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RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO - 2021 (24)

Rapporto annuale sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, realizzato su incarico del Gruppo L'Espresso.
XXIV RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO


LA NOSTRA DEMOCRAZIA SOSPESA
[Ivo Diamanti]

Due anni di pandemia hanno cambiato il nostro sguardo sulla società. Sul mondo. E, naturalmente, sulle istituzioni e lo Stato. Abbiamo (in)seguito questi mutamenti, da molto tempo, nel Rapporto "Gli italiani e lo Stato" curato da LaPolis dell'Università di Urbino e Demos, giunto alla XXIV edizione. La ricerca ha "in-seguito" il percorso tortuoso del Paese nel corso del primo ventennio del secolo. Ha, quindi, permesso di comprendere i riflessi sulla nostra vita impressi da avvenimenti e trasformazioni, in ambito nazionale e inter-nazionale. Tuttavia, a nessuno può "sfuggire" che l'irruzione del Virus ha cambiato tutto. La nostra vita, il nostro modo di "sentire" e di "guardare". Intorno. Indietro. E avanti. Il presente, il passato e il futuro. Negli ultimi due anni, infatti, il tempo si è fermato. Meglio: sospeso. Perché "segnato" dai confini del Virus. Che hanno quasi "fermato" ciò che avveniva "prima". E reso im-pensabile ciò avverrà "dopo". Ieri e domani: difficile rappresentarli. Perché conta quel che avviene oggi. Anzi, ciò che avviene "ora" è già "passato". Mi rendo conto che, nel presentare il "Rapporto fra gli italiani (quindi, noi) e lo Stato", rischio di perdermi. E, soprattutto, di confondere coloro che leggono queste riflessioni per "capire" quanto è avvenuto e avviene nel nostro Paese. Nella nostra società. Eppure, occorre partire dalle ricerche che abbiamo condotto e proposto negli ultimi due anni. Perché sottolineano come sia difficile, per gli italiani, per noi, immaginare ciò che avverrà. Guardarsi intorno e avanti.

D'altronde, i sondaggi dell'Osservatorio sulla Sicurezza, curati da Demos-Fondazione Unipolis, mostrano la difficoltà, per gran parte degli italiani, di prevedere quando finirà la pandemia. Almeno un anno, secondo oltre metà degli italiani. Mentre il 23% ritiene che durerà ancora molti anni. In altri termini, più di 3 italiani su 4 non riescono a "pensare" cosa avverrà domani. E se, all'inizio della pandemia, questo "disagio" riguardava soprattutto i più anziani, in seguito, e ancora oggi, si è allargato e diffuso fra i più giovani. Che rappresentano il nostro futuro. "Sospeso", come abbiamo detto.

Naturalmente, nel corso degli anni, gli italiani si sono adeguati. Abituati. "L'arte di arrangiarsi", nel nostro Paese, non costituisce un "vizio". Un sistema di aggirare i problemi in modo disinvolto e "opportunista". Rispecchia, invece, la capacità di tradurre le difficoltà in "opportunità". Utilizzando le risorse fornite dall'ambiente e dalla tradizione.

Tuttavia, è indubbio che nel periodo del Covid siamo cambiati. Anche nell'ultimo anno. Questo Rapporto, che riguarda "gli italiani e lo Stato" rivela mutamenti chiari. Già osservati nella precedente indagine, presentata un anno fa. Quest'anno, però, si precisano e si rafforzano ulteriormente. Come mostrano i diversi capitoli proposti dai ricercatori e dalle ricercatrici di Lapolis e Demos.

