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Le mappe di Ilvo Diamanti
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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
SORPRESA, NEL NORDEST L'IMMIGRATO VIVE MEGLIO
[La Repubblica, 1 aprile 2007]

Non sempre l'immagine e la realtà coincidono. Talora contrastano in modo stridente. Come nel caso dell'immigrazione, uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo. Tanto più in Italia, dove, in pochi anni, si è allineata alla media europea. E, in alcune zone, l'ha superata ampiamente. Nel Nordest, ad esempio, e soprattutto in Veneto (dove si avvia a toccare 7%). Proprio dove, secondo l'opinione pubblica nazionale, è più forte l'ostilità verso gli stranieri. Non c'è bisogno di fare sondaggi impegnativi, per accorgersene. Io stesso, un paio di giorni fa, all'Università di Urbino, ho chiesto agli studenti di un master (provenienti da tutta Italia; tre di essi, da paesi stranieri) quali fossero, secondo loro, le zone più inospitali, per gli immigrati. La risposta, largamente condivisa: Lombardia, Veneto, Nordest. E, fra le province: Treviso, Vicenza, Bergamo, Varese. Insomma: la geografia politica della Lega. Che della "paura" dell'immigrato ha fatto una bandiera. Peraltro, questa immagine riflette alcune spiegazioni, diffuse non solo fra la "gente comune". Che il tasso di xenofobia sia proporzionale all'ampiezza del fenomeno migratorio. E si riproduca, nella stessa misura, sulle scelte a livello individuale, politico e amministrativo. I risultati del V Rapporto sull'integrazione degli immigrati, curato dalla Caritas per il Cnel, e presentato giusto la settimana scorsa, però, rovesciano queste spiegazioni e contraddicono le opinioni correnti. Le riducono al rango di "pregiudizi". Il Rapporto ricostruisce e valuta la capacità di integrazione dei diversi contesti territoriali in Italia in base a un indice, che riassume 21 misure diverse. Tiene conto, dunque, di molteplici aspetti: dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, dai reati commessi alla situazione abitativa, dai ricongiungimenti familiari ai tassi di occupazione e disoccupazione. Ne esce, come abbiamo detto, una rappresentazione largamente dissociata dalle immagini ricorrenti. Il contesto che garantisce il maggior livello di integrazione degli immigrati, infatti, è il Nordest, fra le macroaree. Mentre, fra le regioni, primeggiano il Trentino Alto Adige, il Veneto e la Lombardia (praticamente sullo stesso piano). Scendendo di scala, incontriamo quattro province del Nordest ai primi dieci posti. Complessivamente, però, otto appartengono al Nord "padano" (escludendo, cioè, l'Emilia Romagna). Se allarghiamo il campo alle prime 26 (un quarto del totale), il numero delle province "padane" sale a diciotto. Tra le quali, tutte quelle che, nella percezione comune (confermata dal "campione" dei miei studenti), risultano le più "ostili" agli stranieri. Vicenza, Treviso, Bergamo e Lecco, anzitutto; poi le altre "sospettate". Da Varese a Mantova, da Cuneo a Lodi, da Cremona a Pordenone a Brescia. Le enclaves elettorali della Lega, che dovunque supera il 10%, ma in molti casi va oltre il 14%. D'altronde, il grafico pubblicato in questa pagina è molto chiaro. Nelle province dove il grado di integrazione risulta "massimo", la Lega, alle elezioni politiche del 2006, consegue, mediamente, circa il 10%. Più del doppio rispetto alla media nazionale. Nel gruppo di province dove la capacità di integrazione è stimata "minima", al contrario, il risultato medio della Lega sfiora lo zero. Come si spiega questa singolare coincidenza fra la geografia della Lega e quella dell'integrazione, dove coesistono xenofobia e accoglienza? Il fatto è che la Lega, l'immigrazione e l'integrazione sono alimentati dagli stessi processi: economici, sociali e culturali. E, in fondo, dallo stesso "modello". Fondato sul lavoro, sulla piccola impresa, sul policentrismo, sulla comunità locale. Il lavoro, anzitutto. L'immigrazione, in queste province, è attratta, in primo luogo, dalla domanda delle piccole e medie aziende. Gli immigrati sono largamente "occupati" e, quindi, "regolari" (come ha mostrato una ricerca dell'Ismu). Non solo perché sono "in regola", ma anche perché assimilano le "regole" della vita