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RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO - 2016

Rapporto annuale sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, realizzato su incarico del Gruppo L'Espresso.
XIX RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO
Ilvo Diamanti

Nell'anno dell'anti-politica, mentre si acuisce il distacco dallo Stato e dai partiti, si assiste a un prepotente ritorno della politica. O meglio: della "partecipazione politica". Attraverso nuovi "media". Ma anche attraverso le forme più tradizionali. Internet e la piazza, insieme. A rinforzarsi a vicenda. Peraltro, all'indomani del referendum che ha bocciato la proposta di riformare la Costituzione, riemerge e si ripropone, ancora ampia, la domanda di riformare la Costituzione. E le istituzioni. Di emendare il bicameralismo. Di ridurre i costi della politica. Sono alcuni paradossi - apparenti - del XIX Rapporto "Gli italiani e lo Stato", curato da Demos per Repubblica.

D'altronde, la campagna referendaria, per quanto aspra, ha, comunque, ri-educato gli italiani ai temi della Carta costituzionale. E ne ha concentrato l'attenzione intorno alle questioni pubbliche. Non solo, ma ha mobilitato gran parte dei cittadini. Li ha spinti al voto e, prima ancora, al dibattito. Nelle sedi politiche, ma anche nella vita quotidiana, negli ambienti privati. Sono gli effetti imprevisti di tanti mesi di confronto e divisioni. Alla fine hanno realizzato un esito unificante. Sotto altri profili, questo Rapporto riproduce un ritratto coerente con il passato.

In alto, davanti a tutto e a tutti, nella classifica dei soggetti pubblici: Papa Francesco. E le Forze dell'Ordine. Rispondono a una domanda - diffusa e radicata - di certezza etica e, d'altro canto, di sicurezza personale. Mentre le istituzioni dello Stato riscuotono la consueta diffidenza. Al tempo stesso, i cittadini sono insoddisfatti dei servizi pubblici. Provano sfiducia nei confronti delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Ma, soprattutto, verso i soggetti di rappresentanza politica. I partiti, lo stesso Parlamento. Sono, come sempre, in fondo alla classifica. Evidentemente, è in questione il fondamento della nostra democrazia, visto che i principali attori della rappresentanza, i partiti, non sono solamente sfiduciati, ma vengono ritenuti "corrotti". Quanto e più che ai tempi di Tangentopoli.

Il No al referendum costituzionale, d'altronde, ha avuto - anche - questo significato. Un No al sistema dei partiti. E ai politici che li guidano. In testa: il Premier. La sfiducia diffusa nella società, peraltro, avvolge anche la sfera delle relazioni personali, dei "rapporti con gli altri". Guardati con prudenza da gran parte dei cittadini. Chissà: ci potrebbero fregare... E poi ci sentiamo "invasi". La paura degli immigrati non è mai stata così alta.

Eppure, come sempre quando si tratta dell'Italia e degli italiani, il quadro non è mai così lineare e coerente come potrebbe apparire a prima vista. La considerazione dei servizi pubblici, anzitutto. Gli italiani non ne sono soddisfatti, come detto. Eppure pochi, anzi, pochissimi richiedono davvero "più privato". È l'atteggiamento di prudenza critica, radicato nella nostra società. La democrazia: sarà anche corrotta, ma "un uomo solo al comando" potrebbe essere più pericoloso. Per non parlare della UE e dello stesso Euro. Gli italiani ne pensano il peggio. Però pochi, pochissimi, tra loro, vorrebbero abbandonare l'Euro. E la UE. Perché, anche se non piacciono, non si sa mai... Restarne fuori potrebbe costarci parecchio.

Lo stesso discorso vale per le riforme costituzionali. Non più tardi di un mese fa largamente bocciate. Tuttavia, la necessità di emendare la Costituzione, per renderla più efficiente, è largamente condivisa. E molti che un mese fa avevano votato No, oggi si dicono d'accordo con alcuni dei punti più importanti del referendum. Il superamento del bicameralismo e, soprattutto, la riduzione dei parlamentari.