In particolare, si indebolisce la partecipazione. "Scoraggiata" dal lockdown e dai rischi "virali". Questa tendenza, però, non riguarda solo - e soltanto - le iniziative "politiche". Si allarga, invece, a tutti i settori. A partire dal volontariato. E coinvolge le organizzazioni che operano in ambito culturale, sportivo e ricreativo, che accompagnano tutti i contesti. E tutte le età. Dalla fine del 2019, la partecipazione è crollata. Nell'ultimo anno, il declino è proseguito. Al tempo stesso, i cittadini, pervasi dall'inquietudine e dalla paura, hanno espresso una crescente domanda di sicurezza. E di autorità. Così, è aumentata la fiducia nei confronti delle istituzioni di governo, centrale e territoriale. Mentre è divenuta evidente la tendenza alla "presidenzializzazione". Tanto che circa tre cittadini su quattro si dicono favorevoli all'elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Al tempo stesso, la maggioranza degli italiani continua a pensare (come negli ultimi anni) che, in nome della sicurezza, lo Stato debba limitare la libertà. Tuttavia, la democrazia non è messa in discussione. Perché, per oltre 7 persone su 10 resta "il migliore dei modelli di governo". Ma si tratta di una democrazia diversa dal passato. È "la democrazia dell'emergenza". Che non può fondare una democrazia stabile. Semmai, una democrazia "sospesa". Segnata dall'emergenza. Come il tempo in cui viviamo. Per questo è necessario guardare avanti. "Oltre". Progettare il futuro. Intorno a noi. Rafforzare le relazioni con gli altri. Cioè, la società. Per non perderci.




1. I CITTADINI, LE ISTITUZIONI, I SERVIZI

PRESIDENTE TI VOGLIO VOTARE
[L. Gardani e N. Porcellato]

Andare a votare per il Capo dello Stato: quasi tre italiani su quattro vorrebbero farlo, ed è un atteggiamento trasversale rispetto agli orientamenti politici. D'altra parte, la pandemia ha esaltato il ruolo dei Presidenti: della Repubblica, del Governo, delle Regioni. E ognuno ha contribuito a comporre e rilanciare una mappa della fiducia nelle istituzioni che sembra farsi più ampia e vivace, rispetto al periodo precedente l'arrivo del Covid.

Infatti, secondo i dati dell'Osservatorio Gli Italiani e lo Stato (curato da LaPolis dell'Università di Urbino e Demos), per il secondo anno registriamo una crescita diffusa e generalizzata: ad eccezione delle Forze dell'Ordine (-3 punti percentuali rispetto al 2019, ma sempre al primo posto con un gradimento che raggiunge il 70%), per tutte le altre questi ventuno mesi di pandemia hanno portato a un assestamento (come per il Papa, 67%, +1) o, più di frequente, a una crescita della fiducia. Stato (37%), Regione (42%) Unione Europea (44%) e Presidente della Repubblica (63%) marcano aumenti tra i più significativi (rispettivamente: +15, +12, +10 e +8). La lista delle istituzioni che hanno visto crescere la propria quota di fiducia rispetto al 2019, però, è lunga: Associazione degli Imprenditori (35%, +11) e Sindacati (32%, +9); Comune (45%, +7) e Chiesa (44%, +6); Scuola (59%, +5) e Magistratura (39%, +3); crescono persino Parlamento (23%, +8), Partiti (13%, +4) e Banche (26%, +7), istituzioni verso cui gli italiani mostrano un tradizionale distacco.

L'accresciuta fiducia nelle istituzioni non sembra però tradursi in soddisfazione per i servizi pubblici. La sanità privata (60%) resta largamente più apprezzata di quella pubblica (48%, che pur segna una crescita di 8 punti percentuali rispetto al 2019). La scuola, privata e pubblica, resta sostanzialmente ferma ai livelli pre-Covid (rispettivamente, 42 e 47%), così come i trasporti ferroviari (36%). Diversa, invece, la sorte dei trasporti urbani, che hanno visto il proprio gradimento assottigliarsi dal 36% di due anni fa all'attuale 27%.

La richiesta di ridurre il peso dello Stato nella gestione delle strutture sociosanitarie (24%) o scolastiche (22%) resta ancora oggi appannaggio di minoranze, ma l'indice di propensione al privato cresce e raggiunge quest'anno quota 31 (+5 rispetto al 2019).

Il virus, dunque, sta mutando, insieme alla vita di tutti i giorni, anche il rapporto con lo Stato, le sue istituzioni e i servizi essenziali, scuola e sanità in testa. Ma ci sarà un "effetto long-Covid" per questo? Molto dipenderà dalle partite delle prossime settimane: l'elezione del successore di Mattarella e la condotta del Parlamento; la guida del Governo e la capacità di concretizzare i fondi PNRR; la lealtà istituzionale delle Regioni e la tenuta della sanità. In sintesi, dalla responsabilità della classe dirigente, che dovrebbe considerare la rinnovata fiducia di oggi un patrimonio da proteggere. Anzi, di più: un valore su cui ricostruire il Paese di domani.