locale. Il lavoro, infatti, non è solo fattore economico, ma, in queste zone più che altrove, costituisce un riferimento di valore. Si tratta di un territorio "laburista", dove "se lavori sei". E "sei" in base a "quel che fai". E a "quanto" lavori. Alla professione e alla fatica. Il lavoro: un meccanismo che genera "cittadinanza". In secondo luogo, agli immigrati viene riconosciuto un ruolo di sostegno alla famiglia. Basta pensare al peso delle "badanti", che compensano il ruolo di assistenza svolto, un tempo, dai figli (soprattutto dalle figlie). In terzo luogo, queste province continuano a mantenere una struttura residenziale diffusa e policentrica, punteggiata di piccoli comuni (anche se ormai confusi in conurbazioni sempre più estese). Una costellazione di piccoli centri, circondati da una miriade di piccole periferie. Il che ha, in parte, contrastato il formarsi di grandi banlieues. Non a caso, le situazioni di maggior disagio e conflitto si sono riprodotte in aree semi-metropolitane (come, di recente, a Padova). Peraltro, si tratta di zone a tradizione cattolica (e democristiana). Dove è fitta la rete di solidarietà comunitaria, tessuta dall'associazionismo cattolico (e non solo). Il quale ha garantito assistenza e servizio, fornendo centri di "accoglienza" sicuramente più "accoglienti" di quelli previsti dalle leggi. Piccola impresa, localismo, reti comunitarie, la famiglia. I fattori di successo della Lega. Che, non a caso, amministra molte di queste realtà. Non tutte, ovviamente. La geografia dell'integrazione comprende anche un buon numero di province politicamente di sinistra (fra le altre: Prato, Parma, Ancona). Con caratteri economici e sociali, peraltro, molto simili alle zone "leghiste" (e prima democristiane). Tuttavia, in termini comparativi, il peso di questa componente è molto più ridotto. Naturalmente, gli indici con cui è stata costruita questa graduatoria sono opinabili. In particolare perché rilevano aspetti "strutturali" (l'occupazione, l'accesso ai servizi, alle abitazioni, la scolarità dei minori), ma non i sentimenti della società locale e degli immigrati. Tuttavia, l'inserimento dei figli di immigrati nelle scuole, ad esempio, è un fattore di integrazione sociale e culturale molto potente. Alla lingua, ai valori, alle relazioni. Anche sugli atteggiamenti sociali, però, circolano leggende senza conferma. Sulla xenofobia, ad esempio. Un'indagine nazionale, condotta lo scorso novembre (Demos per "la Repubblica"), rileva, infatti, che un terzo degli italiani considerano l'immigrazione "un pericolo". Nel Nordest il dato scende sotto il 30%. Peraltro, nel Nordest (indagine Demos per "il Gazzettino", gennaio 2007) è molto ampio il consenso verso i diritti di cittadinanza sociale e politica agli stranieri. Non solo l'assistenza (il 95% dei cittadini è d'accordo), ma anche il voto amministrativo (l'accordo sociale è cresciuto dal 62% al 68%, negli ultimi anni) e, in misura minore, legislativo (dal 48% al 55%). Si delinea, quindi, un modello di integrazione e di cittadinanza fortemente legato ai valori, ma anche alle istituzioni e agli interessi del territorio. Scarsamente riconosciuto, e anzi, largamente negato dalla percezione comune. Non solo a livello nazionale, e soprattutto nel centrosud. Ma anche nel Nord, nelle province padane. Dove è diffusa la tendenza a immaginarsi esattamente come si è dipinti dall'esterno. Dai media e dal "senso comune". E' indubbio, in tale senso, il contributo della Lega, che alimenta l'allarme, nei confronti dell'immigrazione, come fonte di insicurezza. Da cui difendersi con iniziative, quali le "ronde padane", dal valore simbolico, più che pratico. Però, le amministrazioni locali a guida leghista, nei fatti, offrono un sostegno rilevante all'azione delle associazioni volontarie, imprenditoriali ed economiche. Agli attori dell'integrazione. All'integrazione. Predicano male, ma razzolano bene. Quasi si trattasse di un "male necessario", in contesti dove gli immigrati superano il 10% della popolazione. Ma è difficile consolidare questo processo, dargli continuità. Fino a quando si teme e si nega la verità: che si è meno cattivi di come si è dipinti. Fino a che si avrà paura di non avere paura.
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