Il problema è che il referendum, nella percezione generale, assai più della Costituzione, riguardava il sistema politico e di governo. Per primo, Renzi. Oggi quel governo e quel premier non ci sono più. Mentre le riforme possono attendere. Quanto, non si sa. Sicuramente, parecchio.

In questo cielo chiaroscuro c'è una zona di luce interessante e significativa. La partecipazione. Nell'ultimo anno appare cresciuta in modo significativo. In massima misura quella "im-mediata", realizzata attraverso la rete e i social-media. Strumento di "democrazia della sorveglianza". Mentre la partecipazione sociale e il volontariato segnano il passo. Probabilmente, fra queste tendenze c'è una relazione. In quanto le nuove forme di partecipazione hanno, in parte, surrogato e, talora, rimpiazzato la partecipazione sociale e volontaria. Ma si è allargata anche la partecipazione politica "tradizionale", incentivata, nel corso degli ultimi mesi dalla mobilitazione referendaria. In ogni caso, la "critica democratica" ha allargato le basi della "partecipazione democratica". Ha spinto i cittadini a interrogarsi sui valori e sui limiti della Costituzione. Sui rischi che corriamo, nel tentativo di correggerla e ridisegnarla. Ma anche su quanto ci costa la resistenza a ogni innovazione.

Insomma, nel corso dell'ultimo anno, mi pare sia cresciuto, fra i cittadini, il senso civico e critico. Insieme alla domanda di riforme. Che potrebbe essere assecondata meglio evitando di "politicizzarla". O meglio, di piegarla a fini politici contingenti. Ma mi pare sia stato un buon anno per la nostra democrazia. Nonostante tutto. Perché si è allargata la voglia e anzitutto la pratica della partecipazione. Politica e critica. Attraverso vecchie e, soprattutto, nuove vie. La mobilitazione e l'affluenza inattesa, per dimensione, al referendum, ne sono un segnale evidente. Meglio seguirlo con attenzione.

Certo, continuiamo a essere un popolo di riformisti scettici, animati da un rapporto con lo Stato: critico e disincantato. E da un orientamento politico polemico. Eppure attivo e partecipe. Ci sentiamo europei: nonostante tutto. Siamo italiani. Una nazione con poco Stato. Oppure troppo. Dipende dai punti di vista.

GLI ITALIANI NELLO SPAZIO PUBBLICO
Luigi Ceccarini

La fiducia nelle istituzioni e la partecipazione costituiscono due svincoli fondamentali del nesso cittadini e dimensione pubblica. Nella XIX edizione dell'Osservatorio su Gli italiani e lo stato emerge, sul fronte delle istituzioni, una graduatoria ormai consolidata in cui la figura di Papa Francesco supera qualsiasi organismo dello Stato italiano. Mentre su quello della partecipazione si osservano dinamiche interessanti, legate peraltro alla (s)fiducia nelle istituzioni.
La graduatoria del consenso sociale nelle organizzazioni pubbliche vede in primo luogo le Forze dell'ordine, verso cui oltre 7 cittadini su 10 orientano la propria fiducia. Segue la Scuola con il 54% del consenso (+2 rispetto al 2010, -2 nell'ultimo anno). Le altre istituzioni mostrano, in alcuni casi, flessioni ampie. Tra queste il Presidente della Repubblica: stabile rispetto al 2015 ma in calo sensibile se confrontato con il 2010, al tempo di Napolitano. Lo Stato perde 10 punti percentuali. La magistratura -12. È un po' quanto avviene nei corpi intermedi come il sindacato. O per le banche (-9). L'Ue (29%) ha perso ulteriori 2 punti dal 2015, che porta il saldo a -20 rispetto al 2010. La classifica si chiude con le istituzioni della rappresentanza: Parlamento (11%) e partiti (6%). Entrambe accennano una timida crescita (+1) rispetto al 2015 e ad un leggero calo rispetto al 2010. Di fatto, restano stabili in fondo alla graduatoria. Considerate nel loro assieme, però, le istituzioni della politica sembrano avere esaurito quella perdita di credito cui lo scoppio della crisi globale ha contribuito: nel 2005 l'indice di fiducia globale nelle istituzioni politiche si attestava al 41% ed è sceso linearmente fino al 2014 dimezzandosi (21%). Nelle ultime due rilevazioni si riassesta intorno al 25-26%. Difficile dire se si tratta dell'inizio di un ritorno al passato. Certo è che il coinvolgimento pubblico dei cittadini, mostrato anche di recente con l'elevata partecipazione referendaria, appare considerevole. Praticamente, tutte le forme di impegno considerate mostrano segni positivi. Cresce l'indice di partecipazione politica (+7). Crescono le "nuove" forme di coinvolgimento attraverso la rete Internet o il consumerismo politico (+8). Appaiono stabili le modalità di impegno sociale. Dunque, gli italiani si mostrano cittadini critici, esigenti nei confronti delle istituzioni della democrazia rappresentativa. Ma al tempo stesso attenti. E disponibili a coinvolgersi attraverso forme articolate, e flessibili, di impegno, anche politico.



