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Un popolo di presidenzialisti ma il capo forte piace un po’ meno
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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
UN POPOLO DI PRESIDENZIALISTI MA IL CAPO FORTE PIACE UN PO’ MENO
[La Repubblica, 7 novembre 2022]

Il presidenzialismo è uno fra i temi maggiormente condivisi dai partiti di Centro-Destra, evocato in diverse occasioni, nel corso della campagna elettorale recente. Naturalmente, si tratta di una prospettiva che trasformerebbe la nostra Repubblica "parlamentare". E richiederebbe, per questo, una riforma sostenuta da una "larga" maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Oppure, in caso di una maggioranza più ristretta, il ricorso a un referendum. Per questo, si tratta di un'ipotesi complicata. Ma costituisce, comunque, un progetto che potrebbe aiutare una maggioranza inquieta. Unita, fin qui, soprattutto dall'esigenza di "mantenere" il governo del Paese. Il più a lungo possibile.

L'elezione diretta del Presidente, premessa importante e necessaria del sistema presidenzialista, costituisce, comunque, un obiettivo largamente condiviso dai cittadini. Come avevamo osservato in un'indagine condotta lo scorso dicembre. Quando 3 persone su 4 si erano dette "favorevoli" a questa ipotesi. Questo orientamento è confermato da un sondaggio realizzato da Demos nelle ultime settimane. In questo caso si è cercato di valutare non tanto il "favore" (generico), ma il "grado di consenso" verso l'elezione diretta. Un'idea - e un progetto - che trova (molto o abbastanza) d'accordo quasi 6 italiani su 10. Meno, rispetto a quant'era emerso da un'indagine condotta un mese prima. Ma di poco: 4 punti. Una differenza limitata, con-seguente alle elezioni. Non per caso. È probabile, infatti, che l'esito del voto abbia contribuito a raffreddare il "direttismo presidenzialista". Che oggi potrebbe favorire "una figura diversa", rispetto al passato. Anche recente. Giorgia Meloni, appunto.

Questo orientamento, peraltro, caratterizza da tempo il sentimento politico e le strategie dei partiti. Anzitutto e soprattutto, attraverso la "personalizzazione". Il primo più importante artefice di questa trasformazione è stato, com'è noto, Silvio Berlusconi. Negli anni Novanta. Dopo la fine della Prima Repubblica. La Repubblica dei partiti. Appunto. Berlusconi ha fondato e imposto un "partito personale" (come l'ha definito Mauro Calise). Un soggetto che aveva e ancora mantiene "il suo volto". La sua identità. Utilizzando i (suoi) media. Per prima: la televisione. Il filosofo e sociologo politico francese Bernard Manin ha coniato, al proposito, la definizione "democrazia del pubblico". Un sistema nel quale la presenza e l'organizzazione sul territorio vengono sostituite dalla comunicazione in TV. Dove vanno le persone, con la loro immagine. E raggiungono un "pubblico" molto più ampio delle organizzazioni di partito, sul territorio. Questo modello ha rafforzato la "personalizzazione" della politica. Anzitutto, dei partiti. Divenuti sempre più "partiti personali". Anche perché, nel frattempo, si sono indeboliti il radicamento sociale e la forza delle "identità", o meglio, delle "ideologie". Mentre si è ridotta sensibilmente la stessa partecipazione associativa, come hanno sottolineato molte indagini condotte da Demos (e non solo).

L'avvento dei "nuovi media" edel digitale non ha ridimensionato l'importanza dei media tradizionali e, soprattutto, della televisione. Ma ha, certamente, ridisegnato il rapporto dei cittadini con la politica. Sempre più "personalizzato", "immediato". Diretto. Questo mutamento ha interessato non solo i partiti e i loro leader. Ha, invece, coinvolto tutte le istituzioni. Per primo, lo Stato. A maggior ragione dopo l'avvento del Virus, che ha generato incertezza e paura. Sentimenti rafforzati dalla guerra, non lontana dai nostri confini. Così, è cresciuta la domanda di "sicurezza", attraverso la figura di "un capo". Una figura in grado di rappresentare e rassicurare i cittadini. Anche per questa ragione negli ultimi due anni è cresciuta la fiducia nei confronti del "Capo del Governo", che ha agito in modo sempre più "autonomo", rispetto al Parlamento. Attraverso i DPCM. Mentre si è affermata, a maggior ragione, la figura Presidente della Repubblica. Oggi l'indice di fiducia nei suoi riguardi ha raggiunto il 63%: 8 punti in più, rispetto al 2019. L'anno prima del Covid.
Il favore verso l'elezione diretta del Presidente è coerente con queste tendenze. Rafforzato dalle divisioni che segnano lo spazio politico e i partiti. Il consenso verso questa prospettiva, infatti, cresce passando da Sinistra verso Destra. Raggiunge il livello massimo fra gli elettori della Lega e, ancor più, dei Fratelli d'Italia. Fino a toccare i livelli massimi (84%) nella base di Forza Italia. Il "partito del capo", per definizione e tradizione.

Al contrario, scende sensibilmente a Sinistra. E raggiunge l'indice più basso tra chi vota per il M5S e, soprattutto, il PD.

Per questi motivi la "presidenzializzazione" della Repubblica, che procede, da tempo, in modo "implicito", nei prossimi anni potrebbe divenire "esplicita". E cambiare il "segno" della nostra democrazia.

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