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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
PERCHÉ LA LEGA DI BOSSI NON PUÒ TORNARE
[La Repubblica, 30 marzo 2026]

Con Umberto Bossi se n’è andato definitivamente un modello di partito che ha caratterizzato e attraversato l’Italia (del nord) negli anni 80. Fondato sui legami con la storia, la società e il territorio. Un soggetto politico che ha utilizzato e rafforzato, a proprio favore, le radici storiche del principale partito di governo, locale e nazionale, della prima Repubblica.

La Democrazia Cristiana. La Dc. Il partito di massa e di governo, in alternativa al Partito Comunista. Il Pci. Partito di massa e di opposizione. Entrambi fondati su identità e ideologie. Alternative. E con profili territoriali definiti. La Dc ??" e gli alleati di governo ??" nel nord est. E più in generale nel nord. Il Pci e la sinistra nelle regioni del centro. Soprattutto in Emilia-Romagna e in Toscana. Entrambi fondati su un sistema di associazioni e istituzioni.

La Lega Nord negli anni 80 è divenuta il riferimento delle tre Leghe regionaliste, la Liga Veneta guidata da Franco Rocchetta (a cui aderiva Luca Zaia), L’Union Piemontèisa diretta da Roberto Gremmo. E la Lega Lombarda, ispirata e orientata, appunto, da Umberto Bossi. Artefice dell’unificazione dei movimenti federalisti. E, in una certa misura, del successo leghista. Insieme al gruppo dei suoi collaboratori. In particolare Roberto Maroni.

La Lega di Bossi diventa presto autonomista. E federalista, in una prospettiva anti-centralista. E quindi in alternativa e in contrasto con lo Stato. Centrale. Semmai, per questo, è più orientata verso l’Europa. Una Lega «lontana da Roma e vicina all’Europa». Il partito padano, perché il Po diventa una sorta di muro. Un confine che distanzia e separa la patria del nord dal resto del Paese. Non tanto dal sud, ma anzitutto da Roma capitale.

Un partito al quale Bossi offre non solo una leadership ma un’immagine e un’identità. Anticipando il percorso che in seguito verrà “percorso” da tutti i partiti. La personalizzazione. Associata al contesto territoriale. Nel caso della Lega, segnato e delimitato dal Po. Il fiume lungo il quale Bossi organizzò e guidò la marcia che, nel settembre 1996, partita dalle sorgenti, condusse il “popolo del nord” fino a Venezia. Ma il luogo tradizionale degli incontri era Pontida, località in provincia di Bergamo. La Lega di Umberto Bossi era, per questo, Lega Nord. Definita dal punto di vista del territorio.

La svolta del partito è imposta da Matteo Salvini alla fine del 2013. Salvini infatti ha ridisegnato l’idea e l’immagine della Lega. L’ha proiettata oltre i confini tradizionali. Oltre il nord. La Lega di Salvini è divenuta così un partito nazionale. Con effetti positivi alle elezioni legislative del 2018 e alle europee del 2019.

In questo modo, però, ha rinunciato alla sua identità storica. Un’identità perduta. Ridisegnata nel passaggio agli anni 20, quando si è proposta come anti-partito. Un progetto sottolineato dall’intesa con il M5s, insieme al quale ha costruito la maggioranza del governo giallo-verde, rimasto in carica poco più di un anno, dal giugno 2018 all’agosto 2019. A conferma di un problema di fondo. La difficoltà di stare al governo con un’identità anti-politica.

Per questa ragione, nonostante abbia progressivamente perduto importanza e visibilità personale, Umberto Bossi, nella Lega e nella politica, ha mantenuto il consenso nella base leghista. Soprattutto nel popolo nordista più legato alla storia e tradizione. Come è apparso evidente al funerale di Bossi a Pontida. Quando il segretario, Matteo Salvini, è stato apertamente contestato dai militanti presenti. Accolto da grida e slogan esplicitamente critici. Che lo esortavano a «mollare la camicia verde».

Il problema, per la Lega e i suoi militanti più fedeli e legati alla storia e alla tradizione, è che quel passato è... passato. Il partito di Bossi è... partito. Come il Senatùr. Mentre la Lega è divenuta un partito normale. Che non può più utilizzare il linguaggio di Bossi né i suoi bersagli esemplari. In particolare «Roma ladrona». Perché Roma è divenuta una sede e un rifugio anche per la Lega. E per i suoi parlamentari.

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