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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
M5S, METAMORFOSI DI UN “NON PARTITO” DIVENTATO NORMALE
[La Repubblica, 28 settembre 2020]

Il M5S vive una fase incerta. Segnata da conflitti politici e personali. Ormai da tempo. Ma, dopo le recenti elezioni, le tensioni interne si sono acuite. Nonostante l'esito del referendum, utilizzato da Luigi Di Maio come bandiera e come scudo. I risultati delle Regionali, però, hanno proposto un'immagine molto diversa. Tanto che Alessandro Di Battista ha parlato della «più grande sconfitta della storia del M5S». Mentre, in questi giorni, si è parlato e si parla di possibili scissioni. Come conseguenza delle divisioni fra diversi orientamenti e sentimenti che coabitano nel M5S. Sempre più a fatica. In effetti, si tratta di tensioni che hanno attraversato tutti i principali partiti. In tempi passati e recenti. Si pensi al Pd... Il problema, semmai, è proprio questo. Questa considerazione, "normale" per i partiti "normali", diventa meno normale per un soggetto politico che è sorto e cresciuto "contro" questa normalità. Infatti, il M5S, per autodefinizione, è un "non partito". Che rivendica un diverso rapporto con i cittadini. Diretto. Attraverso il confronto continuo realizzato mediante la rete. Con una specifica piattaforma, definita, non per caso, con il nome di Jean-Jacques Rousseau. Il principale ispiratore di questo modello di democrazia. Ritenuta l'unica veramente "democratica".

Tuttavia, il M5S è, a sua volta, un "partito". Semmai, il suo problema è che continua a fingere di non esserlo. Anzitutto, con se stesso. Anche se da tempo riproduce i "principi della democrazia rappresentativa" (per evocare un testo fondamentale di Bernard Manin) che orientano i partiti. In primo luogo, la partecipazione alle elezioni. Dove vengono eletti i "rappresentanti" dei cittadini, attraverso il voto popolare. In secondo luogo, e di conseguenza, il M5S "partecipa" alle istituzioni rappresentative, a ogni livello. Nazionale e territoriale. Dal Parlamento ai Consigli - regionali e comunali.

Non solo, probabilmente è il partito che, oggi, riproduce maggiormente i modelli di partito tradizionale. Cioè, i "partiti di massa". In particolare, la Democrazia Cristiana. Dalla quale è molto distante, dal punto di vista dell'identità e dell'ispirazione. Tuttavia, ne ripropone alcuni caratteri importanti. Come ho segnalato in altre occasioni, il M5S è ben distribuito, nella società e sul territorio. E nello spazio politico. Com'era la DC. Con alcune precisazioni. Perché è maggiormente presente nel Sud, aiutato e spinto dal Reddito di cittadinanza. Mentre la sua distribuzione nello spazio politico varia, in base alle alleanze.

Durante il governo giallo-verde, con la Lega di Salvini, fino a luglio 2019, il suo elettorato era maggiormente spostato a Centro-destra. Mentre oggi, al governo con il Pd, i suoi elettori si collocano prevalentemente a Centro-Sinistra e a Sinistra.
Tuttavia, oggi e in passato la maggior parte dei suoi elettori si dichiara estranea allo spazio politico. Né di destra né di sinistra. Ma fuori. E contro. Il M5S è sorto e si è sviluppato lungo il solco dell'anti- politica. Così gli è (stato) difficile definirsi "partito". Acce ttare le forme e il linguaggio della politica tradizionale. Dopo averne fatto il principale bersaglio polemico.

Eppure fatico a vedere ragioni e segnali che pre-figurino scissioni. Perché la pluralità di leadership e di posizioni, come si è detto, è un tratto consolidato del M5S. Nel quale l'unico leader di lunga durata è il fondatore. Beppe Grillo. Che, coerentemente con la sua invenzione, si è sempre posto come non-leader di un non-partito. Grillo, ancora oggi, ottiene la fiducia di quasi 6 elettori su 10 del M5S. Tuttavia, i maggiori consensi, nel M5S, si indirizzano verso Di Maio: oltre il 70%. Superato solo dal premier, Giuseppe Conte. Sostenuto, al tempo del governo Giallo-Verde, dal M5S (insieme alla Lega). Mentre oggi si pone oltre le appartenenze di partito. Gli altri leader, Alessandro Di Battista e, a maggior ragione, Vito Crimi, capo politico ad interim, in-seguono. A distanza.

Così, l'incertezza del M5S, in questa fase, più che annunciare fratture, appare una costante. Un tratto genetico. Come la fluidità del suo elettorato. Ma anche della sua rappresentanza in Parlamento. Che, dopo il 2018, quando ottenne quasi un terzo dei voti e degli eletti, ha subìto significative defezioni. Sia al Senato che alla Camera.

Per questo, il M5S dovrebbe affrontare la "normalità" che ha raggiunto. Ma sarebbe rischioso, perché perderebbe la sua bandiera. Semmai, dovrebbe adeguarsi ai diversi piani del confronto elettorale. Soprattutto a livello "territoriale". Dove, per ragioni genetiche, il M5S, è poco presente né competitivo. Tuttavia, questo problema, ormai, coinvolge anche gli eredi dei "partiti di massa". Per primo il Pd. Che si sono, a loro volta, personalizzati, mediatizzati, digitalizzati. E sul territorio soffrono il confronto con la Lega di Salvini.

Insomma, il disagio che scuote il M5S è lo specchio del disagio di una "Repubblica indistinta". Abitata da "partiti ipotetici", come scrisse, nel 2008, Edmondo Berselli (riferendosi al Pd). Come molte altre definizioni di Eddy, più che una profezia o una previsione, appare una spiegazione di quel che avviene. Quel che avverrà, purtroppo, non ce lo può più raccontare.


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