E potrebbe sovrapporre, comunque, accostare, la propria immagine a quella del fondatore. O peggio: sostituirsi a Grillo.

Tuttavia, la personalizzazione politica e dei partiti genera instabilità. Fluidità. Perché le leadership personali si affermano in fretta. Ma altrettanto in fretta possono consumarsi. È sufficiente voltarsi indietro, ripercorrere le vicende politiche dell'ultimo decennio, per avere conferma di questa tendenza. Scandita dall'ascesa di leader e, talora, partiti. Rapida quanto il declino. Il partito di Monti: quanti ne ricordano il nome?

Per altro verso, è utile richiamare l'esperienza di Renzi. Che ha personalizzato il partito sintesi degli eredi della Prima Repubblica. Ha trasformato il Pd in PdR. Partito di Renzi. Salvo uscirne, quando si è sentito e-marginato. Per formare Italia Viva, che, oltre a un "partito personale", oggi appare un "partito con poche persone". Dal futuro incerto. Un problema genetico, dei "partiti personali". A differenza dei partiti tradizionali, che richiamano "idee radicate" e "storie di lunga durata". Molto più delle persone. Salvo casi e figure "eccezionali".

Per questo la minaccia di Conte di fondare un nuovo partito "a sua immagine" può creare seri problemi a entrambe le parti. Al M5S. Un non-partito con radici deboli e una storia di breve durata. Che, in pochi anni, ha dimezzato i suoi consensi. Tanto più a Conte. Perché è difficile riconoscere una storia e un'identità sociale dietro al suo volto e al suo nome. Immaginare un "popolo di contini", accanto - e oltre - a quello dei "grillini".

Così, è probabile che entrambe le parti, entrambi i soggetti, trovino una soluzione condivisa.

C'è il rischio, altrimenti, che nel cielo nebbioso della politica italiana appaiano altre stelle. Più numerose e luminose. A oscurare Grillo e, a maggior ragione, Conte.

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