LA QUALITÀ DELLA VITA
Ludovico Gardani

I principali servizi nel campo dell'assistenza sanitaria, dell'istruzione e dei trasporti deludono la maggioranza degli italiani. Pubblici o privati non fa grande differenza. Unica eccezione la sanità privata che fa registrare un livello di soddisfazione del 57%, in aumento rispetto al 2015 di ben sette punti percentuali. Così come il divario sull'assistenza sanitaria pubblica, il cui apprezzamento è fermo al 39%.
La scuola intesa come servizio appare, invece, in crisi nel suo complesso. Quelle private soddisfano poco più di un italiano su tre, mentre quelle pubbliche arrivano al 40% ma risultano in calo dallo scorso anno quando godevano di un consenso del 45%.
I servizi di trasporto, infine, non convincono affatto: per ferrovie e trasporti urbani i livelli di soddisfazione rilevati sono tra i più bassi in assoluto. In calo quelli su rotaia (dal 31 al 28%) e sostanzialmente stabili quelli locali (26%).
Per questo l'indice generale di soddisfazione nei servizi pubblici scende di nuovo sotto al 40% evidenziando un Paese diviso in tre aree. Un nord decisamente più soddisfatto per l'efficacia e l'efficienza dei servizi pubblici, specialmente nelle regioni del Nord-Est. Un Centro che inizia invece a dubitarne perché vede declinare la tradizionale alta qualità della vita e un Sud che si conferma profondamente deluso, in modo particolare della sanità e della scuola pubblica.
Tuttavia, questa frustrazione, se pure molto diffusa, non si traduce in una richiesta di maggior privato tanto nella gestione dei servizi sociosanitari quanto in quella dell'istruzione. La guida pubblica nella sanità e nella scuola non è in discussione per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Tanto che l'indice di propensione al privato continua a riguardare una parte del tutto minoritaria e fa segnare l'ennesimo arretramento assestandosi al 24%. Questo nonostante la convinzione che la corruzione politica non sia diminuita rispetto all'epoca di Tangentopoli ma che, al contrario, sia addirittura più diffusa (45%) o al massimo sia sugli stessi livelli (44%).
Il Paese, dunque, si conferma in stallo. Sospeso tra la sfiducia nell'Ue e il timore di abbandonare l'Euro (come invece chiede poco più di un terzo degli intervistati). Senza più la forza e la volontà di intraprendere progetti per il futuro. Perché questo è sempre più incerto e carico di rischi ormai per quasi la metà della popolazione. Ma anche perché continua ad aumentare la paura degli immigrati, considerati un pericolo per la sicurezza personale dal 40% degli italiani. Così, rispetto ad un anno fa, l'Italia si scopre più delusa, bloccata e impaurita e con un grado di fiducia negli altri sempre più basso che oggi riguarda soltanto una minoranza dei cittadini (33%).






