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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
NOVE ANNI DI PRESIDENZA
[La Repubblica, 19 gennaio 2015]

Questa volta Giorgio Napolitano ha davvero concluso il suo mandato presidenziale. Dopo circa nove anni. Quasi due, da quando, nell'aprile 2013, accettò la ri-elezione. Per soccorrere un Parlamento dove ogni soluzione proposta era, puntualmente, naufragata. Fino alla candidatura di Romano Prodi, affondata dagli stessi parlamentari del Pd. Napolitano, allora, accettò per spirito di servizio. Per agevolare il corso delle riforme necessarie a rendere governabile lo Stato. Quasi due anni dopo, le riforme attese sono ancora in corso d'opera. Ma Napolitano si ferma.

D'altronde, ormai, è giunto alla soglia dei novant'anni. E gli ultimi due l'hanno invecchiato assai più dei precedenti. Egli, d'altronde, era succeduto a Carlo Azeglio Ciampi. Il quale aveva rafforzato la credibilità dell'istituto presidenziale, dopo la crisi degli anni Novanta. Napolitano era riuscito ad affermare in fretta la propria immagine. In particolare, dopo il ritorno di Silvio Berlusconi al governo, nel maggio 2008, in seguito al successo elettorale del centrodestra. Da allora, fino al passaggio fra il 2011 e il 2012, ha mantenuto un elevato grado di consenso.

Già alla fine del 2008, d'altronde, oltre il 70 per cento dei cittadini esprime (molta o moltissima) fiducia nei confronti del Presidente. Un consenso trasversale anche sotto il profilo politico. Infatti, supera l'80 per cento fra gli elettori del Pd, ma è vicino al 70 per cento anche fra quelli del Pdl. Perfino nella base elettorale della Lega la fiducia nei suoi riguardi è prossima al 60 per cento.

Ciò avviene, soprattutto, per due ragioni: A) la capacità di Napolitano di "bilanciare" la leadership politica di Berlusconi e B) al tempo stesso di garantire rappresentanza a un governo debole e poco credibile, sul piano europeo ma anche interno. Sempre sull'orlo della crisi. Più che un "arbitro", come si tende spesso a sostenere, Napolitano appare, dunque, un "garante". E un "contrappeso democratico". Così, diventa il principale riferimento unitario di un Paese diviso. E rafforza definitivamente questo ruolo in occasione dalle celebrazioni del 150enario dell'Unità nazionale, nel corso del 2011. Non per caso, durante l'anno, raggiunge e talora supera l'80 per cento dei consensi.

Tuttavia, verso la fine del 2011, il clima d'opinione nei confronti del Presidente comincia a cambiare. Soprattutto, a partire da novembre, quando Berlusconi si dimette e gli subentra Monti, alla guida di un governo tecnico di larghe intese. Definito "governo del Presidente". Sottinteso: della Repubblica. Da qui il successivo andamento ondivago del consenso nei suoi confronti. Fino alla conclusione del primo mandato, dopo le elezioni del febbraio 2013. Perché Napolitano è percepito, sempre più, come un attore politico "protagonista". A maggior ragione dopo la ri-elezione, avvenuta nell'aprile 2013. Perché, da allora, si aprono antiche e nuove divisioni, che ne indeboliscono il consenso. In primo luogo, egli perde il sostegno del centrodestra, dopo l'inibizione di Berlusconi dai pubblici uffici e dunque dal Parlamento. E dopo l'uscita di Forza Italia dalla maggioranza.

Così, dopo la fine (forzata) del governo Letta, anch'esso ispirato dal Presidente, il consenso per Napolitano scende. Si attesta intorno al 50 per cento. Quindi scende ulteriormente. Nonostante l'arrivo al governo di Matteo Renzi. Che restituisce il primato "politico", al presidente "del Consiglio". Il Presidente della Repubblica, però, è "stressato" dall'altra, grande, divisione, che attraversa il Paese, in questa fase. La "frattura antipolitica", interpretata da Grillo e dal Movimento 5 stelle. Che alimenta il distacco fra cittadini e istituzioni (sottolineato dalla recente indagine di Demos su "Gli italiani e lo Stato").

Così, alla fine del 2014, la fiducia nei confronti del Presidente si è ridotta al 44 per cento. Che costituisce, comunque, il livello più elevato fra le istituzioni. Circa dieci punti più dei magistrati, ma trenta più dello Stato e 37 più del Parlamento. Mentre la fiducia nei partiti è prossima allo zero. A sua volta, però, il consenso verso Napolitano è sceso di oltre trenta punti rispetto al 2011. È maggioritario solo fra gli elettori di centrosinistra e (seppure di poco) di centro. Mentre è molto basso fra gli elettori di centrodestra e, ancor più, del M5S.

Il Presidente interpretato da Napolitano, dunque, non appare più un riferimento unitario. Ma un soggetto politico e istituzionale. Un testimone della "democrazia rappresentativa". In tempi nei quali si respira un'aria di antipolitica, ostile alle istituzioni, ma anche alla democrazia rappresentativa. Per questo, la stanchezza di Napolitano è comprensibile. Ma non penso che andrà in pensione. Per molti anni ha recitato la parte dell'attore politico, più che del garante. Continuerà a farlo. Finché avrà energie.

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