2. IMPEGNO E PARTECIPAZIONE

NON MI IMPEGNO PIÙ
[L. Ceccarini e M. Di Pierdomenico]

Continuano gli effetti della pandemia sull'attivismo civico e politico degli italiani. Già lo scorso anno si era registrata una contrazione della partecipazione, dopo l'effervescenza osservata nel 2019 con il movimento delle Sardine, dei Fridays For Future e comunque di una mobilitazione "contro" che aveva coinvolto componenti considerevoli della società. Quest'anno, l'Osservatorio su Gli Italiani e lo Stato, curato da LaPolis dell'Università di Urbino e Demos, mostra come la partecipazione si sia ulteriormente ridotta rispetto al 2020, quando c'erano comunque state mobilitazioni all'insegna dell'«andrà tutto bene», segnate da forte emotività durante il lockdown. Le restrizioni per fronteggiare la pandemia hanno inevitabilmente contenuto l'espressione del potenziale civico e di cittadinanza politica degli italiani.

Non significa che non vi siano state azioni collettive che hanno coinvolto la comunità. Le continue manifestazioni no-vax, no-pass, no-mask nelle città, o in rete, ne sono una testimonianza. Tuttavia, fa una certa impressione vedere come tutti gli indicatori siano scivolati al di sotto di quanto si era registrato 10 anni fa. Manifestazioni come flashmob, sit-in, la protesta politica o iniziative di partito (12%) si sono dimezzate rispetto al periodo pre-pandemia. In calo anche quelle legate all'ambiente (27% vs il 42%), alla città/quartiere (26% vs 38%). Lo stesso volontariato (34%) ha perso 10 punti percentuali rispetto al 2019. Ma non è solo la partecipazione nel territorio a mostrare segni di riflusso. Sono state toccate anche le forme di impegno attraverso il consumo critico, che dopo aver coinvolto la metà degli italiani è sceso al 44% e poi al 38% negli ultimi due anni. Si tratta di una tendenza comune all'altra formula di consumerismo politico: il boicottaggio di prodotti o servizi. Lo stesso, anche se in misura minore, è avvenuto per le discussioni politiche via internet (26%). Le petizioni, in maggioranza organizzate online, sono scese dal 37 al 32% e vedono in primo piano il protagonismo dei giovani (57%) e dei giovani-adulti (52%).

La pandemia ha offerto un argomento forte ad alcuni intellettuali e politici che con le loro prese di posizione si sono posti come riferimenti per una minoranza inquieta della società. Quella intimorita e dubbiosa sul vaccino ma anche critica sulla gestione della crisi pandemica. Il sospetto nei confronti dell'establishment - che siano governanti, figure istituzionali o scienziati - si è alimentato grazie al dibattito pubblico che ha preso forma tra chat, salotti tv e protesta di piazza, toccando direttamente il discorso democratico. Tutto ciò si è saldato alla critica verso il sistema della democrazia rappresentativa o all'insoddisfazione verso il suo funzionamento. Questi orientamenti, infatti, sono più diffusi tra quanti hanno partecipato o sono d'accordo con le manifestazioni "no-vax". La rete, in generale, viene vista come uno strumento di critica e denuncia dei governanti, come azione di monitoraggio democratico per il miglioramento della democrazia stessa (55%). "Non luogo" per definizione, la rete è diventata il "luogo" per una porzione di opinione pubblica. In tempi di pandemia viene infatti usata come megafono da una componente minoritaria, impaurita, a volte incattivita, che intreccia la complessa questione delle libertà democratiche e la gestione della pandemia con idee complottiste e una retorica antiscientista.






3. DEMOCRAZIA ED EMERGENZA

VOGLIA DI SICUREZZA
[F. Bordignon e A. Securo]

Un perimetro da non superare, la democrazia, almeno per una larga maggioranza degli italiani. Un perimetro dentro il quale, tuttavia, l'equilibrio tra i valori da promuovere può in parte ridefinirsi, specie in una fase emergenziale. E trovano spazio elementi di natura leaderistica e tecnocratica.

