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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
COSÌ VICINI, COSÌ LONTANI
[La Repubblica, 6 maggio 2007]

È salita l'attenzione dell'opinione pubblica intorno alla questione degli immigrati. Accesa da tensioni sociali, oppure da episodi di violenza. Per ultimo, dalla tragica fine della giovane Vanessa, per mano di una immigrata romena, a sua volta giovanissima. Così, l'onda emotiva è montata, riproponendo divisioni antiche, fra gli stranieri e noi. I dati dell'indagine Demos-Coop, condotta una settimana fa, rivelano, peraltro, atteggiamenti contrastanti. L'immigrazione, d'altronde, è una materia difficile da trattare. Anche per Paesi che hanno confidenza ed esperienza con il fenomeno ben superiori a noi. In Italia, però, il fenomeno ha conosciuto una dinamica straordinaria. Oggi in Italia ci sono più di tre milioni di immigrati. Oltre il 5% della popolazione residente. Più della media europea. Un aumento di quasi 4 volte, rispetto alla metà degli anni Novanta. Questo aumento impetuoso ha generato preoccupazioni ma non lacerazioni. Certo, gli immigrati costituiscono motivo di inquietudine crescente. Oltre un terzo degli italiani li considera un pericolo per l'occupazione e per l'identità. Il 43% una minaccia per la sicurezza e l'ordine pubblico. Un dato molto elevato. D'altronde (come segnala il "Rapporto sull'immigrazione" curato dalla Caritas), sono stranieri oltre il 20% delle persone denunciate in Italia per reati (il 30% in molte regioni del Nord; il 40% in alcune città come Bologna, Verona, Firenze, Padova). L'allarme suscitato dagli immigrati è aumentato in misura notevole negli ultimi anni. Sotto il profilo della "sicurezza" si è tornati ai picchi, elevatissimi, del 1999. Parallelamente, è calata la disponibilità a considerare l'immigrazione una risorsa per la nostra occupazione, per la nostra apertura al mondo. Insomma: la distanza nei confronti degli stranieri si è allargata. Tuttavia, gli italiani continuano a guardare con largo favore la concessione dei diritti di cittadinanza politica e sociale agli immigrati "regolari", che paghino "regolarmente" le tasse. Tre su quattro concederebbero loro, oltre al diritto alle case popolari, anche il voto amministrativo. Circa due su tre anche il voto alle elezioni legislative. Fra i principali fattori di inquietudine, quindi, c'è la condizione di "irregolarità", che caratterizza molti immigrati. Entrati clandestinamente nel Paese. Spesso "assorbiti" da aziende "regolari". In molti casi, però, risucchiati nei circuiti illegali. Le statistiche prodotte dal Ministero dell'Interno, peraltro, sottolineano come i reati commessi da stranieri riguardino, in massima parte, immigrati irregolari e illegali. Tuttavia, al pari della preoccupazione, cresce la consuetudine. In tutti i momenti della nostra vita quotidiana, le occasioni di contatto e di coesistenza con gli immigrati, negli ultimi anni, sono aumentate sensibilmente. Talora raddoppiate (come nel lavoro domestico e di assistenza agli anziani). Non potrebbe e non saprebbe fare a meno degli immigrati, la nostra società. Opulenta. Un po' impigrita dal benessere. Invecchiata. Pochi figli (e figlie), perlopiù indisponibili ad affrontare lavori faticosi e umili. (Spalleggiati, in questo, dai loro genitori). Gli immigrati: così lontani e così vicini. Senza di loro, come potrebbero funzionare le nostre aziende? Chi svolgerebbe i lavori di servizio e di manutenzione più umili? Chi darebbe assistenza ai nostri anziani? La paura, però, è amplificata da fattori ideologici e psicologici. Perché colpisce soprattutto chi ha meno contatti con lo straniero. Chi non lo vede. Chi non lo incontra. L'indagine, a questo proposito, offre indicazioni chiare. La preoccupazione, infatti, raggiunge il massimo livello fra coloro che non hanno relazioni con gli immigrati. Al contrario, risulta minima fra coloro che li incontrano con maggiore frequenza. La xenofobia, la paura dello straniero, ha un profilo anagrafico e sociale abbastanza preciso. È, infatti, più elevata fra le persone anziane, con minore istruzione, che vivono da sole, nei comuni più piccoli o, all'opposto, nelle metropoli (probabilmente in periferia). Inoltre, fra gli elettori di destra. Dunque, siamo diventati un Paese ad alto tasso di immigrazione. E siamo destinati a diventarlo ancora di più, nel futuro (visto che la popolazione straniera cresce di oltre il 10% l'anno: fra dieci anni sarà raddoppiata). Ma i sentimenti e gli argomenti che prevalgono, a questo proposito, sembrano guidati soprattutto dal pregiudizio. Oppure da calcoli politici. Si usa la "paura dello straniero" come una bandiera. Oppure, al contrario, si fa del "giustificazionismo a prescindere". Come se il problema della sicurezza non fosse "anche" collegato all'immigrazione (perlopiù clandestina). Il fatto è che la legislazione in Italia, negli ultimi anni, si è preoccupata soprattutto di fermare gli immigrati ai confini; di regolarne i flussi mediante quote annue (molto) ridotte. Li ha considerati come "lavoratori a tempo", da "importare" in quote ridotte. Irrealistiche, rispetto all'effettiva domanda delle nostre imprese. Così gli immigrati sono giunti in massa. Scoraggiati e talora fermati, tragicamente, solo dal mare. Poi, quando sono arrivati qui, non abbiamo saputo che fare. O meglio: nella gran parte dei casi sono divenuti dei "clandestini regolari". "Regolarmente" occupati. In attesa di "regolarizzazione" e di sanatoria. Di certo, non siamo riusciti a promuovere politiche efficaci per "integrarli", proponendo loro le nostre regole, i nostri valori, i nostri modelli di vita. In primo luogo, perché la nostra legislazione non lo prevede. Infatti, non serve "integrare" chi è considerato uno "straniero di passaggio", un lavoratore a tempo determinato. Peraltro: come pretendere che si inserisca nella comunità se, finito il contratto di lavoro, dovrà andarsene? In secondo luogo, perché non abbiamo un modello normativo, istituzionale e di valori effettivamente condiviso e convissuto. "Forte". Noi stessi siamo i primi ad avere sfiducia nel nostro sistema, a non rispettare le regole e le autorità. Come pretendere che lo facciano gli altri? Così, il costo e il peso dell'integrazione è ricaduto, pesantemente, sul volontariato, sulle amministrazioni e sulle comunità locali. Che hanno risposto in modo, spesso, efficace. Con alcuni paradossi (apparenti). Fra tutti: che il maggior grado di integrazione è stato espresso proprio nelle province del Nord e del Nordest. Dove gli stranieri suscitano preoccupazione. Dove è più forte la Lega. Che, a parole, ha alimentato il distacco e la protesta (per motivi elettorali). Ma, nei fatti, dove governa, ha favorito l'inserimento degli immigrati (numerosi, visto che si tratta di aree ad alto sviluppo industriale). Appoggiando le imprese, le associazioni sindacali e imprenditoriali, l'associazionismo cattolico e laico. Tuttavia, confidare, ancora e sempre, nella mitica "arte di arrangiarsi" degli italiani di fronte a un fenomeno così imponente, così importante. E "usare" gli stranieri per dare un volto alle nostre paure. O come una bandiera per combattere le piccole lotte politiche della nostra piccola politica. Per qualche voto in più. Non è solo misero, ma irresponsabile.

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