DEMOCRAZIA, POLITICA E ARCHITETTURA DELLO STATO
Fabio Bordignon

La democrazia rimane la cornice, il confine dentro il quale i cittadini continuano a "pensare" il sistema politico italiano. È così, almeno, per 7 su 10. Un po' meno rispetto a quanto registrava il rapporto su "Gli italiani e lo Stato" qualche anno fa. Ma le preferenze per un regime autoritario rimangono circoscritte al (pur significativo) 17% della popolazione, mentre gli indifferenti sono il 14%.
L'ampia adesione ai valori democratici lascia tuttavia molti margini di incertezza su quale modello di democrazia sia preferibile e auspicabile per l'Italia.
Basti pensare alla democrazia rappresentativa: da tempo in crisi, sfidata da molteplici forme di direttismo e populismo che, in fondo, non fanno che rivendicare una democrazia "più democratica". Allo stesso tempo, mettono in discussione i suoi meccanismi e i suoi attori fondamentali. Basti pensare ai partiti, la principale "infrastruttura democratica" novecentesca: quasi uno su due (48%) ritiene che la democrazia possa "farne a meno". Una convinzione cresciuta a partire dal 2013.
Non a caso, l'anno che vede la straordinaria affermazione di un non-partito, che immagina una diversa democrazia: diretta e centrata sulla rete. Da allora, si sono moltiplicate le incognite sulle traiettorie del sistema politico italiano.
Il referendum del 4 dicembre non ha sciolto questi nodi. Nonostante alcuni dei "contenuti" del progetto di riforma godessero - e godano tutt'ora - di un consenso maggioritario. La riduzione dei parlamentari: vede favorevoli circa 9 persone su 10, anche tra chi ha votato No. Il superamento del bicameralismo paritario: mette d'accordo il 61%, quasi uno su due anche tra chi ha bocciato la Renzi-Boschi. Più controversi (e divisivi) altri possibili indirizzi di riforma: il rafforzamento dello Stato centrale rispetto alle istituzioni periferiche (44%); il rafforzamento del governo e del suo "capo" rispetto al Parlamento.
Eppure, appena uno su cinque pensa che la Costituzione sia "intoccabile". Il 77% - dodici punti in più rispetto al sondaggio del 2013 - ritiene che alcuni interventi sulla Carta, realizzati all'insegna della modernizzazione e dell'efficienza, possano essere fatti. Ne è convinto l'87% di chi ha votato Sì. Ma anche il 73% di chi ha votato No. Da qualunque angolatura lo si osservi, il 2016, sul terreno delle riforme, si configura come una grande occasione mancata.






NOTA INFORMATIVA

Il Rapporto su Gli Italiani e lo Stato, giunto alla XIX edizione, è realizzato da Demos & Pi per La Repubblica. La rilevazione è stata condotta da Demetra con metodo MIXED MODE (Cati - Cami - Cawi).
Periodo 12 - 16 dicembre 2016. Il campione (N=1208, rifiuti/sostituzioni/inviti: 7.227) è rappresen-tativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre, per genere, età, titolo di studio e area, ed è stato ponderato in base alle variabili socio-demografiche (margine di errore 2.8%).
L'indagine è stata diretta, in tutte le sue fasi, da Ilvo Diamanti. Luigi Ceccarini, Fabio Bordignon, Martina Di Pierdomenico e Ludovico Gardani hanno curato la parte metodologica, organizzativa e l'analisi dei dati. Martina Carone ha curato la promozione nei social-media.

"I dati sono arrotondati all'unità e questo può portare ad avere un totale diverso da 100".

Documentazione completa su www.agcom.it


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