L'area dell'indifferenza democratica (12%) e dell'apertura a regimi alternativi (17%) rimane tutt'altro che trascurabile: coinvolge, complessivamente, tre persone su dieci. Ma non si è estesa. Durante la pandemia, peraltro, la soddisfazione per il funzionamento della democrazia è tornata a crescere. Dopo essere scesa ai minimi livelli nel 2013 (28%), oggi sfiora il 50%.

Per oltre sette persone su dieci, la democrazia rimane the only game in town: l'unico orizzonte possibile; quantomeno, quello preferibile. Sceso di qualche punto prima delle ultime elezioni politiche (62%), tale dato si è lentamente riportato sui livelli precedenti: trend che rivela l'esistenza di un solido sostegno democratico, in grado di resistere alle numerose turbolenze dello scenario globale. La crisi sanitaria sembra averlo, anzi, rinsaldato, insieme ai sentimenti di fiducia nelle istituzioni.

I dati dell'Osservatorio Gli Italiani e lo Stato, curato da LaPolis dell'Università di Urbino e Demos, rimarcano la capacità di risposta e adattamento della democrazia. Attraverso la continua ricerca di un bilanciamento virtuoso tra princìpi, valori, diritti. Un processo che traspare anche dalle risposte degli intervistati. Il 40% ritiene che, anche in una situazione di emergenza, le persone debbano essere «libere di muoversi, incontrarsi, lavorare». Ma a prevalere, con il 57%, è la componente di chi pensa che, «per garantire la sicurezza di tutti», lo Stato debba «limitare le libertà». Si tratta però di un confine mobile, più volte ridefinitosi nei mesi del Covid. Giusto un anno fa, la componente di chi metteva al primo posto la sicurezza raggiungeva il 68%; nelle fasi più acute della pandemia superava il 90%.

Gli orientamenti dei cittadini sembrano seguire le fasi del contagio. E il livello di insicurezza individuale. Allo stesso modo, la paura del virus risulta collegata alla domanda di leadership e alla predilezione per il "governo dei tecnici", che presentano comunque un elevato grado di trasversalità, in quanto riflettono la sfiducia nei confronti dei partiti e della politica. Il 60% degli italiani ritiene che il paese abbia «bisogno di essere guidato da un leader forte»: orientamento rafforzatosi negli ultimi due anni, ma già in precedenza maggioritario.

Ormai alla vigilia di importanti scadenze, come l'elezione del Capo dello Stato e l'epilogo della legislatura, il campione si divide nel valutare gli equilibri tra tecnica e politica. Il 44% preferirebbe affidare la guida del Paese a «tecnici con competenze riconosciute» invece che a «politici eletti dai cittadini». Quest'ultima soluzione risulta prevalente, con il 48%. Ma di poco. Si tratta, del resto, di una questione ricorrente, nella storia (e nell'attualità) politica italiana. Destinata ad accompagnarci nei prossimi mesi.







NOTA INFORMATIVA

Il Rapporto su Gli Italiani e lo Stato, giunto alla XXIV edizione, è realizzato dal LaPolis - Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell'Università di Urbino e da Demos & Pi per L'Espresso e La Repubblica. La rilevazione è stata condotta da Demetra con metodo MIXED MODE (Cati - Cami - Cawi).
Periodo 29 novembre - 6 dicembre 2021. Il campione (N=1.211, rifiuti/sostituzioni/inviti: 8.944) è rappresentativo della popolazione italiana con 18 anni e oltre, per genere, età, titolo di studio e area (margine di errore 2.8%).
L'indagine è stata diretta, in tutte le sue fasi, da Ilvo Diamanti. Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Martina Di Pierdomenico, Ludovico Gardani, Natascia Porcellato e Alice Securo hanno curato la parte metodologica, organizzativa e l'analisi dei dati.
I dati sono arrotondati all'unità e questo può portare ad avere un totale diverso da 100.

Documentazione completa su www.sondaggipoliticoelettorali.it


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